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La forza di Assisi nonostante Ratzinger di L.Sandri

Luigi Sandri
(testo giunto tramite e-mail)

Suggerisce alcuni interrogativi la Giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo, sul tema “Pellegrini della verità, pellegrini della pace”, convocata da Benedetto XVI ad Assisi il 27 ottobre, nel 25° anniversario del primo, e storico, incontro del genere voluto da Giovanni Paolo II.

Nel 1986, i rappresentanti delle religioni ebbero momenti ufficiali di preghiera: non insieme, ma simultaneamente, ogni gruppo a sé, in una sala o in una chiesa. Perciò monsignor Lefebvre gridò al “sincretismo”, e il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, prudentemente disertò Assisi. Nel 2000 il porporato firmò la dichiarazione Dominus Iesus nella quale affermava: le religioni non cristiane sono «oggettivamente deficitarie». Diventato papa, l’ha riproposta.

Perché, dunque, ha voluto ripetere Assisi? Forse preoccupato per la situazione del pianeta, solcato da tremende violenze che spesso si ammantano di motivazioni religiose; ma, anche, deciso a cancellare dalla Giornata un elemento invece costitutivo per Wojtyla, la preghiera, lasciando questa – secondo il programma ufficiale – alla decisione privata e personale per il dopo-pranzo, quando i presenti per un’oretta avrebbero raggiunto le stanze loro assegnate in un convento.

Tale scelta minimizzante, per impedire ogni parvenza di “sincretismo”, non ha però rabbonito i lefebvriani (quelli con i quali Ratzinger vuole a tutti i costi una “riconciliazione”, al prezzo di rendere “relativo” l’insegnamento del Concilio Vaticano II); essi, infatti, il 27 ottobre hanno invitato a pregare e digiunare per riparare lo «scandalo» di Assisi.

Il silenziamento della preghiera è la punta dell’iceberg che fa intravvedere la difficoltà, per il pontefice, di rapportarsi con le altre religioni: facile (relativamente) farlo per cercare di favorire la pace, assai difficile sul piano teologico, e cioè su quello dello “statuto” che esse hanno nel piano di Dio sul mondo.

In questi anni, in campo cattolico, sono state proposte ipotesi ardite per affrontare in modo nuovo tale problematica, ma Ratzinger ha sbarrato questa strada. Nel suo discorso, Benedetto XVI ha ricordato che nel mondo cristiano – come in altre religioni – spesso ci si è ammantati di pretesti religiosi per giustificare la violenza; e di provare, per questo, «vergogna».

Ammissione importante, ma che andrebbe approfondita, perché le deplorate violenze non sono state compiute da cristiani che impudentemente strumentalizzavano l’Evangelo ma, in passato, furono benedette da papi e da Concili. È forse “relativo” anche il magistero? Il pontefice ha ribadito che l’ateismo sistematico porta a conseguenze esiziali e, infine, a crudeltà inaudite; la storia ne porta molti esempi, soprattutto nel XX secolo.

Ma, ha aggiunto, vi sono anche “non credenti” che, tuttavia, vanno alla ricerca di Dio; e ne ha invitati quattro ad Assisi – altra novità, rispetto al 1986 – lodandoli per il loro pellegrinaggio verso la verità. Esistono, certo, di queste persone; ma ve ne sono molte altre felicemente atee o agnostiche, eppure generosamente dedite alla causa della giustizia e della pace.

Il pontefice ha però difficoltà ad inquadrare, nella sua visione del mondo, questa “categoria”. Infine, moltissimi di quanti hanno visto in tv lo spettacolo di Assisi forse avranno pensato: tutte le religioni sono buone, l’importante è che ognuna di esse collabori per la pace. E così la forza delle immagini ha confermato proprio quella tesi che da una vita Joseph Ratzinger cerca di contraddire.

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