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Monti, la manovra della depressione

Fabrizio Casari
www.altrenotizie.org

Non ci si sono molti margini, dice Monti nel salotto ruffiano della tv, per modificare la manovra. E’ forse l’unica verità che abbiamo sentito in questi giorni, dal momento che alterarla nella sostanza, fosse pure per alcuni capitoli, implicherebbe il venir meno della ratio politica della stessa. Che si fonda su una lettura della crisi e di come uscirne tutta a vantaggio dei poteri forti a favore dei quali il governo Monti lavora. Una manovra, quella orchestrata, che definire iniqua è un eufemismo, visto che toglie diritti e salvaguarda privilegi. Non fatta, come dice il professore, per salvare l’Italia, ma per ristrutturarla in favore delle nuove necessità di chi comanda.

Preliminarmente va detta una cosa: i facili entusiasmi che si sono scatenati per la riduzione dello spread, andrebbero attribuiti a tre aspetti, dei quali solo uno oggetto della manovra, cioè quello nella quale lo Stato s’impegna a garantire le esposizioni bancarie (prova ne sia che la giornata felice di borsa di martedì ha visto proprio i titoli bancari trainare la volata). Del resto, è chiaro che la protezione del sistema bancario è necessaria per impedire il crollo dei fidi e della liquidità su cui si reggono le economie di famiglie e imprese. Ma gli elementi decisivi per la ripresa borsistica sono stati la minaccia di S&P di declassare tutta l’eurozona, comprese Germania e Francia (e, quindi, con un implicito riconoscimento di un eccesso di differenziale nei confronti dei nostri titoli) e con le voci sempre più insistenti delle modifiche al trattato Ue in ordine alle prerogative della BCE che la Merkel si prepara ad accettare. Altro che la ragioneria di Monti.

La cui manovra, comunque, diversamente da altre ordinarie, si compone di due elementi forti: l’intervento immediato, destinato a fare cassa, e quello – molto più importante – di tipo strutturale, destinato cioè alla rimessa in carreggiata dei conti pubblici. Per la prima parte si è proceduto all’aumento vertiginoso di ogni tipo d’imposta, unitamente ai tagli su sanità e trasporti; aumenti enormi sui carburanti e dell’Iva che genereranno un’impennata dei prezzi di prodotti e servizi, cui si somma un’imposta sulla casa che non prevede esenzioni nemmeno per la casa di proprietà e nemmeno nel caso in cui, oltre ad essere l’unica casa, sia già indirettamente tassata dagli interessi passivi del mutuo in corso. La mancata indicizzazione delle pensioni è poi il colpo di grazia a milioni di anziani. Il risultato sarà un aumento generale dell’impoverimento del paese che condurrà dritti verso la depressione economica.

Proviamo a vedere, pur sommariamente e solo parzialmente, cosa si poteva fare e si è scelto di non fare per l’intervento immediato. Si poteva cominciare da una legge patrimoniale tarata sull’aliquota francese (10% di tassazione); proseguire con un’asta per le frequenze televisive (cifra minima stimata 3,5 miliardi) come già avvenuto per le frequenze in concessione ai gestori della telefonia; rivedere il contratto per la fornitura dei nuovi F35 per l’aviazione militare (15 miliardi solo nel 2012) per un aereo già considerato sorpassato dall’omologo russo Sukoy; prevedere l’estensione dell’ICI agli immobili vaticani destinati a fini commerciali (1 miliardo la stima minima); decidere il blocco delle spese per la Tav (8 miliardi per 80 km inutili); decretare la tassazione al 20% dei capitali scudati (8 miliardi); abolire il 50% delle auto blu (2,5 miliardi annui).

Se dunque si volevano rastrellare i 22 miliardi della manovra 2012-2013 non era difficile evitare di toccare diritti, almeno da un punto di vista contabile. E molto, ma davvero molto, si potrebbe ancora tagliare, a cominciare dagli sprechi, per razionalizzare e ridurre, ancorché ottimizzare, la spesa pubblica. Ma dal momento che il taglio della manovra è soprattutto politico e non contabile, si è voluto inviare un segnale chiaro ai mercati europei e d’oltre oceano nel segno dell’affidabilità, cioè dell’attrattività del sistema Italia per chi vuole allegramente continuare a speculare sui titoli e individuare terreni di caccia nella privatizzazione dei servizi pubblici.

Se si passa gli interventi strutturali, quelli cioè destinati a innescare un’inversione di tendenza a lungo termine del rapporto sbilanciato tra Pil e debito, l’essenza della manovra è stata quella di abolire le pensioni d’anzianità, portare l’età lavorativa delle donne al pari di quella degli uomini (ma le donne svolgono anche il lavoro di cura) e innalzare fino a settant’anni l’età pensionabile, in un contesto nel quale la disoccupazione generale è arrivata ai massimi storici e per i giovani al sud tocca punte del 50%. Insomma una politica che prevede, per il risanamento dei conti, la riduzione ai minimi termini del welfare piuttosto che l’allargamento dei diritti di cittadinanza. Non è solo contabilità pelosa: è il frutto di una lettura sistemica (e di classe) sull’organizzazione sociale ed economica di un paese e porta con sé una concezione della democrazia come governo delle elites (di cui i tecnocrati sono parte importante) e non del popolo. Ovvio quindi che i sindacati non siano ascoltati: se il popolo non conta, cosa vuoi che conti chi lo rappresenta?

Sempre in tema di manovra strutturale, nessun cenno alle politiche di sostegno alla crescita, mentre l’equità è destinata a fare la fine delle pensioni d’anzianità. Nemmeno una norma d’igiene politica, come quella di assegnare i fondi alle imprese solo con vincoli occupazionali. Eppure, pur senza proporre concezioni socialiste dell’economia, pur senza voler negare l’inserimento del paese in un sistema internazionale che non prevede uscite uniche e rapide, si poteva certamente proporre ben altro cammino. Spostare parzialmente il peso della fiscalità dal lavoro alle rendite e ai patrimoni sarebbe stata la linea giusta. Per il sistema pensionistico sarebbe necessario la riforma che veda la separazione netta tra previdenza e assistenza: la seconda si dovrebbe pagare con il fondo nazionale per l’assistenza, in carico alla fiscalità generale, la prima con i contributi degli occupati. Una norma semplice, che solo in Italia è difficile concepire. Ma non sarebbe la sola possibile.

Senza volerci qui dilungare sulle medicine meno amare e, soprattutto, più efficaci, è solo il caso di evidenziare il bisogno di un’altra politica economica che però davvero non può offrirci un governo i cui molteplici conflitti d’interessi, amplificati dalla presenza diretta dei rappresentanti degli stessi, superano ogni precedente. Per fare alcuni esempi, del resto, sarebbe stato bizzarro che il generale De Paola, che svolse un ruolo importante per l’acquisto dei nuovi F35, oggi avesse proposto la sua rinegoziazione; che il banchiere Passera, che della capacità di dirigere i profitti sugli azionisti e le perdite sullo Stato è esperto, avesse proposto un decreto per separare i destini delle banche d’affari da quelle d’interesse pubblico; o che i probi e cattolicissimi professori avessero proposto la fine dei privilegi vaticani che così tanto costano a tutti i contribuenti.

Servirebbe quindi un altro governo per un’altra politica. Idee e gambe per invertire la rotta, per riportare alla realtà economica un paese che ha sì 1900 miliardi di debito ma che dispone di quasi 9000 miliardi di ricchezza tra i suoi cittadini. Chi l’ha detto che il destino obbligato è il default o la crisi perenne? In fondo, per bilanciare il rapporto tra entrate e uscite, ci sono solo due strade: o si aumentano le entrate, o si riducono le uscite. Nel primo caso si deve lavorare all’allargamento della platea contributiva, cioè a maggior numero di occupati e, quindi, al ricorso di politiche attive per il lavoro anche grazie alle incentivazioni fiscali per le imprese. In secondo luogo si deve andare, con la forza, a recuperare i 260 miliardi di euro di evasione fiscale e contributiva. Le maggiori entrate alla fiscalità generale darebbero migliore rapporto con i costi, garantirebbero meglio la tenuta del patto generazionale tra chi lavora e versa e chi percepisce la pensione dopo aver versato per una vita e il maggiore potere d’acquisto dei salari incrementerebbe la domanda interna, volano principale di ogni economia.

Perché tra le tante anomalie italiane, la più decisiva è proprio quella dell’evasione fiscale. Se sconfitta, o anche solo ridotta a quota fisiologica, il bilancio dello stato da passivo diventerebbe attivo e ci sarebbero le risorse sufficienti per finanziare un welfare riformato e aggiornato. Ebbene, la lotta acerrima contro l’evasione e l’elusione fiscale e contributiva, che sottrae alla fiscalità generale risorse pari a tre volte l’intero PIL, pare sia disdegnata da Monti, mentre addirittura scartata è la possibilità di un’imposta patrimoniale. Per la prima sarebbe necessaria una legislazione apposita, fatta di pochi articoli ma inequivocabili, che prevedessero il carcere duro e di lunga durata per il reato di evasione e la cancellazione dall’Albo e l’arresto per gli studi tributaristi che concorressero a dichiarare il falso.

Un’azione repressiva netta, che impiegasse risorse importanti per la caccia all’evasione, sarebbe il miglior investimento strutturale per l’Italia e la sua economia, oltre che la sua etica. Non c’è bisogno d’ispirarsi alla Rivoluzione d’Ottobre, basta copiare integralmente le norme statunitensi. Quanto alla patrimoniale, dice il professore che è difficile individuare i proprietari dei patrimoni e che, pur riuscendoci, non sarebbe il caso di perseguirli, perché fuggirebbero pur di non pagare determinando così fuga di capitali. Ah si? Fuggirebbero? E per andare dove? In Europa dove sono tassati duramente? E come mai i patrimoni francesi, nonostante il 10% di aliquota non scappano? Forse perché ci sono i mandati di cattura internazionali, le rogatorie internazionali e i sequestri dei beni? E di quale fuga di capitali si parla, nel caso? Quella di capitali immobili e non investiti?

Serviva offrire un messaggio diverso, al paese e all’estero. Davanti ad una crisi epocale, questa sì di sistema, dove il turbo capitalismo dimostra un bisogno di accumulazione originaria ogni giorno più vorace e socialmente più escludente, che fa della finanziarizzazione dell’economia e della guerra al lavoro la cifra essenziale del suo sviluppo, ci si poteva almeno attendere un’idea diversa da quella della mera salvaguardia dei suoi fallimenti e di continuità nelle scelte. Anche a voler comunque governare l’emergenza sui mercati, si potevano concepire manovre brusche di messa in sicurezza dalla speculazione, invece di accarezzargli il pelo. Lo farà probabilmente l’Europa e noi ci accodremo, nostro malgrado.

Detto con franchezza, non c’era bisogno di professori bocconiani per un’opeazione che anche un ragioniere diplomato al Cepu è in grado di realizzare: tagliare con la falce il bilancio pubblico è operazione semplicissima se non si risente né di cultura politica democratica, né di dover rappresentare la maggioranza degli italiani. Che però, prima o poi, torneranno alle urne e, c’è da scommetterci, ricorderanno nomi, cognomi e sigle di chi ha votato in Parlamento la macelleria sociale che disegna i nuovi parametri su cui si erige la nuova e ancora più ingiusta Italia.

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