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Africa 2012, la sfida della stabilità

François Misser
Nigrizia, gennaio 2012

Dal nuovo corso in Costa d’Avorio ai sussulti della Nigeria, dai primi passi del Sud Sudan al possibile ricambio al vertice in Angola, dall’anno elettorale in Kenya alle scelte dell’Anc in Sudafrica. Molti paesi sono chiamati a mettere a punto nuovi assetti sul piano economico, politico e della sicurezza. 

Una delle grandi incognite del 2012 è sapere se le economie africane saranno in grado di far fronte alla crisi del debito e alla recessione che attraversano l’Unione europea (Ue). L’Africa è particolarmente esposta, perché l’Ue è il suo primo partner commerciale e il suo primo finanziatore.

Secondo il mensile economico francese Marchés Tropicaux, si tratta di vedere due cose: se i paesi africani della zona del franco Cfa (moneta usata da 14 nazioni ex colonie di Parigi: dal Benin al Mali, dal Camerun al Ciad), che hanno avuto negli ultimi anni una crescita economica più rapida di quella dell’Ue, devono lasciare la loro moneta agganciata all’euro, divisa di un’Europa in declino; e se devono accettare che continui a essere il Tesoro francese a gestire il 60% delle loro riserve di cambio.

Venendo agli equilibri tra le diverse aree del continente, va detto che in Nord Africa si rischia di passare dalle “primavere arabe” all'”inverno islamista”. Si tratta di vedere se saranno rispettati i diritti delle minoranze (copti e sufi, ad esempio) e della maggioranza (le donne), oltre a quelli di chi si batte per la separazione della religione dallo stato.

Prima di occuparci del Sahel, è necessario soffermarsi sulla Libia, oggi divisa tra la Cirenaica, favorevole al Consiglio nazionale di transizione (Cnt), e la Tripolitania, dove l’ombra di Gheddafi è ancora ben presente. Samir Amin, economista egiziano, teme che le divisioni interne e l’appetito dell’Occidente per le riserve petrolifere libiche portino il paese a una disintegrazione “somala”. Comunque si sviluppi il quadro libico, una delle conseguenze della caduta di Gheddafi è stata la proliferazione di armi di ogni sorta in tutto il Sahel. Ne ha beneficiato al-Qaida nel Maghreb islamico (Aqmi), in contatto con elementi islamisti salafiti del Cnt, a sua volta alimentato dalla Nato. Uno degli aspetti più pericolosi per la stabilità della regione è la strumentalizzazione, da parte delle katibas (falangi) dell’Aqmi, delle frustrazioni dei tuareg, in particolare nel Mali. Il rischio è che l’Aqmi arruoli i mercenari tuareg che hanno combattuto per Gheddafi e che sono rientrati nei rispettivi paesi dopo la caduta del dittatore.

Questo pericolo sarà una delle principali preoccupazioni del vincitore delle presidenziali in Mali, previste per il 29 aprile: può essere Diocounda Touré, professore di matematica, vicino al presidente uscente Amadou Toumani Touré; oppure Ibrahima Boubacar Keita, già candidato nel 2007; oppure ancora il tecnocrate Soumaila Cissé, ex presidente della commissione dell’Unione economica e monetaria dell’Africa Occidentale (Uemoa). Da ricordare che, nel corso dell’anno, è previsto un appuntamento tra l’Ue e quattro stati (Algeria, Mali, Mauritania e Niger) coinvolti in una strategia per accrescere sicurezza e sviluppo nella regione. Tale strategia è finanziata dall’Ue con 450 milioni di euro: a Bamako o a Niamey – la sede dell’incontro non è ancor stata fissata – si farà il punto della situazione.

In Costa d’Avorio si apre un anno impegnativo per l’ex presidente Laurent Gbagbo, trasferito all’Aia il 30 novembre scorso, dove dovrà rispondere davanti alla Corte penale internazionale di crimini contro l’umanità. Il suo partito, il Fronte popolare ivoriano, ha boicottato le legislative dell’11 dicembre ed è in corso di disintegrazione. Sono il Raggruppamento dei repubblicani, del presidente Alassane Ouattara, e il Partito democratico della Costa d’Avorio, dell’ex presidente Henri Konan Bédié, a dividersi oggi i seggi dell’assemblea nazionale. Ma sul futuro pesano alcune ipoteche. Una su tutte: in che modo gli ex ribelli delle Forze nuove e i soldati regolari che hanno combattuto per Gbagbo potranno coabitare nello stesso esercito? C’è chi prevede l’emarginazione dei partigiani di Gabgbo e il rischio che ciò sbocchi in nuove ribellioni ai confini con la Liberia o con il Ghana.

In Nigeria potrebbe esplodere una rivolta nelle prossime settimane, dopo che è stato deciso di abolire, dal 1° gennaio, le sovvenzioni sul prezzo dei carburanti. Taluni osservatori ipotizzano che la setta islamista Boko Haram possa cavalcare il malcontento popolare generato da questa decisione. La setta nell’ultimo anno e mezzo ha causato disordini e attentati con 250 morti. Rimangono poi, nel centro del paese, situazioni difficili che possono sfociare in scontri interconfessionali. Infine, anche se il presidente Goodluck Jonathan è originario del Delta del Niger, in questa regione rimane alta la tensione tra le popolazioni locali, le compagnie petrolifere che inquinano l’area, e l’esercito. La grande sfida del governo sarà di risanare i conti della Nigerian National Petroleum Corporation, il che potrebbe consentire di regolare molte cose in un paese dove il petrolio rappresenta un terzo del prodotto interno lordo, l’86% delle entrate dello stato e il 96% degli introiti dalle esportazioni.

Guardando al Senegal, Abdoulaye Wade, 85 anni, si presenta alle presidenziali del 26 febbraio per un terzo mandato consecutivo, in un clima segnato dal malcontento dei giovani, mobilitati intorno allo slogan “Y’en a marre” (“Siamo stufi”) e resi furiosi dalla mancanza di lavoro, oltre che dai continui blackout elettrici.

Nel Corno d’Africa, dove 14 milioni di persone soffrono per la carestia, potrebbe intensificarsi la guerra in Somalia, proprio per l’aggravarsi della situazione alimentare. A metà ottobre, l’esercito kenyano ha lanciato un’offensiva contro i combattenti islamisti di al-Shabaab. A metà dicembre, i kenyani non erano ancora riusciti a prendere il porto di Chisimaio, da cui gli islamisti traggono profitti. L’obiettivo ufficiale di Nairobi è di dare una risposta al rapimento di turisti da parte degli islamisti. Tuttavia, non pochi analisti ritengono che, in realtà, l’esercito kenyano voglia creare una zonatampone nel sud della Somalia, così da proteggere il nord-est del Kenya. Potrebbe anche essere che l’esercito kenyano supporti gli effettivi della Missione dell’Unione africana in Somalia, che dovrebbero passare da 10mila a 14mila unità, con l’aggiunta di truppe di Gibuti e Sierra Leone al contingente iniziale composto da soldati ugandesi e burundesi. Nel frattempo, con la nuova incursione dell’esercito etiopico a metà novembre, il conflitto si va internazionalizzando e non è affatto sicuro che tutte queste truppe straniere possano avere la meglio sugli estremisti musulmani somali. Anche perché l’appoggio di Israele o della Francia al Kenya può fornire agli islamisti l’occasione di indottrinare più facilmente i somali in un jihad contro gli infedeli. Senza contare che, con il suo impegno in Somalia, il Kenya rischia anche di incoraggiare vocazioni terroristiche sul proprio territorio, dove si assiste a una recrudescenza di attentati di stampo islamista.

Il Kenya vive un momento delicato: gli ultimi mesi dell’anno saranno segnati dalla campagna elettorale per l’elezione del nuovo presidente che dovrà rimpiazzare Mwai Kibaki, il cui mandato scade il 31 dicembre 2012. Non si può escludere lo spettro di nuove violenze. I sondaggi danno favorito l’attuale primo ministro Raila Odinga, davanti a Uhuru Kenyatta (incriminato davanti alla Corte penale internazionale), che potrebbe costringere Odinga a un secondo turno. Gli altri principali candidati sono Wulliam Ruto e Kalonzo Musyoka.

Il giovane stato del Sud Sudan nel corso di quest’anno tenterà senz’altro di accelerare la realizzazione dell’oleodotto verso il Kenya, così da non essere più ostaggio del governo di Khartoum. Oggi c’è un unico sbocco per il petrolio ed è Port Sudan sul Mar Rosso. Il presidente sud-sudanese Salva Kiir ha ordinato, lo scorso 7 novembre, che tutte le partecipazioni appartenenti alla compagnia del nord, Sudapet, siano trasferite alla nuova società parastatale del Sud, Nilepet. Secondo Khartoum, questa decisione potrebbe influenzare negativamente i negoziati in corso con il governo di Juba.

E veniamo al Madagascar. Entro l’anno sono previste elezioni generali per tentare di rimettere il paese sui binari della legalità costituzionale, tre anni dopo il colpo di stato di Andry Rajoelina. L’ex presidente Didier Ratsiraka, 75 anni, rientrato dall’esilio parigino dopo 9 anni, potrebbe ricandidarsi. Il nuovo che avanza?

Una parola sul Ciad. Timane Erdimi, capo dei ribelli dell’Unione delle forze di resistenza, ha lanciato un appello a riprendere la lotta contro il presidente Idriss Déby. Si attendono riscontri.

L’Africa Centrale solleva non poche inquietudini. Nella Repubblica democratica del Congo, la rielezione di Joseph Kabila, con il voto del 28 novembre, è stata segnata da irregolarità e frodi, come hanno denunciato i vescovi cattolici, l’Unione europea e ong nazionali e internazionali. Étienne Tshisekedi, principale rivale di Kabila, si è autoproclamato presidente. Scenario pessimo. Si tratta di vedere se Kabila, di fronte all’indignazione popolare, è in grado di concepire una strategia diversa da quella puramente repressiva. Altrimenti si teme una guerra civile.

Prospettiva, quest’ultima, che è divenuta una realtà in Burundi, con l’aggravarsi dell’insicurezza, dopo il ritorno alla guerriglia delle Forze nazionali di liberazione di Agathon Rwasa, in seguito alle elezioni amministrative contestate del 2010. Altrove nella regione, le prospettive non sono più rosee.

Nei due paesi più potenti dell’Africa Australe, Sudafrica e Angola, quest’anno potrebbe esserci il passaggio del testimone dai veterani del potere alla nuova generazione. Presto si dovrebbe sapere se il presidente angolano Edoardo dos Santos vuole ripresentarsi o ritirarsi a vantaggio del suo presunto delfino, l’attuale presidente della compagnia petrolifera Sonagol, Manuel Vicente. Si parla anche di un “ticket”, con dos Santos, candidato presidente, e con l’ex segretario generale dell’Mpla (il partito-stato), João Lorenço, che si presenta al prossimo appuntamento elettorale. La loro sfida è di accontentare i giovani che nel corso delle loro manifestazioni gridano, riferendosi al potere di dos Santos: «32 anni bastano!». A dieci anni dalla fine della guerra civile e con un paese che si disputa con la Nigeria il primato africano come produttore di petrolio, la popolazione angolana non beneficia sufficientemente della manna petrolifera.

In Sudafrica, Jacob Zuma è alla ricerca del secondo mandato presidenziale in vista del voto del 2014. Un passaggio delicato è il congresso dell’African National Congress (Anc) nel dicembre del 2012. Zuma deve fare i conti con la fronda della lega della gioventù dell’Anc. I giovani sono furiosi per come è emarginato nel partito il loro leader Julius Malema, favorevole alla nazionalizzazione delle miniere. Una conflittualità dalla quale sperano di trarre vantaggi i rivali di Zuma: l’affarista Tokyo Sexwale e il vicepresidente dell’Anc, Kgalema Motlanthe.

In marzo si dovrebbero tenere presidenziali e legislative nello Zimbabwe. Non si sa ancora se l’attuale presidente Robert Mugabe, malato di cancro, si ricandiderà o sarà rimpiazzato da qualche altro cacicco della Zanu-Pf. E non si sa nemmeno se il voto potrà essere libero e trasparente.

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