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Arriva la Tobin (poco)Tax

Gabriele Battaglia
www.eilmensile.it, 9 gennaio 2012

Nuovo patto di bilancio entro il 1 marzo. Entro quella data si saprà qualcosa di più preciso anche sulla tanto discussa “Tobin tax”. È questo l’annuncio forte dato nella conferenza stampa congiunta Merkel-Sarkozy (oltre naturalmente al fatto che i due fossero sostanzialmente d’accordo su tutto fin da prima).

Chi non è d’accordo sono i britannici e infatti si sono subito levate alte le strida dei commentatori d’Oltremanica che danno per scontato che il Primo ministro Cameron porrà il veto sull’introduzione di una tassazione che dovrebbe ammontare allo 0.1 per cento su ogni transazione. (Per inciso, il “vero” Tobin, quello che “inventò” la tassa, pensava a un’aliquota dello 0.5 per cento). Il motivo è semplice: Londra teme che la City di Londra possa perdere peso come hub finanziario globale, visto che i capitali stanno già prendendo altre strade rispetto all’Europa.

Così, dell’ipotetica tassa, si critica soprattutto che non serva a riassestare il debito di Eurozona. E quindi, detta in altri termini, che sia puramente “politica”.

Secondo Ernst & Young – uno dei quattro maggiori revisori contabili del mondo – se l’aliquota sarà quella che va attualmente per la maggiore, la “Tobin tax” dovrebbe portare circa 37 miliardi di euro nei forzieri europei, ma la sua sola introduzione ne farebbe perdere almeno 116, tra minore gettito fiscale a causa del calo del Pil europeo e fuga di capitali verso altri mercati.

In tutto questo, stride il fatto che i famigerati prodotti derivati – origine della crisi globale del 2008 e strumenti perfetti per veicolare risorse dalla collettività agli istituti finanziari – saranno probabilmente tassati solo dello 0.01 per cento. E quindi, il sospetto che non si voglia davvero disturbare il manovratore (il capitale finanziario) aumenta.

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Quanto fumo sulla Tobin tax
Emiliano Brancaccio*

Quando Keynes (1936) e Tobin (1972) proposero, rispettivamente, un’imposta sulle transazioni finanziarie e un’imposta sulle transazioni valutarie, il loro scopo prioritario era quello di fissare un’aliquota sufficientemente elevata in modo da scoraggiare le transazioni. Il proposito principale, infatti, non era quello di ricavare gettito dagli scambi di titoli o di valuta. Al contrario, l’intento era di scoraggiare quegli scambi. In particolare, Keynes mirava a render costose le transazioni al fine di ridimensionare il ruolo della Borsa. Tobin puntava a rendere onerosi i movimenti internazionali di capitale in modo da ripristinare almeno in parte la sovranità dei singoli paesi sulla politica monetaria.

L’imposta di cui si parla oggi, invece, viene concepita con un’aliquota bassa, che cioè non scoraggi le transazioni. Il motivo è semplice: si vuole ottenere gettito fiscale dagli scambi, per cui questi non devono essere disincentivati. Apparentemente, tirare fuori un po’ di soldi dagli operatori finanziari sembra una mossa giusta e radicale, degna della tassa talvolta ribattezzata “Robin Hood”. Ma la verità è che, in tal modo, la vecchia e oggettivamente interessante proposta dei due maestri del pensiero economico viene ridotta alla stregua di un piccolo pedaggio: si dice infatti agli operatori finanziari che essi sono assolutamente liberi di scorazzare sulle autostrade dei mercati internazionali, purché ad ogni passaggio paghino un modestissimo obolo…

Naturalmente, l’adozione di una imposta sulle transazioni finanziarie potrebbe comunque esser salutata con favore, se non altro perché magari, in seguito, lo strumento potrebbe essere riorientato sui suoi veri obiettivi originari.

E’ chiaro però che considerare questa imposta – specialmente la sua attuale versione – come una “panacea” è semplicemente ridicolo. La polemica corrente intorno alla “imposta pedaggio autostradale” è dunque in gran parte fatta di fumo, e ci distrae soltanto dai problemi urgenti che incombono sulle nostre teste.

* estensore della proposta di legge di iniziativa popolare per l’istituzione di una imposta sulle transazioni valutarie, avanzata dalla associazione ATTAC e depositata in Parlamento nel 2002 con 180.000 firme di sostegno.

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