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Cemento e lacrime

Italo Romano
www.oltrelacoltre.com

Come ogni anno, con l’arrivo delle prime piogge, inizia la conta dei morti e il piagnisteo mediatico di sottofondo.
Sono bastasti 75 mm di pioggia in poco meno di due ore perchè Roma, la capitale d’Italia, andasse completamente in tilt. Stazioni metropolitane interemente allagate, tombini da cui fuoriuscivano gorghi d’acqua pirotecnici, strade trasformate in torrenti, e gente incazzata o in preda al panico.

Non può parlare di nubifragio (mi pare di ricordare che tale classificazione avviene per precipitazioni con oltre i 72mm di pioggia in un’ora), ma in ogni caso non è ammissibile che una metropoli come Roma si tramuti per una mattinata nell’Atlantide di Platone, facendo rivivere la tragica fine della mitologica città antidiluviana. Purtroppo quando si tagliano i fondi per la manutenzione di strade, fogne, e tutto quel che può rendere mediamente sicura una città, i risultati non possono che essere quelli ammirati pochi giorni fa.

Ben più tragica è stata l’alluvione che ha investito la Liguria e la Toscana. Sono sette i morti sotto il fango, e sei i dispersi ingoiati delle intemperie naturali e dalla noncuranza umana.
Purtroppo è sempre la stessa storia, ogni anno si ripete, come un rituale macabro, una sorta di sacrificio per placare le ire del dio della “civiltà”.

Mi domando cosa ci sia di civile nel perseverare in un cammino che porta solo a disastri e tragedie. Nonostante lo sdegno mediatico di circostanza, il partito del cemento e dei palazzinari non perde un colpo. Si continua a costruire senza sosta e senza pietà, cementificando lo stivale in lungo e in largo. Le nostre città sono asfaltate e ingrigite con migliaia di case che rimarranno vuote, perchè la gente non ha abbastanza soldi per permettersi di abitarle. Mi viene in mente uno striscione visto poche settimane fa a Barcellona: “Case senza gente e gente senza case” (per la serie tutto il mondo è paese), in questo piccolo slogan è racchiusa la follia di un sistema senza arte ne parte, lavori che vanno avanti per inerzia privi di alcuna lungimiranza progettuale.

Il problema non si limita solo alle città ma anche alle campagne, violentate a macchia di leopardo da “costruttori estremi”, che riescono ad arroccare una villettina sui costoni più impensabili. La terra spogliata da una deforestazione selvaggia, e abbandonata a roghi e maltempo, è sempre più instabile. Si può affermare senza esagerazione che l’Italia è una bomba idrogeologica. Il dissesto in cui versa il territorio che abitiamo è al limite del collasso, e le prove le possiamo amaramente raccogliere ogniqualvolta piove, sotto il fango che sommerge le nostre strade.

Occorrono politiche serie e non le solite lacrime post mortem. Manca la volontà, la prevenzione non è un settore che tira. Non ci sono i fondi per gli enti preposti alla tutela e alla manutenzione del territorio, mancano i progetti, latita il senso civico, scarseggiano gli uomini, tutti dottori e nessun manovale. Il soldo, la gerarchia e la competizione stanno trucidando la civiltà. Immaginate quante persone amanti della natura potrebbero dedicarsi, come accadeva un tempo, alla cura delle campagne o delle stesse città, se ci fosse un reddito di cittadinanza. Eresia!!! Bestemmia!!! Ebbene sono un peccatore, ma credo fermamente che buona parte di quei “dottori forzati” sarebbero ben lieti di appendere la laurea al chiodo e alzarsi le maniche per dedicarsi a una più serena vita di campagna.

Quale grande servigio, quale grande riforma. E i soldi dove li prendiamo? Semplice, da quel che si risparmia prevenendo gli oramai periodici disastri idrogeologici che investono l’Italia, sempre più sfigurata e martoriata dalla demenza di questa nostra vuota civiltà. Pensate che per la sola alluvione di Toscana e Liguria sono stati stanziati 65 milioni di euro.

Dobbiamo cessare immediatamente di costruire. Si deve fermare il consumo indiscriminato di territorio. Ci sono migliaia di case ed edifici fatiscenti da ripristinare e/o ristrutturare. Possiamo e dobbiamo riprendere i bellissimi centri storici nelle nostre città e nei piccoli paesini. Bisogna fare il necessario per fermare questo massacro e soprattutto mettere un freno a questo disgustoso piagnisteo mediatico che puntualmente, pretende e riesce ad indignare e commuovere i telepecoroni che di questa falsa solidarietà gratuita sono ghiotti. E’ necessario che i re del cemento siano messi con le spalle al muro, non possono arricchirsi all’infinito, tantomeno sulla spalle della collettività.

Purtroppo nessuna fazione politica ha preso a cuore questa apocalisse silenziosa, sia per ignoranza, sia per complicità. Spesso chi legifera ha le mani impastate di cemento, e ciò non giova alla causa. Senza dimenticare i malefici adoratori del Pil, i servetti della Confindustria e della Finanza internazionale che attanaglia l’Italia in una presa mortale. Loro gioiscono ad ogni tragedia, una frana è Pil, un alluvione fa crescere il prodotto interno lordo. Sapete che è da questo che si misura il grado di sviluppo di un paese moderno? Il consumo come indice di benessere, uno dei mantra del regime capitalista. Mostruoso!

Tra i colpevoli di questa tacita catastrofe dobbiamo inserire anche la massa. Il gregge imbonito e rimbambito che baratta volentieri la sagra della castagna con la messa in sicurezza di una frana. La folla cui basta una partita di calcio o qualche gingillo elettronico di ultima generazione, per mettere da parte la commozione accumulata guardando la diretta tv dell’ultima alluvione. L’esercito di idioti che, nonostante il baco gli abbia divorato la materia grigia, ogni tanto si chiede come sia possibile che ogni volta che piove succede una tragedia, e poi aggiunge, mi sa che i Maya avevano ragione. Dichiarazioni disarmanti che danno credito al malthusianesimo, e ti fanno sperare cinicamente nell’estinzione della specie. E’ anche grazie a questa maggioranza ubbidiente, ottusa, e quietata dalle droghe del dio capitale che tutto rimane uguale, di anno in anno, comprese le lacrime di disperazione, lente, immutabili, copiose, calde…

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