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Egitto, la strada islamica

Carlo Musilli
www.altrenotizie.org, 6 gennaio

Si è chiuso in Egitto il terzo turno delle elezioni parlamentari, le prime dopo la caduta del dittatore Hosni Mubarak, avvenuta l’11 febbraio dello scorso anno. E mentre ieri, nel processo contro l’ex Presidente, il pubblico ministero chiedeva la condanna alla pena di morte, gli occhi degli egiziani erano già puntati sui primi risultati ufficiali delle consultazioni, che però arriveranno solo a fine mese.

I grandi favoriti per il successo finale rimangono comunque i partiti d’ispirazione islamica: Al-Naour, formazione salafita, e soprattutto Giustizia e Libertà, la lista dei Fratelli Musulmani. Questi ultimi hanno ottenuto il maggior numero di voti nei primi due turni, in parte grazie alle varie promesse di stabilità fatte negli ultimi mesi, che sembrano aver attecchito fra diversi strati della popolazione egiziana. La loro eventuale affermazione rischia però di esacerbare le già gravi tensioni politiche sul fronte interno come su quello internazionale, complicando ulteriormente i rapporti con Israele.

Fra martedì e mercoledì sono stati circa 14 milioni i cittadini chiamati alle urne, ma l’affluenza è stata bassa. In particolare, si sono espressi i residenti nelle nove regioni intorno al Sinai, al delta del Nilo e nel Sud rurale a maggioranza copta. Hanno votato per eleggere 498 parlamentari dell’Assemblea del Popolo, la Camera dei deputati (o Camera bassa) dell’Egitto.

Nonostante la vittoria dei Fratelli Musulmani sembri ormai già scritta agli occhi di molti, sono ancora diversi i dubbi da sciogliere. Innanzitutto, i governanti militari non hanno fatto luce sui criteri che saranno utilizzati per distribuire i seggi in relazione ai voti ottenuti. Non è un dettaglio di poco conto: potrebbe fare la differenza fra un governo islamico a maggioranza assoluta e un governo di coalizione.

Da tempo la Fratellanza ripete di non attendersi un’affermazione superiore al 40% e di puntare quindi sulla strada dell’alleanza con altri partiti. Questi buoni propositi non hanno nulla a che fare con un atteggiamento realmente democratico, ma sono utili a tranquillizzare gli animi delle potenze occidentali e dei liberali egiziani, terrorizzati dalla possibilità di veder nascere un governo interamente islamico.

E’ probabile inoltre che i Fratelli Musulmani vogliano spartire con altri le responsabilità che si dovranno assumere in un periodo di transizione molto difficile per il Paese, sia dal punto di vista istituzionale sia da quello economico. Per queste stesse ragioni la Fratellanza preferirebbe allearsi con i liberali piuttosto che con gli ultra-conservatori salafiti, anche se proprio la forza dimostrata da questi ultimi rappresenta fin qui la più grossa sorpresa emersa dalle urne.

Altro nodo decisivo per il futuro dell’Egitto è il potere che sarà effettivamente attribuito al nuovo Parlamento. I militari hanno già fatto sapere che intendono tenere per sé l’autorità di revocare il primo ministro, per poi nominarne uno ad interim. L’assemblea appena eletta dal popolo si rivelerebbe così poco più di un fantoccio ostaggio dell’esercito, con buona pace dei partiti.

I Fratelli musulmani però continuano a ostentare forza e intransigenza: “Questo Parlamento seguirà i principi che hanno ispirato la rivoluzione, garantendo la libertà e la fine della legge di emergenza – ha detto Mohamed Elbeltagy, un esponente di Giustizia e Libertà -. Per assicurare il processo democratico, c’impegneremo affinché l’elezione presidenziale conduca verso la fine del potere dell’esercito”.

Intanto, sullo scacchiere mediorientale la situazione si fa sempre più tesa. In un’intervista al quotidiano arabo Al-Hayat, il leader della Fratellanza, Rashad Bayoumy, ha ribadito la dura posizione del gruppo nei confronti di Gerusalemme: “Riconoscere Israele è una precondizione per governare? Questo non è possibile, le circostanze non hanno importanza. Non riconosciamo Israele nel modo più assoluto. È un nemico criminale e occupante”.

Bayoumy ha poi specificato che nessun membro del suo partito si siederà a un tavolo di trattative con gli israeliani. Anzi, i Fratelli Musulmani intendono perfino organizzare un referendum (il cui esito sarebbe quasi certamente favorevole) per chiedere agli egiziani di rinnegare il trattato di pace con Israele. Quello firmato nel 1979, pochi mesi dopo gli accordi di Camp David siglati sotto la mediazione del presidente americano Jimmy Carter. Per un Paese che dovrebbe guardare avanti, non si potrebbe immaginare un inizio peggiore.

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