Home LGBTQ: fede, diritti, lotta all'omofobia Per una bioetica laica

Marco Comandè
www.italialaica.it

18.12.2011 – Cos’è la bioetica? Il termine “bioetica” è stato coniato da poco. Come tutte le parole nuove, indica una novità che si è affacciata nella società civile. Ricordiamo, per fare altri esempi, “Tangentopoli”, “Internet”, “crioconservazione”. La maggior parte dei termini sono associati a tecnologie nuove, a scoperte scientifiche dapprima ristrette a una cerchia di privilegiati nel sapere, i ricercatori, e poi divenute parole di massa.

Perché sono di massa? Se analizziamo la terminologia scientifica, come quella biologica o filosofica, economica o istituzionale, troveremo moltissime parole che sono italiane, ma non sono conosciute. Perché possano diventare di uso corrente, devono rivestire di interesse per il comune cittadino.

Quindi il termine “bioetica” mette in evidenza un’esigenza aggiuntiva della società civile, collegata al progresso delle scienze: come fare un figlio? come far fronte all’invecchiamento della popolazione? come curare un ammalato? come sfruttare le nuove tecnologie per il bene della collettività?

A dire il vero, queste domande erano già state affrontate in passato dalle grandi religioni e dai grandi pensatori. Ma il contesto era diverso. Se prima l’uomo era succube della natura e delle catastrofi inevitabili, oggi è l’idea positivistica della ragione a porre l’uomo al centro del mondo, ad autorizzare la manipolazione dell’ambiente per le proprie esigenze.

Questo atto di sfida nei confronti della natura maligna, ha richiesto una rivoluzione nelle scienze delle comunicazioni e nella terminologia linguistica. Non è più: “Se Dio vuole”, ma è “Riusciamo a prevedere gli eventi?”. Non è più: “La ruota della fortuna gira”, ma è “Bisogna volgere le probabilità a nostro favore”.

Cosa ancora più importante, l’enorme potere della scienza ha richiesto una maggiore responsabilità nel suo uso. Quindi anche il linguaggio dell’etica si è adeguato. Kant che teorizzava la pace perpetua, Platone che si interrogava sull’idea di giustizia, Sant’Agostino che elogiava la virtù, tutti questi argomenti sono stati stravolti da quando le prime bombe atomiche scoppiarono in Giappone.

Dalle certezze religiose dei sistemi patriarcali, si è passati alle incertezze morali. “Come poteva Dio permettere tutto ciò?”, una domanda che ricalca il “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (dal Vangelo secondo Matteo: capitolo 27, versetto 46).

Nel tentativo di rispondere ai quesiti morali dei nostri contemporanei, è sorta questa disciplina, la bioetica, che prende spunto dalla filosofia greca: “bios”, cioè vita, ed “èthos”, cioè comportamento. Dal lessico si intuisce che affinché si possa parlare di norme di comportamento, bisogna che l’oggetto del discorso sia la vita. Ma che cos’è la vita? Nello studio della scienza, il confine tra materia inanimata e quella animata è molto sottile, per non dire quasi inesistente. Dopotutto, le molecole che tengono in vita gli esseri animati sono le stesse della chimica inanimata: carbonio e ossigeno. La disputa ai confini estremi della scienza è irrisolvibile. Nella definizione corrente la cellula è viva quando è in grado di auto sostentarsi. Non di muoversi, perché qualunque cosa si sposta per il principio del moto perpetuo della materia. Non di mutare, perché il decadimento radioattivo è una proprietà intrinseca di qualunque elemento chimico.

Per auto sostentamento intendiamo un organismo in grado di decidere dove e come muoversi, di avvalersi dell’ausilio della tecnica per concretizzare la decisione, di procacciarsi il nutrimento, di riprodursi e tante altre attività facilmente intuibili.

Ma anche così la definizione di vita rimane imprecisa. Perché l’organismo possa auto sostentarsi, deve prima nascere. Poi non è in grado di sostenersi e muore. Ma quando inizia e quando finisce la vita? La scienza non può rispondere, al massimo può fornire indizi. Un embrione umano nasce da una cellula uovo e da uno spermatozoo, i quali a loro volta sono prodotti dagli organi sessuali del maschio e della femmina, i quali a loro volta possono restare attivi o inattivi. Il corpo defunto si putrefà e le singole cellule a poco a poco cessano di funzionare, finché non vengono divorate da batteri o acchiappate dalla materia inanimata in complesse reazioni chimiche. La vita è un continuum, questo è tutto quello che può affermare la scienza.

Al contrario, gli esseri viventi hanno bisogno di una risposta certa all’interrogativo sull’inizio e sulla fine dell’esistenza. Se il genitore sa che sta per nascere il figlio, allora si ingegnerà per garantirgli la sopravvivenza. Se sa che il figlio è morto, allora non si ingegnerà. Se la tigre sa che la gazzella è viva, allora cercherà di catturarla. Se sa che è morta da tanto tempo, allora lascerà che sia l’avvoltoio a completare il pasto. È stata documentata la scena di una gazzella che si è finta morta e la tigre, dopo aver tentato di scuoterla, l’ha abbandonata sul campo senza divorarla.

Insomma, rispondere all’interrogativo richiede una forma di coscienza. O di cultura.

La cultura ci influenza?

Viviamo in un ambiente culturale. Che ci accorgiamo o meno, ne siamo tutti influenzati. Citiamo un esempio introduttivo per far comprendere cosa significhi. E l’esempio riguarda proprio la scienza, che dovrebbe in teoria essere obiettiva o neutra.

Ludwig Boltzmann (1844-1906), fu un fisico austriaco che teorizzò e sperimentò l’esistenza degli atomi. Purtroppo i suoi contemporanei non accettarono la dimostrazione e lui morì suicida. Subito dopo, la sua teoria atomica divenne gradita a tutti. Come mai? La risposta degli storici è univoca: ci fu un cambio generazionale nel mondo della scienza, i vecchi fisici erano abituati a una certa visione positivistica e non riuscivano ad assimilare la notizia, mentre le nuove generazioni erano aperte a qualunque novità.

Lo stesso problema oggi investe i paesi arabi, dove i giovani più aperti al cambiamento vogliono scalzare la tirannia dei nonni al potere. Ma pensiamo alla rivoluzione francese: un anno prima, l’aristocrazia e l’alto clero dettavano legge e pensavano che la propria gerarchia sociale fosse destinata a durare in eterno, per grazia di Dio.

In che modo i pregiudizi culturali hanno influenzato l’etica della vita? Partiamo dall’oggi, così comprenderemo meglio il nodo della questione. È dato per scontato che la vita inizia con il concepimento, né prima né dopo: con il concepimento si forma una cellula dotata di DNA, unica e irripetibile. Quando finisce questa vita? La medicina legale afferma: quando c’è la morte cerebrale del paziente, ma quest’ultimo può morire prima se rifiuta le cure. Einstein nel 1955, poco prima di perire, disse: «Voglio andarmene quando lo voglio io. È di cattivo gusto prolungare artificialmente la propria vita, ho fatto la mia parte, devo andare. E lo farò con eleganza!”

Siamo sicuri che la vita inizi con il concepimento? Non è per caso che la cultura individualistica di cui siamo impregnati non ci abbia influenzati? Tutta la giurisprudenza occidentale, borghese, moderna, riconosce all’individuo diritti e doveri, cui non si possono derogare senza giustificato motivo. Nella dialettica tra individuo, famiglia, religione, scuola e istituzioni statali, il cittadino ha la meglio a meno che non prevalgano fini di utilità sociale. Questo è un altro modo di dire che il cittadino ha pieni diritti tranne quando lede i diritti degli altri: la legittima difesa che giustifica l’aborto terapeutico e la pillola del giorno dopo, il trattamento sanitario obbligatorio per i drogati o i malati quando minacciano l’incolumità di altri, il divieto di fumare in luoghi chiusi, il codice della strada, l’istruzione obbligatoria e gratuita.

Al di fuori di questa società individualistica, atomistica potremmo dire parafrasando il fisico Boltzmann, ci sono società che hanno principi diversi, che a scapito dell’individuo fanno prevalere la famiglia (nei sistemi patriarcali primitivi), la religione (nelle teocrazie), la scuola (nella Magna Grecia), le istituzioni statali (nei regimi totalitari di destra o di sinistra).

In questi modelli alternativi di convivenza, l’inizio e la fine della vita dipendono da altri fattori. Prendiamo la Roma non ancora imperiale e immaginiamola come se fosse oggi: nella casa patrizia, una donna ha partorito; il capo famiglia si avvicina al neonato e decide se accoglierlo o meno; nel primo caso, prende in braccio il bebè e lo culla, mentre nell’altro caso un servo sistema l’infante fuori dall’uscio a morire di stenti, a meno che un passante non lo raccolga per compassione o perché ha bisogno di un apprendista.

L’episodio chiarisce come il parto di una donna non bastava a far considerare cittadino romano qualunque nascituro. Quindi l’inizio della vita era posticipato. D’altro canto, la schiavitù anticipava la definizione di morte fisica al capriccio del tiranno.

E ora passiamo alla cultura cattolica. L’unità di base, nel Medioevo cristiano, non era l’individuo bensì la famiglia, inoltre le ricerche scientifiche sullo sviluppo degli embrioni non erano all’avanguardia. Le conseguenze furono paradossali.

Sant’Agostino, basandosi sull’interpretazione letterale della Genesi, affermava che Adamo non era vivo quando fu impastato con il fango e l’argilla, bensì quando Dio gli infuse il soffio dell’anima. Quindi la vita non inizierebbe con il concepimento, bensì quando l’embrione acquisisce l’anima, in linea con la prassi ebraica. Una traduzione di “Esodo capitolo 21, versetti 22-25” distingue infatti a seconda che il feto sia formato o meno, così in quest’ultimo caso la pena per l’aborto è lieve.

Ma sul piano del codice di famiglia, il diritto dovere di due coniugi era quello di garantire una numerosa prole. Così qualsiasi rifiuto in tal senso era considerato un delitto, la soppressione di una vita nascente. Ed ecco l’associazione tra contraccezione e aborto: l’inizio della vita era anticipato al coito coniugale e non all’acquisto embrionale dell’anima.

E la morte quando sopraggiunge? Nel medioevo non c’erano le moderne tecniche di rilevamento del battito cardiaco o delle funzioni cerebrali, ma nemmeno c’erano le medicine che l’industria estrae oggi dalla chimica. Un buon costume era quello di vegliare la notte sul morto, confidando in Dio. Qui sta il nocciolo: tutto era affidato alla manzoniana Divina Provvidenza. I sacerdoti, in quanto esecutori della volontà del Cielo, potevano comminare condanne a morte o imporre guarigioni “miracolose”. La vita era un dono di Dio, quindi l’individuo non poteva disporne e doveva affidarsi alla misericordia ecclesiastica, che non era oggettiva come invece l’attuale articolo 32 della Costituzione che recita così: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario”.

Conclusosi il periodo medioevale, le opinioni estremiste del cattolicesimo non sono scomparse: l’aborto rimane un tabù, nei Paesi poveri viene giudicato preferibile il rischio di morte per parto piuttosto che l’uso di anticoncezionali, marito e moglie non sono autorizzati al preservativo in caso di Aids conclamato, il divieto di discriminazione non vale per gli omosessuali, il rifiuto del coma farmacologico è giudicato un peccato.

Se avessi domandato “chi decide chi vive e chi muore?”, allora sarei passato per un nazista, invece è una prassi quotidiana quando alle leggi giuridiche laiche si sostituiscono dottrine morali “non negoziabili”. In Medio Oriente sono i nazionalismi religiosi il principale ostacolo alla pace tra ebrei e musulmani. Allo stesso modo, la cultura mafiosa, cultura della morte, non concepisce l’idea di pentimento laico. Platone, abbandonando ogni saggia prudenza, descrisse uno stato teocratico che divenne il modello per il Terrore di Robespierre e i dispotismi illuminati e comunisti che praticavano il lavaggio del cervello.

Per una mediazione laica

Nessuno può dimostrare quando inizia e quando finisce un’esistenza vitale. Ognuno ha le proprie opinioni sul tema e quella cattolica è solo una delle tante correnti di pensiero, non l’unica o la migliore. Questo è il punto di vista laico.

Le religioni e le dottrine filosofiche tendono a esprimersi in termini di “bene assoluto” e “male assoluto”, ma sappiamo quali distorsioni ha storicamente prodotto la dicotomia amico-nemico. Il laico non si sottrae al dibattito sul bene e sul male, ma chiede di valutare in base all’esperienza l’efficacia dei valori etici perché il progresso tecnologico offre opportunità e rischi imprevedibili, a cui bisogna reagire con realismo, modificando le proprie opinioni se necessario: la clonazione, la manipolazione del DNA, l’uomo bionico, l’immortalità fisica, la comparsa di nuove specie di ominidi e chissà che altro.

In Italia l’esperienza storica ha portato alla stesura della Carta Costituzionale definita “la più bella del mondo”. I principi morali ivi riconosciuti hanno acquistato maggiore efficacia giuridica proprio perché sono stati negoziati nell’Assemblea Costituente e quindi sono stati recepiti da tutte le correnti politiche e sociali che l’Italia ha rappresentato.

Nell’era globale il negoziato del 1948 è diventato un punto di riferimento. Sullo scacchiere mondiale culture profondamente diverse si scontrano e si confrontano, di conseguenza i giuristi si stanno chiedendo quale impalcatura possa rafforzare gli Stati multietnici, pluriconfessionali e aperti. Ed è per questo che la Costituzione italiana continua a essere attuale, di fronte alle nuove sfide, l’immigrazione, le frontiere della scienza e di Internet, l’emergere di nuove associazioni per rispondere a nuovi bisogni. I Padri Costituenti non avevano preclusioni o pregiudizi, quindi lasciavano spazio a idee diverse sulla libertà, l’identità sessuale, le formazioni sociali ove si sviluppa la personalità dell’individuo.

L’afflusso di stranieri ha trapiantato in Italia concezioni diverse sull’etica sociale e religiosa: la poligamia dei musulmani, la segregazione castale degli induisti, il disprezzo confuciano per l’individualismo, l’infibulazione, i matrimoni infantili e combinati, lo sfruttamento della prostituzione, l’alienazione del lavoro sottopagato, la censura. Il cristiano, rifiutando i principi secolarizzati, risponde trincerandosi dietro la famiglia tradizionale d’impostazione medievale, mentre il laico può ricordare come la poligamia violi l’uguaglianza tra i coniugi, le caste siano proibite, il singolo cittadino abbia la meglio sulle prescrizioni familiari, religiose, comunitarie ed economiche. Ne derivano la legge sul divorzio, l’educazione sessuale nelle scuole, gli inderogabili doveri di solidarietà verso gli anziani, i poveri, i mutilati e gli invalidi, la repressione degli illeciti e delle scorciatoie mafiose. Qui sta la forza dei principi laici.

Invece proprio nel caso della bioetica assistiamo al tentativo di scardinare la Costituzione. Ripetere frasi del tipo “i principi etici non possono essere affidati alla tirannia dei giudici” significa non riconoscere che i giudici sono sottoposti a una gerarchia di leggi che mette in primo piano i valori morali inscritti nella nostra Carta.

Abbiamo la memoria corta. Ci siamo dimenticati che il codice civile italiano ha ereditato dal fascismo le norme penali “dei delitti contro l’integrità e la sanità della stirpe”, che con l’aborto attentavano alla procreazione e alla vita del feto. Gli articoli dal 545 al 555 del codice penale sono stati dichiarati incostituzionali e quindi abrogati. La sentenza n. 27 del 1975, che è antecedente alla legge 194 del 1978 sull’interruzione di gravidanza, ha evidenziato come in caso di contrasto tra due diritti, la salute della madre o la vita del feto, prevalga la “legittima difesa” della madre.

Invece di preoccuparci di questo, dovremmo porre maggiore risalto alla questione culturale: nel Mezzogiorno il numero di aborti è rimasto costantemente al di sotto della media perché sono radicati i valori religiosi. Dunque è dal confronto culturale che deve partire una efficace campagna contro l’aborto, non dal ripudio della giustizia civile.

Un laico riconosce che la Costituzione tutela la famiglia naturale fondata sul matrimonio, ma ribadisce che questo diritto è uno dei tanti. Applicando tutti, proprio tutti, i principi della Costituzione possiamo pensare che sarà efficace la difesa della famiglia tradizionale. Questi ideali oggi sono dimenticati non perché la libertà porta al libertinaggio, ma perché nel dibattito politico e sociale non si parla più dei doveri verso la collettività: lavorare, pagare le tasse, denunciare i reati, tutelare i più deboli in quanto anch’essi sono individui con pieni poteri, negoziare invece di usare la forza.

Se non ammettiamo il diritto di non curarsi e il contemporaneo diritto di curarsi quando richiesto. Se la lotta all’aborto si fa violando i principi giuridici e non concretizzando la parte della legge 194 rimasta inapplicata, quella sui consultori e gli aiuti alle madri. Se le discriminazioni vengono fronteggiate usando argomenti contro la libertà, invece di ricordare che ogni individuo ha dei diritti ma anche dei doveri. Se si considera la famiglia naturale in antitesi con altri diritti costituzionali, invece di limitarsi a negoziare in Parlamento. Se non si ha fiducia nelle istituzioni. Se diventa inefficace l’articolo 18 della Costituzione sul divieto di associazioni mafiose e segrete. Se accade tutto ciò, allora si disgrega il patto di convivenza tra le varie comunità italiane. Eppure è quello che sta accadendo oggi, quando assistiamo al sistematico tentativo di smantellare le reti sociali, economiche, culturali su cui fanno affidamento i comuni cittadini: i tagli allo Stato sociale, gli ospedali che non hanno più fondi, la disoccupazione e precarietà giovanile, la clandestinità come reato, la scarsa trasparenza nei finanziamenti pubblici, lobbismo, qualunquismo.

Se un cittadino, nel sacrosanto esercizio di difesa dei propri diritti, non fa riferimento alla Costituzione bensì alla propria identità sociale (la religione, l’etnia, il feticcio padano o il comitato d’affari), allora dobbiamo preoccuparci.

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