Home Comunità Cristiane di Base L’opera al nero di don Verze’, il Maciel italiano

L’opera al nero di don Verze’, il Maciel italiano

Francesco Peloso
Il mondo di Annibale

La vicenda del San Raffaele, che la morte di don Verzé non chiude, sembra riassumere tutti i vizi e le collusioni del potere politico economico di questo Paese.

La morte di don Luigi Verzé non cancella l’enorme quantità di scandali, tangenti, fatti di corruzione che hanno coinvolto l’ospedale San Raffaele di Milano. La traiettoria del sacerdote-businessman assomiglia alla vicenda di altre figure oscure di preti manager, come quella di padre Marcial Maciel, fondatore di congregazioni, corruttore, colpevole di abusi e uomo di grandi relazioni di potere. Resta da capire quale prezzo, economico e morale, la collettività si appresta a pagare per la sopravvivenza di questa importante struttura sanitaria.

Nei sacri palazzi era diventato orami solo una figura scomoda. “Don Verzé è un’ anima nera” mormoravano nei corridoi della Curia romana fino a pochi giorni fa, “è il nostro padre Maciel”. Il riferimento, tutt’altro che positivo, richiamava la figura diabolica del sacerdote messicano Marcial Maciel, fondatore dei Legionari di Cristo scomparso nel 2008 all’età di 88 anni, dopo che Benedetto XVI lo aveva ‘confinato’ a una vita di silenzio e preghiera anche se una vera condanna canonica non era mai arrivata. Don Verzé fu invece sospeso a divinis dal 1973 dall’allora arcivescovo di Milano Giovanni Colombo, cosa che non gli ha però impedito di fregiarsi sempre del titolo di ‘don’ con tanto di croce bene in vista, e soprattutto di essere considerato sacerdote a pieno titolo; che poi lo fosse è un altro discorso.

Con il suo collega messicano Verzé ha avuto in comune la passione spregiudicata per gli affari, la capacità di ammaliare interlocutori e seguaci, di legarsi ai potenti, meglio se miliardari, di costruire imperi internazionali; in campo sanitario nel caso del sacerdote originario di Verona, in ambito ecclesiale secondo la biografia di padre Maciel al quale, inoltre, vengono imputati abusi sessuali di vario genere. Sta di fatto che se vicino ai Legionari di Cristo troviamo il tycoon messicano Carlos Slim, uno degli uomini più ricchi del mondo, oltre a diversi esponenti dell’establishment repubblicano statunitense del recente passato, sul versante opposto il legame fra Verzé e Berlusconi, è fatto noto. “Berlusconi – disse anni fa in un’intervista il sacerdote-manager – è un dono di Dio all’ Italia” . Il San Raffaele era una prova della forza del cristianesimo e la procura di Milano, naturalmente, un nemico. Considerate le recenti accuse di bancarotta fraudolenta, di associazione per delinquere e il crac finanziario, la ragione di una certa acrimonia diventa più chiara.

Don Verzé è dunque almeno in parte, come dicono oggi in Vaticano, un’incarnazione italiana di quel padre Maciel capace di costruire intorno a sé una rete di potere associata a uno straordinario culto della personalità in grado di garantirgli la fedeltà assoluta dei suoi complici; una vicenda con molte similitudini nel sistema-san Raffaele. Anche qui il denaro ha avuto un peso determinante: lo spreco immenso di ricchezza per spese personali, ma anche il vincolo della segretezza per il gruppo ristretto degli ‘iniziati’. Come nel caso dei cosiddetti “sigilli”, la corona di “persone” – secondo la definizione ufficiale – che costituisce il cuore “dell’associazione Monte Tabor, motore dell’Opera San Raffaele”. E in fondo lo stesso suicidio del numero due di don Verzé, Mario Cal, l’uomo delle operazioni finanziarie torbide, è da inscriversi in questo rapporto privilegiato, in un legame stretto come un patto di sangue fra ‘credenti’ di una religione superiore.

Ancora, nell’agiografia ufficiale, si legge che fu don Giovanni Calabria fondatore di congregazioni religiose e futuro santo proclamato da Giovanni Paolo II, a instradare nel 1950 don Verzé da Verona verso il capoluogo lombardo “con questo ordine: Il Signore ti vuole a Milano. Là sorgerà un’opera che farà parlare di sé l’Europa intera”. L’obiettivo di prolungare la vita fino a 120 anni era fra gli scopi scientifici di questo prete sui generis, cui non mancano tuttavia gli estimatori di rango. E poi all’università ‘Vita e Salute’ collegata al San Raffaele, sono arrivati personaggi come Massimo Cacciari e Roberta de Monticelli, figure che, in campo bioetico, non rispettano certo i dettami vaticani. Don Enzo Mazzi ieri commentava: “Vorrei dimenticare i suoi ultimi dieci anni, quelli dell’esaltazione e delle amicizie che avrebbe fatto meglio a lasciar perdere. Luigi sognava di prendere in mano il mondo”. Negli anni Verzé ha conosciuto diversi cardinali e papi, da Montini agli arcivescovo Martini a Tettamanzi.

Sul fronte sanitario-vaticano, un altro aspetto di questa vicenda va però ricordato. Fra la fine degli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio, il San Raffaele arriva in Polonia per dare vita a un nuovo ospedale finanziato, secondo alcune inchieste, con giri di denaro assai poco chiari; conta però che la struttura nasce a Cracovia, la città di cui fu arcivescovo Giovanni Paolo II, “con la benedizione del Papa e del suo successore, il cardinale Franciszek Macharski” come recitava il materiale promozionale dell’epoca. Naturalmente non mancava l’appoggio del governo polacco. Su un fronte più interno, il legame politico ed economico con Comunione e liberazione è oggi al centro di diversi aspetti delle indagini giudiziarie. La connection brasiliana, i fondi neri, i jet privati, i racconti sui possibili rapporti con minorenni di Mario Cal, le tangenti, gli arresti, i reati finanziari, i legami con la Chiesa e con il potere politico: c’è un intera fotografia dell’Italia degli ultimi 30 anni nella storia di questo prete spregiudicato che, secondo molti, “ha fatto tanto bene”, ma che lascia dietro di sé una scia di misteri, di morti sospette e di intrighi.

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