Home Chiese e Religioni Il valore della diversità ma anche dell’evoluzione delle culture

Il valore della diversità ma anche dell’evoluzione delle culture

Ileana Montini
www.womenews.net

A proposito di un articolo di Patrizia Khadija Dal Monte pubblicato su Islam online»

Il nuovo leader libico, Mustafa ‘Abbd al-Jalil, presidente del Consiglio nazionale di transizione (CNT), ha più volte dichiarato che la Sharia sarà il riferimento principale del Paese liberato dalla dittatura gheddafiana.

Per farsi capire, scrive il noto intellettuale musulmano Tarik Ramadan, ha parlato di sharia e di poligamia, “sapendo che ai musulmani libici, spinti dall’emozione, stava così offrendo la prova della sua totale indipendenza (tali riferimenti essendo chiaramente demonizzati in Occidente).” Di più: “ Per la Francia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti è stato un modo per mostrare al mondo che la Libia era ora ‘libera e indipendente’. Era giunto il momento per la Nato di permettere alla nuova Libia di costruire il suo futuro facendo riferimento alle proprie tradizioni. “

In Altri termini, rileva l’intellettuale arabo così controverso in Europa, “le sollevazioni arabe dimostrano che i popoli della regione aspirano alla libertà, dignità e giustizia, ma non sono disposti a tradire le loro tradizioni e credenze religiose. “.Come d’altronde dimostra la vittoria in Tunisia del partito islamista Ennahda nelle recenti elezioni dell’Assemblea Costituente. I partiti conservatori che si richiamano all’Islam vogliono aprirsi all’economia di mercato, ma preservando l’identità islamica della nazione”.

The Voice Of Libyan Women, movimento delle donne libiche che hanno aderito alla rivoluzione, ha naturalmente reagito male, perché oltretutto, Jalil le ha ringraziate, ma solo in qualità di “madri, sorelle e mogli” e ha chiesto l’abolizione della legge attuale che impone a un uomo di ottenere il consenso dalla prima moglie prima di sposare un’altra donna.

Si noti: per Ramadan, che di solito tieni i piedi in due staffe, è una buona posizione strategica perché rivolta agli uomini per rassicurarli. Rassicurarli di che cosa? Che mai si concederà uno status di eguaglianza alle donne, sia nel privato sia nella sfera pubblica, politica. L’intervento di Tarik Ramadan si può leggere su Islam-online (Giocare con l’Islam, nov.11).

Riferirsi all’identità islamica da preservare o riaffermare, cosa vuol dire? Probabilmente che la creazione di uno stato deve presupporre la dipendenza dalla religione. Come mai l’articolo è apparso su Islam online, autorevole voce dell’Islam delle moschee italiane?

In ottobre, seconda metà, si è svolto un convegno (“L’Islam in Italia tra fondamentalismo e islamofobia”) organizzato dalla rivista Confronti. Vi ha tenuto una relazione Patrizia Khadija Dal Monte pubblicata in seguito proprio su Islam online con il titolo “La donna musulmana tra identità e integrazione”. L’autrice cita più volte e per esteso Tarik Ramadan. Lo cita anche proposito dell’uso del termine integrazione ormai usato,o abusato, in maniera generica.

Perché, si chiede (insieme a Ramadan) si pensa in Italia di dover lavorare per l’integrazione di persone di prima, seconda o terza generazione di fatto già “integrati”? Sarebbe più proficuo parlare di partecipazione e di contributo per promuovere il pluralismo, l’istruzione, la dignità umana, ecc.
Un punto di vista certamente condivisibile.

La Khadija Dal Monte, entrando nello specifico del tema della sua relazione, distingue tre fasce di donne musulmane in Italia: le donne di prima generazione cresciute totalmente in altre culture, quella della generazione delle figlie “ che mostrano i tratti di una cultura ibrida “ e, infine, ci sono le convertite italiane.

La “questione femminile” presenta, nel mondo musulmano, tre varianti di pensiero. Una ritiene “il vero femminismo nel mondo musulmano” frutto dell’ “accettazione del modello della donna occidentale”. Un’altra, “di tipo tradizionalista e conservatore“, si propone “come continuità al background già acquisito”, o anche come reazione alla paura dell’occidentalizzazione. La terza infine “si situa nell’ambito del riformismo legalitario che continua a ritenere fondante il riferimento religioso, ma esercita la sua critica anche verso l’interno, ed è tesa a recuperare il modello genuino di femminilità della Rivelazione “.

Tutte e tre sarebbero presenti in Italia. Addirittura “alcune giovani donne “ inclinerebbero verso la corrente più tradizionalista per sentirsi come protette dalle religioni. Le conseguenze della linea più tradizionalista sarebbero la conferma dell’autorità maschile e la fissità dei ruoli. Insieme ai vantaggi come il potersi garantire i riferimenti alle reti parentali e comunitarie. Spesso però con la religione si radicano in Italia “tradizioni culturali che impropriamente le sono associate “. Si riferisce alle comunità pakistane notoriamente più chiuse?

L’autrice dell’’articolo nonché relatrice, sembra propendere per il femminismo islamico inteso come la corrente che definisce l’identità della donna musulmana a partire dalle “Fonti della religione”, cioè il Corano e la Sunna.
Il F.I. tenderebbe a “recuperare il modello genuino di femminilità della Rivelazione, sfrondandolo dalle successive aggiunte culturali, operando nuove possibili interpretazioni, mettendo in luce i versetti e gli hadith che adducono a una visione egualitaria dei generi.”. Più o meno com’è accaduto nel femminismo cattolico dopo il Concilio Vaticano II che aveva liberato possibilità e speranze. Perfino la speranza di rompere la rigidità della casta sacerdotale con l’introduzione dell’ordinazione delle donne.

L’esegesi, l’interpretazioni delle Fonti (il Corano, l‘Antico e il Nuovo Testamento) è pur sempre l’esito delle varie soggettività umane; con nessuna certezza di …raggiungere la vera -Verità.

Comunque, l’autrice precisa bene il pensiero, che mi pare maggioritario nell’ ambito dell’UCOII (Unione delle Comunità Islamiche in Italia), ribadendo un principio fondamentale: l’uguaglianza va bene, ma nell’ambito della complementarietà. Complementarietà che così spiega: “è coscienza del valore della diversità tra femminile e maschile, della diversità come elemento essenziale alla completezza della coppia e della società. “. Accusando poi un presunto monolitico “pensiero occidentale “ che rifiuterebbe i concetti di natura. L’on. Giovannardi, il cattolicissimo sottosegretario con delega alle Politiche per la Famiglia, la pensa esattamente così. E così la pensano il Papa e la Conferenza Episcopale Italiana.

O, per meglio dire tutta la sub cultura cattolica italiana è profondamente radicata in questo pensiero dei ruoli presunti naturali. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti, cioè la profonda arretratezza sociale del Paese rispetto al genere femminile ; dove, per esempio, la conciliazione dei tempi non è mai diventata sapere condiviso in Parlamento o nel Paese delle scuole di ogni ordine e grado. Dove, proprio per l’esaltazione mistica del ruolo materno scarseggiano asili e scuole materne. Dove i ruoli alti dalle università agli ospedali, alla carriera in magistratura, nella ricerca ecc., continuano a registrare presenze femminili irrilevanti. Siamo il paese dove le donne vengono colpevolizzate se non si curano personalmente dei figli anche a rischio della salute mentale e fisica (in nome dei ruoli “naturali”) ; siamo il Paese dove le donne accettano di usare il proprio corpo giovane per diventare visibili o acquisire potere.

In conclusione l’autrice rivendica il diritto “di una cultura a mantenere le proprie peculiarità quando queste non siano in contrasto con i principi costituzionali, sul diritto di una comunità di interpretare i propri segni , e di maturare al proprio interno una modernità in rapporto ai agli stessi che non ricalchi obbligatoriamente il percorso occidentale.”

A parte il fatto che le culture evolvono proprio perché soggette volenti o nolenti alle contaminazioni e alla evoluzione , difficile capire cosa s’intende per “percorso occidentale”. Anche il cosiddetto Occidente è una commistione di storie e di culture, di contaminazioni (in Italia anche arabe!) e di religioni cristiane (nel passato), di pensiero politico.

Khaled Fouad Allam riporta, nel suo ultimo libro (L’Islam spiegato ai leghisti, ed.Piemme,2011)il pensiero di Jacques Derrida in una conferenza al Parlamento Europeo: “ Si tratta di sapere come trasformare e far progredire il diritto, e di sapere se questo progresso è possibile in uno spazio storico che si tiene tra la legge di un’ospitalità incondizionata, offerta a priori a ogni altro, a ogni arrivante, chiunque sia, e le leggi condizionate di un diritto all’ospitalità senza il quale la legge dell’ospitalità rischierebbe di restare un pio desiderio, irresponsabile, senza forma e senza efficacia, cioè si pervertirsi a ogni istante”.

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