Home Politica e Società Uscire (al femminile) dalla crisi

Uscire (al femminile) dalla crisi

Mariella Gramaglia
la Stampa, 3 novembre 2011

E’ tornato di moda Max Weber? L’idea, cioè, che l’etica protestante nutra lo spirito del capitalismo e la disposizione efficiente al lavoro? E’ possibile, a giudicare da come l’Europa mediterranea si faccia piccola e tremante di fronte all’autorevolezza calvinista della signora Merkel.

Ma due economisti (Francesco Pastore e Simona Tenaglia) su www.ingenere.it, rivista femminista on line, aggiungono alla torta molto più di una ciliegina. Disegnati due assi cartesiani, posta sull’asse delle ascisse la percentuale di cattolici e ortodossi in ogni Paese dell’Unione Europea e su quella delle ordinate il tasso di occupazione femminile, si ottiene una curva decrescente quasi perfetta. Quanti più pope e sacerdoti si curano delle anime in un Paese, quanto meno le donne lavorano. Si passa da uno scarto fra occupazione maschile e femminile quasi inesistente nel Nord Europa al 32% di Italia e Grecia. E non è l’antica storia del modello sociale virtuoso delle socialdemocrazie nordiche. Lettonia e Lituania si collocano in cima alla curva, Polonia e Romania in fondo, insieme a noi e ai greci. La caduta del muro di Berlino è stata digerita e le pedine si sono sistemate ordinatamente ai loro posti come nulla fosse stato.

I due economisti, fatte salve tutte le prudenze del caso, si chiedono se nella vicenda non abbia un peso Giovanni Paolo II, la sua concezione del «genio femminile» applicato alla cura e alla relazione, che inibisce alle donne non solo il lavoro, ma anche l’ambizione, il gusto di fare e di essere leader così diffusi nel mondo protestante. Insomma, la loro analisi è basata sul realismo e sulla dimensione competitiva, sulla risorsa per la crescita che il lavoro femminile rappresenta in tante democrazie più robuste della nostra.

Negli stessi giorni, curiosamente, il femminismo italiano esprime un’analisi del tutto diversa, basata, invece, sulla cooperazione e sulla narrazione. Si tratta del lavoro a più mani «La cura del vivere», comparso sulla rivista «Leggendaria» e presentato alla Casa delle donne di Roma dalla scrittrice Letizia Paolozzi. Sull’invito e sul frontespizio della rivista compare, capo coperto, tenerissima, morbida e dedita al suo bambino che la osserva, una Madonna del Sansovino. Come se, nella totale assenza di un orizzonte di speranze secolari, anche per intellettuali di formazione laica la sacralità rappresentasse una grande metafora di valori e di connessione del mondo. Del resto persino i Black Bloc, che hanno scorrazzato per Roma il 15 ottobre, devastanti come nuovi lanzichenecchi, di una sola cosa hanno chiesto scusa: di aver ridotto a un torso informe la statua della Vergine nella chiesa di San Marcellino.

Cura del vivere – spiegano le autrici – è diverso dal lavoro di cura, dalle cinque ore al giorno che mediamente una donna dedica ai suoi cari o dalle fatiche del milione di badanti straniere che ogni giorno presidiano le nostre retrovie. C’è un di più, uno scarto che non si scambia con moneta.

Un atteggiamento affettuoso, gentile, dell’anima che può essere applicato al mondo e non solo agli affetti. Per salvare la politica dall’incuria, dalla slealtà, dal vuoto violento delle sue parole. Per esercitare una manutenzione (che è poi tenere in mano, sostenere, come fa la madre con il bambino) verso l’ambiente, la natura, i monumenti che ci circondano, per non disprezzare la fragilità, per non scegliere il rancore e il populismo rinserrato nei piccoli confini del proprio borgo.

Utopia contro realismo? Cooperazione contro competizione? Morbidezza mediterranea contro efficienza nordica? Punti di vista inconciliabili? Non sono sicura. Da una crisi così profonda come la nostra si esce con i programmi pratici ma anche con i simboli, autorizzandosi a credere che un patto nuovo sia possibile. Un patto gentile.

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