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Riflessioni per un anniversario

Paolo Bonetti
www.italialaica.it

Il recente suicidio assistito di Lucio Magri in Svizzera, dove questa pratica è consentita, ha suscitato discussioni e polemiche che non sempre hanno contribuito a chiarire le idee su una questione così delicata. Si è fatta confusione, in taluni casi involontaria, in altri chiaramente maligna, fra la liceità morale del suicidio e quella dell’eutanasia o addirittura quella del rifiuto delle cure da parte di un malato ancora pienamente cosciente. Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza in materia, anche nel ricordo di Piergiorgio Welby, che morì proprio nel dicembre di cinque anni fa, dopo che l’anestesista Mario Ricci interruppe la ventilazione meccanica che lo teneva in vita, come lo stesso Welby, affetto da una gravissima forma di distrofia muscolare, aveva lucidamente e consapevolmente chiesto. Riccio è stato poi prosciolto da ogni addebito, essendo stato giustamente riconosciuto che il suo gesto aveva rispettato la volontà del paziente garantita dagli artt. 32 e 13 della Costituzione. Il caso di Magri e quello di Welby pongono entrambi un problema di libertà, ma presentano anche aspetti che li rendono differenti e che debbono essere adeguatamente valutati per evitare di confondere questioni che vanno tenute distinte.

Coloro che sostengono che la vita di ciascun individuo appartiene soltanto a lui e che egli deve poter decidere in piena libertà circa le modalità del suo vivere e del suo morire, senza che una qualche autorità esterna intervenga a limitare questa libertà, hanno in via di principio ragione, purché si chiarisca bene cosa si deve intendere per libertà di fronte alla vita e alla sua ineluttabile fine. L’autodeterminazione individuale è certamente il presupposto di ogni autentica moralità e una scelta imposta, magari per motivi validi e socialmente rilevanti, non può mai essere considerata generatrice di un qualsivoglia valore morale. Ma detto questo, bisogna subito aggiungere che la libertà di ciascuno di noi non si esercita nel vuoto del solipsismo, ma si alimenta di una complessa rete di relazioni familiari, amicali e sociali che la rendono concreta e responsabile.

Siamo certamente i padroni della nostra vita e della nostra morte, ma dobbiamo anche dar conto agli altri dell’uso che ne facciamo, perché senza di loro, consenzienti o dissenzienti che siano, l’esistenza diventa un’astrazione e lo stesso concetto di moralità svanisce in una specie di esaltazione narcisistica. In ultima istanza, spetta sempre e soltanto a ciascuno di noi decidere, ma dopo aver valutato le ragioni degli altri, gli affetti che ci legano ad essi, le conseguenze sulle loro vite di un gesto che è nostro ma che, inevitabilmente, si riverbera su di loro e li coinvolge, anche contro la loro volontà. La questione si fa ancora più complessa quando dal piano morale si passa a quello giuridico, e le leggi sono chiamate a regolare azioni e situazioni che sembrerebbero appartenere alla più gelosa intimità.

E’ per questo che sarebbe bene evitare, se possibile, di legiferare troppo su questioni che dovrebbero essere lasciate alle scelte responsabili delle persone coinvolte. Si prenda il caso di Welby: la legge fondamentale del nostro Stato gli riconosceva chiaramente il diritto di rifiutare le cure e di morire con dignità e responsabilità, avendo ben riflettuto sul gesto che stava per compiere. Esso non nasceva da un attimo di scoramento, ma dalla consapevolezza di non poter più vivere nelle condizioni terribili a cui la malattia lo aveva costretto. Di fronte a casi del genere, le leggi non debbono far altro che riconoscere il valore morale di una scelta che spetta esclusivamente a chi vive quella particolare situazione, una scelta sulla quale si può anche dissentire, ma che non è lecito ostacolare in nome di una morale eteronoma e autoritaria.

Diverso discorso deve essere fatto per il suicidio di Lucio Magri, che è stato anch’esso una scelta lucida e consapevole, meritevole di rispetto anche da chi non la condivide, ma che certamente non è avvenuta nelle condizioni di costrizione e impotenza in cui si trovava Welby. Piergiorgio, per poter porre fine alle sue sofferenze, aveva bisogno di essere aiutato da qualcuno, senza che questi avesse poi a soffrire delle conseguenze del suo gesto; per esercitare la sua libertà di morire occorreva la solidarietà partecipe di un’altra persona. Così come a colui che si trova in stato vegetativo permanente occorre l’intervento di qualcuno che interrompa alimentazione e idratazione artificiali. Di qui la necessità di un testamento biologico che abbia valore di legge e consenta, a chi non è più in grado di farlo, di esercitare, per interposta persona, la libertà di rifiutare le cure, scegliendo in questo modo di porre fine alla propria vita; nel caso di Magri, invece, un uomo che avrebbe la possibilità di darsi da solo la morte, chiede ad altri uomini di aiutarlo a morire.

Non si tratta, a questo punto, di dare una valutazione morale o, peggio ancora, moralistica di una scelta che nasce, comunque, da una condizione di grande sofferenza psichica. Dobbiamo piuttosto porci il problema se una qualche struttura sanitaria statale o convenzionata con lo Stato debba assumersi l’onere, come taluni sostengono, di un suicidio medicalmente assistito. Personalmente non lo ritengo auspicabile. Può almeno la legge consentire che il suicidio assistito, come accade in Svizzera, venga praticato in strutture private? Non sarebbe anche questa, oltre ogni giudizio sulla accettabilità morale della pratica, una discriminazione sociale fra sofferenti? Sono domande inquietanti che vorrei porre ai lettori di Italialaica, e alle quali, onestamente, non sono in grado di dare, valutate le opposte ragioni, risposte che siano per me soddisfacenti.

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