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Dal godimento alla penitenza

Ida Dominijanni
www.ilmanifesto.it, 21 dicembre 2011

Come si faccia a riformare il ciclo di vita pensavamo lo sapesse solo Dio, invece lo sa anche la ministra Elsa Fornero che non cessa di spiegarci come si fa: aumentando il tempo di lavoro, innalzando l’età pensionabile, legando le pensioni ai contributi e i salari alla produttività perché bisogna lavorare fino a 70 anni ma sapendo che si vale meno che a 30, liberando i nonni dal mantenimento dei nipoti e remunerando i nipoti con una mancia chiamata salario d’ingresso, parificando il ciclo lavorativo delle donne a quello degli uomini e compensandole con la speranza che i mariti laveranno i piatti tre volte alla settimana.

Lasciamo perdere argomenti già spesi sull’iniquità della riforma, e tralasciamo pure il fatto che la stessa ministra dichiara candidamente che tutto questo per funzionare avrebbe bisogno di una fase di crescita, mentre noi siamo in recessione, lo saremo di più dopo riforme di tal fatta e dunque quello che ci aspetta sono i cinquantenni a spasso senza lavoro e senza pensione a braccetto con i trentenni senza arte né parte.

Ma perché Fornero chiama “riforma del ciclo di vita” quella che più umilmente potrebbe chiamare riforma del mercato del lavoro e del sistema previdenziale? Qual è la pretesa che si esprime con queste parole?

Il linguaggio, com’è noto, non mente. Non mentiva sotto il cielo di Berlusconi, e non mente sotto il cielo di Monti. Eppure, con quanta minore acribia ci si esercita ad analizzare questo rispetto a quello. Sarà solo perché la lingua pop del Cavaliere si esponeva a una dissacrazione altrettanto pop, mentre il lessico tecnico e glaciale dei Prof, nonché la spocchia di classe che non lesinano, comanda, e ottiene, deferenza e obbedienza, e quando non la ottiene, vedi il caso di Susanna Camusso, si scatena l’ira di dio?

“Riforma del ciclo di vita” è un’espressione che richiama con chiarezza adamantina quella pretesa di governo delle vite che è il cuore del biopotere contemporaneo. Come quest’ultimo si eserciti, con quali mezzi e quali astuzie, l’abbiamo imparato per l’appunto da Berlusconi, il quale di questa pretesa non faceva mistero: puntava alle nostre menti con le sue tv, ai nostri sensi con le sue esternazioni sui deputati “maleodoranti” dell’opposizione, alle nostre fattezze con la sua estetica di regime, al nostro immaginario con le sue esibizioni sessuali, ai nostri desideri con il suo consumismo dissipatorio.

Però quella pretesa biopolitica non è affatto sparita con lui, anzi. E il sollievo, del tutto comprensibile e condivisibile, con cui, all’atto del giuramento al Quirinale del governo Monti, è stato salutato il cambiamento estetico che si annunciava sotto gli abiti discreti e i volti non plastificati dei nuovi ministri non può esimerci dall’interrogarci sul risvolto etico si sta consumando all’ombra della loro rispettabilità. Dal Carnevale alla Quaresima, si disse allora con una battuta. Ma è bastato un mese per capire che non c’è niente da ridere. Dall’etica del godimento all’etica della penitenza: dalla padella nella brace?

Adesso non si tratta più di esibire i corpi, ma di disciplinarli: di riportarli a una disciplina del lavoro priva, però, delle compensazioni espansive – diritti, garanzie, sicurezza – dei decenni d’oro del fordismo, e corredata dalla precarietà disperata del postfordismo. Non si tratta più di titillare i desideri, ma di reprimerli. Non si tratta più di nascondere l’invecchiamento col botox, ma di usarlo per fare cassa. Non si tratta più di prolungare l’adolescenza, ma di allarmarla per il suo futuro. E non si tratta più di deresponsabilizzare l’età adulta, ma di colpevolizzarla.

Come? Con il recitativo del debito: tutti indebitati, tutti colpevoli. E tutti disposti a espiare. Un libro di Maurizio Lazzaratto anticipato sull’ultimo Alfabeta spiega egregiamente questa svolta dell’etica neoliberale che si compie all’ombra della crisi del debito sovrano, e che come al solito nel “laboratorio italiano” si vede meglio che altrove. Eravamo tutti imprenditori di noi stessi ricchi di chance al tempo del Cavaliere, siamo diventati tutti debitori carichi di colpe al tempo di Monti. Il debito funziona così, sparge (to spread in inglese, sarà un caso?) su tutti la responsabilità di alcuni.

Dei quali “alcuni” non si parla: se siamo nei guai fino al collo è di certo per via degli oneri del lavoro dipendente e del welfare, forse per i privilegi di qualche «casta» data in pasto al populismo, ma i profitti sono senza macchia e la finanza senza peccato. E comunque, i nostri ministri ce lo dicono ogni giorno, per questi dossier c’è tempo; per le pensioni no.

Aspettiamo fiduciosi. Ma allontanando da noi la penitenza che non ci spetta per un godimento che non è stato il nostro. Di tutto c’è bisogno, fuori che di un senso di colpa che si solidifichi in consenso.

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