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La corporazione vaticana contro l’Italia

Paolo Bonetti
www.italialaica.it

08.12.2011 – Si susseguono gli appelli del governo Monti e delle forze politiche che lo appoggiano alla solidarietà nazionale, alla necessità di sobbarcarsi a sacrifici indispensabili per salvare il paese dalla bancarotta. Si colpiscono ferocemente i ceti sociali medio-bassi con provvedimenti talmente iniqui da suscitare le lacrime della stessa ministra del welfare, si interverrà prossimamente con provvedimenti sul mercato del lavoro che dovrebbero, in prospettiva, aumentare l’occupazione giovanile, ma il cui effetto immediato sarà quello di rendere ancora più precaria la situazione di coloro che il lavoro lo stanno perdendo, mentre stanno esaurendosi i tradizionali ammortizzatori sociali.

Apparentemente sembra che anche la Chiesa cattolica, che possiede circa il venti per cento del patrimonio immobiliare italiano, partecipi a questa specie di espiazione collettiva per gli errori di politica economica che sono stati commessi negli ultimi decenni e che il governo Berlusconi ha aggravato oltre ogni limite di sicurezza. Sembra, ma non è così. In realtà la Chiesa offre, come è sua consuetudine, prediche, ammonimenti, esortazioni e deprecazioni. Quando, però, si scende al concreto e le si chiede di rinunciare a qualcuno dei privilegi di cui gode, la Chiesa si comporta come la più egoistica delle corporazioni, quelle corporazioni che da decenni divorano l’Italia e contro cui il governo Monti dovrebbe avere il coraggio di prendere finalmente provvedimenti efficaci.

Le gerarchie cattoliche e gli organi giornalistici che le rappresentano si difendono con gli stessi argomenti che adoperano tutte le lobby che vedono i loro interessi messi in discussione: non è vero che godiamo di certi privilegi, abbiamo già dato, non dimenticate l’importante funzione sociale che noi svolgiamo, le vostre sono menzogne rivolte a colpire un nemico ideologico, e via di seguito. Ma sono i dati di fatto a invalidare queste giustificazioni e anche Italialaica, assieme ad organi di stampa certamente non sospetti di anticlericalismo, documenta da molto tempo una situazione insostenibile che sottrae al paese un gettito fiscale cospicuo e crea disparità di trattamento fra i cittadini.

La Chiesa gioca furbescamente sull’ambiguità della legge che le consente di evitare, in molti casi, di pagare quelle imposte che noi cittadini comuni non possiamo evitare. C’è una grande nebbia che avvolge l’intera questione delle proprietà ecclesiastiche e delle attività commerciali ad esse legate: troppe volte, dietro un supposto carattere religioso o benefico di certe associazioni, si nasconde una realtà molto profanamente speculativa. Perché tanta paura di una verifica rigorosa che separi, evangelicamente, il grano dal loglio e disboschi la gramigna che si è insinuata in mezzo ad iniziative effettivamente benefiche?

Ciascuno di noi conosce benemerite organizzazioni di volontariato cattolico, che svolgono una reale funzione di supplenza nei confronti di un welfare pubblico troppo spesso carente, ma conosce anche preti affaristi e intrallazzatori (le cronache dei giornali ne sono, da decenni, piene) che si fanno scudo della religione per perseguire obbiettivi che con la fede hanno poco a che fare. La Chiesa sa benissimo che non è possibile servire contemporaneamente Dio e Mammona. Invece di negare pervicacemente quello che è sotto gli occhi di tutti, collabori piuttosto a salvare le vere opere di religione e di carità dalla ambigua compromissione con attività che si propongono ben altri scopi.

In questi ultimi anni la Chiesa ha visto progressivamente diminuire, agli occhi dell’opinione pubblica, la sua credibilità e affidabilità morale. Molte ricerche demoscopiche lo certificano senza ombra di dubbio. Ad alimentare la diffidenza e lo scetticismo non sono stati l’ateismo militante o l’anticlericalismo ideologico; sono stati piuttosto, e in troppe occasioni, la divaricazione evidente fra il dire e il fare, fra gli inviti alla solidarietà e la difesa a oltranza di privilegi che consentono alla Chiesa di continuare a mantenere, nonostante la secolarizzazione dei costumi, una presa economica sulla società italiana che si traduce, poi, in capacità di orientamento ideologico nei confronti di quelle forze politiche che ad essa si rivolgono per averne il sostegno elettorale.

Lo Stato italiano si è umiliato fino al punto, con l’otto per mille, di diventare il suo esattore fiscale, le ha concesso, in materia, trattamenti particolari, ha finanziato le sue scuole e i suoi ospedali, ha pagato il conto di numerose manifestazioni papali in giro per l’Italia e per il mondo, ha varato, per farle piacere, leggi che negano a molti italiani alcuni fondamentali diritti civili; si è, in definitiva, sobbarcato il carico pesantissimo, economico e ideologico, di un altro Stato, quello Vaticano, che grava su di noi, credenti e non credenti, come fosse una croce che siamo tutti costretti a portare non si sa bene per quale peccato commesso o quale redenzione a cui aspirare.

La via d’uscita da questa paradossale situazione non può che essere la separazione, come accade civilmente in quei matrimoni che ormai procurano soltanto sofferenza a coloro che li hanno contratti. Ma il governo Monti è un governo ipercattolico e certamente è contrario al divorzio.

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