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Per un futuro dei giovani bisogna rilanciare la scuola di M.Vigli

Marcello Vigli
www.italialaica.it

17.11.2011 – Fra i temi ricorrenti nelle esternazioni del Presidente incaricato è stato molto presente quello dei giovani. Ne ha perfino ricevuto una delegazione – non sappiamo quanto rappresentativa ma dal grande valore simbolico – in sede di consultazioni prima di sciogliere la riserva. L’intento mediatico è stato raggiunto, ma sono emersi anche interrogativi sulla capacità di trovare soluzioni ai loro problemi. A tanta enfasi infatti non ha corrisposto, ad esempio, un chiaro discorso sulla scuola e sull’università. Si sono perciò diffuse congetture sul loro futuro.

Certo ha suscitato notevole perplessità la condivisione dell’opera svolta dalla ministra Gelmini da lui espressa in un editoriale del 2 gennaio scorso sul Corriere della Sera. In esso si è rallegrato della fine della priorità data alla rivendicazione ideale, su basi di istanze etiche, rispetto alla rivendicazione pragmatica, fondata su ciò che può essere ottenuto perché, a suo dire, avrebbe permesso la realizzazione di due importanti riforme dovute a Mariastella Gelmini e a Sergio Marchionne. Grazie alla loro determinazione, verrà un po’ ridotto l’handicap dell’Italia nel formare studenti, nel fare ricerca, nel fabbricare automobili.

A dir la verità da quella riforma la scuola pubblica statale, è stata messa in ginocchio da tre anni di scriteriati e pesantissimi tagli come hanno denunciato le Associazioni della scuola in un loro appello al Presidente quando era ancora incaricato.

In esso avevano chiesto, inoltre, che il nuovo ministro dell’istruzione rappresenti in modo inequivocabile la scuola pubblica statale, che è il fondamento del nostro sistema scolastico ai sensi dell’art. 33 c.2 della Costituzione. Era una richiesta legittima se si riflette sulle voci che si erano diffuse sulle candidature al Ministero della Pubblica Istruzione di due “cattolici doc”: Andrea Riccardi e Lorenzo Ornaghi senza che ci fossero reazioni da parte delle forze politiche democratiche

Il silenzio rivela una grave insensibilità che le sorti della Scuola italiana sia affidata ai “cattolici” ignorando che il processo della sua riforma è stato ostacolato proprio dalla loro pretesa di equiparare ad essa le scuole confessionali in aperto contrasto con la Costituzione.

Avevano scritto sul loro sito www.cdbitalia.it le Comunità cristiane di base.

Non c’è da meravigliarsi di tante preoccupazioni, ma solo da rallegrarsi che almeno queste ultime siano state scongiurate.

Non si può ignorare infatti che la difesa e il rilancio della scuola statale hanno cessato da tempo di essere una priorità per chi dovrebbe ben sapere che la laicità delle Istituzioni è condizione prima per la loro democraticità.

Si è iniziato con il nuovo Concordato craxiano che ha ri-legittimato la presenza dell’insegnamento della religione cattolica gestito dalla gerarchia, pur facoltativo, ma all’interno dell’orario obbligatorio delle lezioni.

Un colpo decisivo è stato inferto, alcuni anni dopo, dal ministro Luigi Berlinguer con la legge che inserisce le scuole private, in maggioranza confessionali, in un inedito sistema scolastico integrato a parità con le scuole pubbliche, statali o gestite da Enti locali.

Sperava, forse, di riceverne in cambio il sostegno dei clericali alla sua riforma, che non ha avuto il tempo di essere attuata per la caduta del governo.

E’ stata immediatamente cancellata da quella della ministra Moratti, non abrogata dal suo successore, il diessino Fioroni, e aggravata dalle novità introdotte dalla Gelmini delegata di Comunione e Liberazione nel governo Berlusconi.

Se non bastasse la Lega, e non solo, ha da tempo scatenato la battaglia per promuovere la conferma della presenza del crocefisso nelle aule e dirigenti scolastici zelanti accompagnano l’inizio dell’anno scolastico con cerimonie religiose e/o accolgono nelle scuole le visite pastorali di vescovi.

Emblematico quanto è avvenuto il 7 ottobre scorso nella scuola media statale “Corrado Melone” di Ladispoli dove, durante l’orario delle lezioni, mons. Gino Reali, vescovo delle diocesi, ha risposto alle domande degli alunni, impartito la benedizione dei nuovi crocifissi, da consegnare a professori ed alunni, e a tutti gli studenti.

Alla richiesta di chiarimento del Comitato Nazionale Scuola e Costituzione, che rilevava l’inammissibilità della visita in una lettera inviatagli qualche giorno prima dell’evento, il dirigente scolastico ha risposto spiegando che il vescovo è stato inserito nel Piano dell’Offerta Formativa nell’ambito di una serie di incontri con “esperti”, alla stregua di altri studiosi e ricercatori.

Ancora più grave è un’altra valutazione contenuta nella sua risposta nella quale configura l’intervento del vescovo come un’attività didattica come un approfondimento critico di una disciplina insegnata nella nostra scuola, come già avvenuto per motoria, scienze, cittadinanza, italiano, eccetera.

Questa inconcepibile confusione fra una disciplina facoltativa, l’insegnamento della religione cattolica, e quelli obbligatori dà la misura della responsabilità di chi ha fin qui favorito l’affermarsi nelle scuole dell’idea che la laicità è un optional.

Sarà compito del nuovo ministro trasformare la sua nomina, che ha scongiurato la presenza di un cattolico doc alla guida del Ministero, in un chiaro segnale d’inversione di tendenza che restituisca alla scuola la sua funzione di formazione dei giovani all’esercizio della sovranità.

Serve un altro segnale altrettanto urgente per indicare che si rinnega la logica ispiratrice di chi sostiene che le scuole sono troppe, costano troppo e devono essere eliminate, ma in realtà intende smantellare la Scuola pubblica statale: si abroghi o almeno sospenda il dimensionamento in corso imposto dalla legge finanziaria.

Solo così sarà certo che la scuola non ha da temere dall’avvento del nuovo governo, che il Manifesto definisce dei banchieri di Dio e che l’Agenzia Adista aveva preconizzato sarebbe nato dall’Incontro di Todi.

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