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Gli Usa via dall’Iraq ma chi vince?

Immanuel Wallerstein
www.ilmanifesto.it (Traduzione di Maria Baiocchi)

Ormai è ufficiale. Tutte le truppe americane in uniforme saranno ritirate dall’Iraq entro il 31 dicembre 2011. La cosa viene descritta essenzialmente in due modi: uno quelli del presidente Obama, che dice che in tal modo mantiene la promessa elettorale fatta nel 2008. Il secondo è il modo dei candidati presidenziali repubblicani che hanno condannato Obama per non aver fatto quello che dicono volessero i militari americani, ovvero tenere lì un po’ di truppe americane dopo il 31 dicembre in qualità di trainers per i militari iracheni. Secondo Mitt Romney, la decisione di Obama sarebbe il «risultato di un calcolo politico nudo e crudo oppure di pura e semplice inettitudine nei negoziati col governo iracheno».

Entrambe le asserzioni sono insensate, e rappresentano solo giustificazioni per l’elettorato americano. Obama ce l’ha messa tutta, lavorando insieme ai capi dell’esercito Usa e al Pentagono, per tenere le truppe americane in Iraq dopo il 31 dicembre, ma non c’è riuscito, e non per inettitudine ma perché i leader politici iracheni hanno costretto gli Stati Uniti a ritirare le truppe. Quel ritiro segna il culmine della sconfitta statunitense in Iraq, una sconfitta paragonabile a quella subita in Vietnam.

Ma che cosa è successo esattamente? Perché, almeno durante gli ultimi diciotto mesi, le autorità Usa hanno fatto di tutto per negoziare un accordo con l’Iraq un accordo che superasse quello firmato col presidente George W. Bush che stabiliva il ritiro di tutte le truppe entro il 31 dicembre 2011. Non ci sono riuscite ma non perché non ci abbiano provato in ogni modo.

I gruppi più filo-americani sono, per comune riconoscimento, quello sunnita, capeggiato da Ayad Allawi, uomo notoriamente legato alla Cia, e il partito di Jalal Talebani, presidente kurdo dell’Iraq. Entrambi alla fine hanno dichiarato, senz’altro con riluttanza, che era meglio che le truppe americane se ne andassero.

Il leader iracheno che ha cercato in tutti i modi di far rimanere le truppe statunitensi è stato il primo ministro, Nouri al-Maliki. Chiaramente convinto che la scarsa capacità di mantenere l’ordine dell’esercito iracheno avrebbe condotto a nuove elezioni dalle quali la sua posizione sarebbe uscita fortemente minata, con relativa probabile perdita del suo ruolo di primo ministro.

Gli Stati Uniti hanno fatto una concessione dopo l’altra, riducendo costantemente il numero delle truppe che intendevano lasciare. Alla fine si è arrivati a un’impasse per l’insistenza del Pentagono che chiedeva l’immunità rispetto alla legge irachena per i soldati (e i mercenari) americani, di qualunque crimine fossero accusati. Solo Maliki era pronto ad accettare anche quello. In particolare i sadristi hanno annunciato il ritiro del loro sostegno al governo se Maliki avesse accettato. E senza di loro, Maliki non avrebbe avuto la maggioranza necessaria in parlamento.

E allora chi ha vinto? Il ritiro è stato una vittoria per il nazionalismo iracheno e la persona che ha finito per incarnarlo non è altri che Muqtada al-Sadr. È vero che al-Sadr è a capo di un movimento sciita storicamente anti-baathista, cosa che per i suoi seguaci in genere ha significato essere musulmani anti-sunniti, ma al-Sadr si è spostato ormai da un po’ oltre quella posizione iniziale per fare di sé e del suo movimento il campione del ritiro delle truppe americane. È andato incontro ai leader sunniti e a quelli kurdi nella speranza di creare un fronte nazionalista pan-iracheno fondato sulla restaurazione della piena autonomia in Iraq. E ha vinto.

Certo al-Sadr, come Maliki e molti altri politici sciiti, ha passato molti anni in esilio in Iran. Dunque la vittoria di al-Sadr è una vittoria per l’Iran? Non c’è dubbio che l’Iran abbia conquistato maggiore credibilità in Iraq. Ma sarebbe un grosso errore di analisi pensare che l’Iran abbia in qualche modo rimpiazzato gli Usa al centro della scena irachena.

Ci sono tensioni fondamentali tra gli sciiti iraniani e quelli iracheni. Per esempio quelli iracheni hanno sempre ritenuto l’Iraq e non l’Iran il centro spirituale del mondo sciita. È vero che le trasformazioni del quadro geopolitico consumatesi nell’ultimo mezzo secolo hanno permesso agli ayatollah iraniani di presentarsi come dominatori del mondo religioso sciita. Ma questo è simile a quello che successe nel rapporto tra Usa ed Europa occidentale dopo il 1945.

La forza geopolitica degli Usa indusse uno spostamento del rapporto culturale tra le due parti. Gli europei occidentali furono costretti ad accettare la nuova dominazione culturale e politica degli Usa. Lo fecero ma non si può dire che gli sia mai piaciuto. E oggi cercano di recuperare il ruolo dominante. Stessa cosa tra Iran e Iraq. Negli ultimi cinquanta anni gli sciiti iracheni hanno dovuto accettare il dominio culturale iraniano, ma non gli è mai piaciuto e adesso si daranno da fare per recuperare la loro posizione di predominio.

Malgrado le dichiarazioni pubbliche, sia Obama sia i repubblicani sanno che gli Usa sono stati sconfitti. Gli unici americani che non la pensano così sono quei pochi delle frange di sinistra che non possono accettare che gli Usa non vincano sempre e comunque nel campo geopolitico. Quella piccola minoranza è sempre troppo presa a denunciare gli Stati Uniti per tollerare il dato di fatto del loro grave declino.

Quella frangia sostiene che niente è cambiato perché gli Usa hanno semplicemente spostato il loro pezzo forte in Iraq dal Pentagono al Dipartimento di Stato, cosa che ha prodotto due risultati: introdurre una maggior quantità di marines per garantire sicurezza all’ambasciata statunitense e dar lavoro a un maggior numero di addestratori per le forze di polizia irachene. Ma il maggior numero di marines è un segno di debolezza, non di forza. Significa che perfino la superdifesa ambasciata Usa non è al sicuro dagli attacchi. Per lo stesso motivo gli Stati Uniti hanno cancellato il programma di aprire altri consolati.

Quanto agli addestratori, si scopre che stiamo parlando di 115 consulenti di polizia che hanno bisogno di essere “protetti” da migliaia di guardie private. Scommetterei che i consulenti di polizia staranno bene attenti ad allontanarsi il meno possibile dal territorio dell’ambasciata e che sarà piuttosto difficile ingaggiare abbastanza guardie per garantirne la sicurezza, visto che non hanno più la garanzia di immunità.

Non sorprenderà nessuno se dopo le prossime elezioni irachene il primo ministro sarà Muqtada al-Sadr. Né gli Usa né l’Iran faranno salti di gioia.

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Stati Uniti, 2001-2011: mille miliardi spesi per la guerra

In dieci anni le amministrazioni americane hanno continuato a investire in nuovi mezzi. Nonostante questo, l’opposizione repubblicana reclama più soldi per le guerre

In dieci anni di guerra al terrore, l’amministrazione americana ha speso mille miliardi di dollari. Un fiume di denaro che ha raggiunto il suo apice nel 2008, quando la Casa Bianca ha speso in armi 160 miliardi. In questi anni, l’esercito americano ha totalmente rinnovato i mezzi: corazzati potenziati e freschi di restyling, caccia bombardieri ultimo modello e navi racconta il report “What we have bought”, stilato dal Henry Stimson Center. Una spesa colossale che non ha impedito agli Stati Uniti di rimanere impanati in conflitti decennali, come la guerra in Afghanistan.

Il grafico delle spese militari statunitensi disegna una curva che non accenna a scendere. Dai 62 miliardi del 2001 si è passati a 135,8 nel 2010. Nonostante questo, l’opposizione repubblicana sostiene che i mezzi militari siano ancora vecchi e poco funzionanti. Come il senatore californiano Buck McKeon, che gridava alla commissione sulle armi e sui servizi di Capitol Hill di “pensare a quie giovani che tutti i giorni pattugliano le strade dell’Afghanistan”, prima di tagliare le voci di spesa.

In questo decennio, le amministrazioni americane hanno messo le mani nelle tasche dei contribuenti non solo per finanziare l’annuale fondo per la Difesa. Il 22 percento dei mille miliardi, infatti, proviene da altre voci di spesa, le “supplemental war fundings”, con cui di solito si sostengono le missioni quotidiane e non i finanziamenti per acquistare le armi. Chi vota contro, scrive il giornale no profit Mother Jones, “rischia di esporsi ed essere accusato di non dare aiuto alle truppe sul campo”.

Una delle più consistenti voci di spesa è stato l’ammodernamento della flotta aerea. C-17 e F-22 dovevano prendere il posto dei vecchi velivoli di epoca reganiana. Fatto sta che per i 220 nuovi mezzi comprati negli ultimi dieci anni, il costo è stato di 374 miliardi. Ogni singolo aereo è costato otto volte di più rispetto ad un mezzo comprato tra gli ’80 e i ’90. E all’epoca il parco aereo americano contava più di duemila velivoli.

A terra, gli Stati Uniti schierano da una decina di anni nuovi carri armati Abrams e nuovi nuovi corazzati Strykers. “L’Esercito – si legge nel report – ha modernizzato praticamente l’intero parco dei mezzi di terra, mentre il piano originale prevedeva un rinnovamento più modesto”. Stesso discorso per la Marina: il piano prevedeva circa 214 miliardi da spalmare in dieci anni. Conti alla mano, invece, emerge che i Marines hanno ricevuto ogni anno più di 105 miliardi di dollari. “All’inizio della seconda decade del ventunesimo secolo – si legge nel report – l’esercito degli Stati Uniti vanta le capacità e le tecnologie più avanzate del mondo”. I contribuenti americani ringraziano.

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