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Rampini, lettera alla sinistra di F.Bianco

Franco Bianco
www.paneacqua.eu, 4 novembre 2011

“Pre-recensione” al libro di Federico Rampini uscito due giorni fa, “Alla mia sinistra”; ma sostanzialmente, in queste note, viene sollevato un problema tutto politico: le responsabilità della sinistra (di tutti noi) nell’aver capito tardi e male dove andava a parare la “globalizzazione”, ed il problema che essa ha (che tutti noi abbiamo) in ordine alle modalità – se esistono – di uscita dalla crisi

Appartengo alla stessa generazione di cui fa parte Federico Rampini. Lui, per la verità, è nato alcuni anni dopo di me, ma in quegli anni fra la seconda metà dei ’40 e la metà dei ’50 non ci furono discontinuità decisive, il mondo non cambiò molto, e nemmeno l’Italia. Perciò le cose di cui Rampini parla nel suo ultimo libro, ”Alla mia sinistra”, (appena uscito per i tipi di Mondadori: 228 pagg., 18 euro), mi riguardano da vicino, raccontano una storia che la mia (la nostra) generazione ha vissuto con larga partecipazione dei suoi componenti.
Di quel libro Rampini ha detto: «Ho voluto sfogliare il mio album di famiglia, la storia che ho vissuto con un pezzo della sinistra italiana, per capire le ragioni delle nostre sconfitte» (giova ricordare, per inquadrare la storia personale, che Rampini, che aveva studiato in luoghi di eccellenza, cominciò a scrivere per ”Città Futura”, che era il settimanale della FGCI, e poi per ”Rinascita”, che era l’organo ”ideologico” del PCI).

Quello che Rampini dichiara di aver voluto fare, con questo suo ultimo testo, è un compito che competerebbe a molti di noi, non possiamo tirarci indietro da una sorta di ”outing collettivo”. Ce lo impone l’onestà verso noi stessi ed il fatto che, come ha scritto Rampini, abbiamo (più o meno) «figli che affrontano, come tutti i loro coetanei, il mercato del lavoro più difficile dai tempi della Grande Depressione», e quindi le vicende che viviamo ancora ci coinvolgono, direttamente ed indirettamente, nel senso che riguardano sia le generazioni ”in uscita” che quelle che si trovano oggi ad affrontare le condizioni del mondo per costruire il loro futuro; inoltre, non possiamo negare, né a noi stessi né a loro, che di quelle condizioni portiamo, in maggiore o minore misura a seconda delle storie personali, una qualche responsabilità: siamo, come ha scritto Rampini, «una generazione della sinistra occidentale che ha creduto di poter migliorare la società usando il mercato e la globalizzazione».

Qualcuno dirà che non è vero, rifiuterà di sentirsi coinvolto, dirà di essere sempre stato contrario a quello che avveniva (la ”mondializzazione”, o ”globalizzazione”, come la si vuol chiamare): francamente non è vero, la contrarietà è venuta dopo, quando ne abbiamo visto (e finalmente capito, con non poco ritardo – su questo anche studiosi di valore, ad esempio Marco Revelli, sono d’accordo) gli approdi, ma c’è stato tutto un lungo tempo nel quale tutti noi, o larga parte, anche a sinistra ed anche nella sinistra che al tempo si definiva ”radicale”, pensavamo che fosse quello lo sviluppo naturale, che in esso consistessero la modernità ed il progresso; ci sembrava che ad esso corrispondesse lo ”sviluppo delle forze produttive”, un concetto che faceva parte della formazione culturale (o ”ideologica”, se si preferisce) di molti di noi: uno sviluppo che eravamo sicuri – lo avevamo letto, lo avevamo introiettato, ce ne eravamo convinti – ci avrebbe condotti verso albe gloriose di ”liberazione” e di uguaglianza.

La storia faceva il suo corso, pensavamo, e la cosa ci tranquillizzava perché eravamo convinti che l’approdo fosse già scritto, che il senso del cambiamento non potesse che andare verso l’avanzamento, e così la vita dei nostri figli sarebbe stata certamente migliore della nostra. Non è stato così, e dobbiamo cercare di capire perché anche per individuare le possibili vie d’uscita dalle difficoltà che ci affliggono: è questo, credo, che Rampini prova a fare nel suo libro. Ci riguarda. Credo che varrà la pena di leggerlo, e tornarci poi su per ragionare sulle risposte che esso fornisce.

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