Home Politica e Società E’ crisi: serve investire nella cultura del capitale naturale

E’ crisi: serve investire nella cultura del capitale naturale

Gianfranco Bologna
www.greenreport.it

E’ veramente singolare che i pesanti provvedimenti che diversi paesi, compresi il nostro, stanno adottando per cercare di evitare una dimensione catastrofica di tipo economico e finanziario non prevedano innanzitutto un serio investimento culturale, sociale, istituzionale, imprenditoriale, scientifico, formativo, economico e finanziario nel valore del capitale naturale. I sistemi naturali che costituiscono la base fondamentale per le nostre economie ed il nostro benessere, come ormai ultra documentato da una ricchissima letteratura scientifica e da recenti importantissimi rapporti internazionali, patrocinati dalle Nazioni Unite, quali il Millennium Ecosystem Assessment (vedasi www.maweb.org) e il The Economics of Ecosystems and Biodiversity (vedasi www.teebweb.org ),

sono ancora profondamente ignorati, non vengono, purtroppo, messi al centro di una profonda riformulazione degli attuali “impianti” economici che, invece, si sono chiaramente dimostrati fallimentari.

Investire in natura, creare finalmente le basi della tanto declamata Green Economy, abbandonare visioni di crescita economica materiale e quantitativa che sono ormai giunte al capolinea, trascinandosi un deficit ecologico spaventoso e un impoverimento drammatico della giustizia sociale e dell’equità, avviare finalmente meccanismi di prosperità senza crescita (come sono illustrati nello splendido volume di Tim Jackson, dall’omonimo titolo, e del quale abbiamo già lungamente parlato nelle pagine di questa rubrica), questa è la strada veramente da intraprendere con urgenza e rapidità.

E mentre la nostra nuova manovra economica governativa persegue meccanismi obsoleti senza investire nella salvaguardia del nostro splendido territorio, ricostituendo la linfa vitale del nostro Bel Paese, e nella riduzione dei nostri input di energia e materia nella produzione di beni e servizi, la stessa Unione Europea, attraverso la sua Commissione, ha più volte fatto presente come un elemento centrale della cosidetta “Strategia 2020” è proprio quello della sostenibilità e dell’utilizzo efficiente delle risorse, quindi della riduzione del peso del nostro metabolismo naturale verso i metabolismi dei sistemi naturali.

La Comunicazione della Commissione Europea al Parlamento ed al Consiglio Europeo del settembre di quest’anno sulla road map dell’uso efficiente delle risorse si pone come prospettiva il seguente obiettivo: entro il 2050 l’economia dell’Unione Europea sarà cresciuta in maniera da rispettare i vincoli imposti dalle risorse e i limiti del pianeta, contribuendo in questo modo ad una trasformazione economica globale. L’economia sarà competitiva, inclusiva e offrirà un elevato standard di vita, con impatti ambientali notevolmente ridotti. Tutte le risorse – materie prime, energia, acqua, aria, terra e suolo – saranno gestite in modo sostenibile. Saranno stati conseguiti importanti traguardi nella lotta contro i cambiamenti climatici, mentre la biodiversità e i relativi servizi ecosistemici saranno stati tutelati, valorizzati e in larga misura ripristinati.ù

Migliorare l’efficienza delle risorse è la strada da seguire per realizzare queste prospettive in quanto consente all’economia di creare di più con meno, generando un valore più elevato con meno input, utilizzando le risorse in modo sostenibile e minimizzando il loro impatto ambientale. In pratica ciò presuppone che le scorte di tutti i beni ambientali di cui l’Unione Europea dispone o che si procura siano sicure e gestite entro i limiti della loro resa sostenibile. Presuppone inoltre che i rifiuti residui siano quasi inesistenti, che gli ecosistemi siano stati ripristinati e che i rischi sistemici per l’economia legati all’ambiente siano stati capiti ed evitati. Occorrerà un’altra ondata di innovazioni.

In questo ambito la stessa Unione Europea sta ormai assumendo come importanti punti di riferimento per le politiche di una nuova economia verso la sostenibilità, un set di indicatori che nascono dalla lunga ricerca ed elaborazione di tanti studiosi in tutto il mondo e, in ambito europeo, soprattutto da parte del Wuppertal Institute per il clima, l’ambiente e l’energia tedesco e del Sustainable Europe Research Institute (SERI) austriaco. Recentemente un team di noti ricercatori del SERI ha pubblicato, su di una nota rivista scientifica un interessantissimo lavoro che riassume gli indicatori di uso delle risorse (Stefan Giljum, Eva Burgeer, Friederich Hinterberger, Stephan Lutter e Martin Bruckner, 2011, A comprehensive set of re source use indicators from the micro to the macro level, Resources, Conservation and Recycling 55; 300-3008).

Gli studiosi riassumono nel loro lavoro le categorie dell’utilizzo delle risorse (risorse abiotiche, risorse biotiche, aria, acqua, e suolo), gli indicatori di input (i flussi di materia, i flussi di energia, l’impronta idrica, l’uso del suolo) e gli indicatori di output e gli indicatori aggregati (l’impronta di carbonio, l’impronta ecologica, l’impronta di suolo).

Questi set di indicatori sono ormai utilizzati da grandi associazioni ambientaliste come il WWF (affiancato da un autorevole Comitato Scientifico e dal supporto di dipartimenti universitari di prestigio) per accompagnare le imprese in percorsi di un serio sustainability engagement.
Proprio recentemente sono stati resi noti gli impegni di riduzione di Mutti (leader di mercato nella produzione di concentrato, passata e polpa di pomodoro) insieme al WWF relativamente alla propria impronta idrica e di carbonio. L’azienda si impegna a ridurre le emissioni di anidride carbonica del 19% e l’impronta idrica del 3% entro il 2015.

Mutti è la prima azienda in Italia, e tra le poche al mondo, ad aver calcolato i consumi di acqua della propria produzione, dalla coltivazione del pomodoro al prodotto finito, avvalendosi del supporto scientifico del WWF e del Dipartimento per l’Innovazione dei sistemi Biologici, Agroalimentari e Forestali dell’Università della Tuscia di Viterbo (vedi link a fondo pagina). L’obiettivo di riduzione è tanto più importante se si pensa che a livello globale il 70-80% dell’acqua viene utilizzato per scopi agricoli (44% in Italia), ma che la fornitura di acqua, richiesta dalla continua crescita della popolazione e della produzione alimentare mondiale, ha già raggiunto la soglia critica in molte regioni, anche in Europa.

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