Home Politica e Società La Legge 194/78 riletta da medici ostetriche psichiatri giuristi operatori sanitari…

La Legge 194/78 riletta da medici ostetriche psichiatri giuristi operatori sanitari…

Ines Valanzuolo
www.womenews.net

Il 21/22 ottobre a Roma, nel primo Convegno nazionale organizzato dalla associazione LAIGA (Libera Associazione Italiana Ginecologi Per Applicazione della 194) si sono riuniti, non solo le donne che da punti di vista diversi sostengono, criticano, vivono sulla loro pelle la legge 194, ma soprattutto coloro che la affrontano dal punto di vista professionale.

Hanno parlato del loro lavoro, degli ostacoli che incontrano nell’applicarla, dei valori democratici che propone, e delle violazioni di questi stessi per le interpretazioni ideologiche e nelle pratiche conseguenti. Si sono incontrati, qualche volta scontrati, con le motivazioni profonde che derivano da una complessa quotidiana esperienza professionale.

Sono emersi numerosi problemi umani e tecnici di non semplice soluzione, tra questi:

– Obiezione di coscienza:riconoscimento dovuto alla libertà di coscienza o limite all’ applicazione di una legge dello Stato?
– Aborto terapeutico: con quali limiti temporali, in rapporto alla diagnosi prenatale? Su quali basi scientifiche?

Circa l’obiezione di coscienza la dott ssa Angela Spinelli ha fornito dati che hanno animato la discussione poiché il sistema di sorveglianza epidemiologica dell’IVG, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità, ogni anno richiede alle Regioni il numero di professionisti presenti nei reparti di ostetricia degli istituti di cura pubblici che sollevano obiezione di coscienza. Non sempre l’informazione è stata disponibile per tutte le regioni e per tutte le figure professionali.

Il quadro che emerge è estremamente variegato sia tra le regioni, sia al variare degli anni, sia tra le categorie professionali. Negli anni si è osservato un aumento della percentuale dei ginecologi: 59% nel 1983, 65% nel 1991, 67% nel 2001 e 71% nel 2009. Per gli anestesisti le percentuali sono rimaste stabili negli anni a valori intorno al 50%, mentre la percentuale si abbassa a 45% tra il personale sanitario non medico. In tutte le categorie si osservano valori più elevati di obiezione al sud.

Questi dati ci dicono che l’aumento dell’obiezione, a tutti i livelli, rende più difficile l’interruzione di gravidanza. Dagli interventi dei presenti, per la maggior parte non obiettori, sono emersi il disagio di un pesante lavoro emarginante, la mancanza di formazione dei giovani medici, la consapevolezza di essere i veri difensori della vita perché i non obiettori lavorano per difendere la vita della donna che chiede l’interruzione di gravidanza, a differenza di quanto viene percepito o sostenuto in molte opinioni correnti.

Parlare di diritto all’obiezione dei farmacisti, che troppe cose oggi non dovrebbero vendere, delle ostetriche, il cui ultimo codice deontologico cancella l’IVG, di tutto il personale coinvolto nell’applicazione della legge, alla fine potrebbe consentire” l’obiezione dell’ortolana che vende il prezzemolo” così ironizza Carlo Flamini.

Ripreso nella tavola rotonda finale da Marilisa d’Amico, docente di Diritto costituzionale presso l’Università di Milano, il tema dell’obiezione può in realtà dare adito ad interpretazioni diverse, soprattutto perché la libertà di coscienza non trova esplicito riconoscimento nella Costituzione e deve “deve essere prevista dal legislatore ma non deve essere incondizionata; deve trovare un punto di equilibrio tra eccezionalità e limitatezza “.Per esempio la regione Puglia in un concorso per i consultori pubblici ha escluso medici e personale obiettori, clausola senz’altro discriminatoria, contro la quale il ricorso è ancora senza esito.

Per evitare tali problemi secondo la docente basterebbe modificare alcune righe dell’art 9 comma 4 della 194 prevedendo ” una idonea presenza di personale medico sanitario non obiettore……”cosa in verità già sentita.

Circa l’Interruzione Terapeutica di Gravidanza , si ribadisce che la l’articolo 6, comma b) della 194/78 stabilisce che ”L’interruzione volontaria della gravidanza , dopo i primi novanta giorni, può essere praticata……quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro che determinino un grave pericolo per la salute fisica e psichica della donna”.

Non si tiene mai abbastanza in considerazione che secondo questa legge, in questo caso, è la valutazione dello stato psicofisico della donna determinante per l’aborto. La questione è quindi affrontata da psichiatri e genetisti. I primi sostengono che la donna vive spesso in modo drammatico questa interruzione di gravidanza, imprevista, nel momento in cui già ha elaborato tutte le dinamiche psicologiche di una maternità desiderata; i secondi intervengono nel momento in cui ci si pone il problema di individuare il più presto possibile i problemi di malformazioni fetali che mettono in crisi la donna e animano il dibattito di quanti, operatori, scienziati, teologici cercano di stabilire in quale settimana di gravidanza il feto è vitale e può quindi sopravvivere. Il dibattito è stato vivace anche alla luce delle diverse leggi nei vari paesi europei, cosa che determina spesso turismo per aborto.

Particolarmente interessante a questo proposito è stato l’intervento della genetista Marina Baldi che ha proposto una nuova possibile diagnosi prenatale, il cui studio è in via di pubblicazione: il cariotipo molecolare. Questo consentirebbe di “..superare le difficoltà tecniche e i limiti diagnostici del cariotipo tradizionale, permettendo di esaminare in tempi brevissimi tutti i cromosomi, in maniera più approfondita ed accurata….inoltre, tra i vantaggi dell’esame, è di fondamentale importanza il tempo di risposta che è di tre giorni, consentendo quindi in caso di patologia, di accedere alla procedura di interruzione terapeutica di gravidanza con molto anticipo rispetto ai tempi necessari per l’analisi classica, con tutti i vantaggi che ne derivano per medico e paziente”

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I falsi obiettori di coscienza boicottano la legge sull’aborto

Alessandro Chiometti
www.cronachelaiche.it

Finalmente qualcuno lancia l’allarme, tra cinque anni in Italia (o Vaticalia che dir si voglia) non si potrà più abortire negli ospedali pubblici. Lo fa la Laiga (Libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione della 194) tra la consueta indifferenza della politica italiana. L’associazione non fa che constatare il successo del vergognoso boicottaggio che le associazioni integraliste cattoliche hanno fomentato fin dal giorno dopo la loro sconfitta referendaria del 1981.

I fatti non lasciano spazio a dubbi, nel nostro paese il medico (o il paramedico o l’anestesista) non obiettore di coscienza è una specie molto più rara del Panda. Quindi, semplicemente, negli ospedali pubblici non si potrà abortire perché non ci sarà più nessuno che garantisce il servizio di interruzione di gravidanza.

Il problema è a monte, e sta tutto nel fraintendimento della definizione di“obiettore di coscienza”; questa pratica è quanto mai legittima e rispettabile quando si parla di costrizioni legislative verso la propria etica, ma non lo è quando si parla di boicottaggio di servizi pubblici per cui liberamente si è scelto di lavorare. Non dimentichiamo inoltre che il vero obiettore di coscienza paga sempre sulla sua pelle la sua scelta a differenza di questi boicottatori che la fanno pagare agli altri, in particolare agli utenti del servizio sanitario pubblico.

Tanto per fare degli esempi concreti esaminiamo qualche caso. Alcuni esercitano obiezione di coscienza nel pagamento della quota delle tasse che lo Stato destina al sostentamento dell’esercito. Le conseguenze sono ritorsioni economiche con il susseguente pignoramento di beni mobili ed immobili. Gli ex obiettori al servizio di leva obbligatoria, invece, hanno scontato la loro scelta con l’interdizione verso tutti i mestieri che comportano l’uso di armi (poliziotto, vigile urbano, polizia forestale ecc.).

Prendiamo ora invece il caso dell’obiettore all’aborto, e stendiamo fin d’ora un velo pietoso sulla totale assenza di verifiche su quanti sono obiettori nel servizio pubblico ma abortisti nella clinica privata. Il presunto obiettore in oggetto cosa sconta nel fare obiezione? Niente, anzi, semmai evita del lavoro che scarica sugli altri colleghi. Ma il fatto è che nessuno ha obbligato questi obiettori (in realtà boicottatori) a fare i medici e tantomeno i ginecologi, è stata una loro liberissima scelta. Questa non è obiezione di coscienza, è anarchia etica.

Facciamo degli esempi di cosa succederebbe se ogni “scelta etica” legittimasse il boicottaggio di leggi e servizi pubblici. Tanto per restare in ambito medico, domani gli integralisti religiosi potrebbero costringerci a essere operati senza anestesia o a rifiutare gli antidolorifici “perché il dolore avvicina a Dio” come diceva Santa Teresa di Calcutta. Un poliziotto o un carabiniere potrebbero cominciare a scegliere quali reati perseguire e quali no in base alla loro etica personale, ad esempio un poliziotto antiproibizionista potrebbe decidere autonomamente di non arrestare gli spacciatori. Un bibliotecario anticlericale potrebbe rifiutare di dare in prestito gli autori cattolici a lui sgraditi. Un farmacista potrebbe rifiutare di vendere anticoncezionali ai ragazzi… ops, scusate, mi dicono che questo già accade!

Insomma tornando all’aborto, se l’istituzione dell’obiezione di coscienza aveva un senso quando fu approvata la legge 194 perché cambiava le regole in corso per chi esercitava la professione medica, oggi il senso non ce l’ha più perché chi sceglie di fare il medico, in particolare ginecologo e anestesista, sa benissimo che l’aborto è legale e deve essere garantito dal servizio pubblico.

Le soluzioni ovviamente ci sono, quello che manca è la volontà politica di toccare le potentissime lobby cattoliche e chi ci rimette, come sempre, sono le donne italiane, cittadine di uno stato incapace di garantire ciò che le sue stesse leggi prevedono. Tra cinque anni, se le cose non cambieranno, si tornerà alle mammane e alla migrazione in Francia, grazie anche (anzi, soprattutto) ai “moderati” politici che per non turbare i rapporti interni del loro partito, o per paura di perdere qualche voto, si guardano bene dall’affrontare tematiche laiche.

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