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Teologia della crisi

Furio Colombo
il Fatto Quotidiano, 8 gennaio 2012

Scende e si deposita su articoli e discorsi, su prese di posizione e proteste un alone di magistero
religioso. È il momento fondativo di una fede o del rigetto di una fede. Lo vedi, lo constati: una
parte si avvia a credere con devozione. Una parte è composta di miscredenti o di atei. I due gruppi
però ora sono tutt’altro che omogenei, fatti di gente molto diversa, fra imposizione e fiducia da una
parte, fra scetticismo e rivolta (qualcuno teme rivolta violenta) dall’altra. Sia i leader delle nuove
tavole della legge, sia coloro che sono decisi (non tutti decisi allo stesso modo) a restare fuori dal
tempio, sono consapevoli che l’evento è unico, che il momento è decisivo.

Vibra intorno a tutti (anche i miscredenti) la percezione di una eccezionalità che dà un peso enorme a ogni frase, a ogni gesto, trasforma tutto in simbolo. Salvezza e perdizione sono i due modi per definire lo spazio e i limiti dello spazio. “Adesso, subito” oppure “prima parliamone” sono i due modi di qualificare la percezione del tempo. Come sempre, la grazia non può aspettare. Il rifiuto della grazia, intesa come salvezza, è il peccato. Il peccato si annuncia col trascinamento nel tempo. “Discutiamone” è la tipica via d’uscita di chi non ha fede. Di che cosa sto parlando? Il lettore ha capito che sto parlando di Europa in questi giorni, che sto parlando dell’Italia.

Ho detto della contrapposizione tra salvezza e perdizione, ma la parola giusta è esclusione.
Esclusione dalla comunità dei salvati. È la vera sanzione del peccato: fuori dal benessere, fuori dalla
crescita, fuori dal futuro, fuori dall’euro, fuori dall’Europa. Il peccato è rifiutare il sacrificio. È vero che il sacrificio non è uguale per tutti, ma questo avviene in tutte le religioni, dove alcuni, per la stessa fede, pagano prezzi immensi e altri no.

Nelle religioni classiche si dice che Qualcuno o Qualcosa provvederà, in un’altra ambientazione di
fatti e di tempi, a rimborsare chi ha dovuto eccedere nell’offerta (“beati i poveri”). In questa, che
stiamo vivendo e discutendo, il rimborso è affidato a una speranza che prudentemente rimane
inespressa. Al massimo ti dicono che, se il sistema tornerà a produrre ricchezza, non potrà che
distribuirla. Tranne che in casi di guerra o di estrema calamità naturale, nessuna autorità ha mai
preteso, nei sistemi democratici, una così rigorosa accettazione indiscussa di regole tanto dure che
però non assicurano alcuna certezza, solo una chance. Esigono, ma non promettono. “Forse” è già
un articolo di fede.

Cerco di essere preciso. Tutto ciò di cui sto parlando non è il capitalismo. Del
capitalismo ci sono, e vengono ripetute, regole e comportamenti che costituivano buona parte di
quel disegno di costruzione sociale basata, come si ama dire, sul merito, e fondata, nella vita reale,
su occasioni, ben raccolte e bene usate, di privilegio. Non sto parlando – lo vedete – di corruzione.
Perché i corrotti non sono mai fra i miscredenti, non si contrappongono mai a un sistema religioso.
La corruzione – così come aveva visto per tempo Martin Lutero per il cattolicesimo – si nasconde
nelle migliori pratiche di fede. E perciò, in attesa di una “riforma”, sulla corruzione sospendiamo il
discorso.

Mi premeva dire che la strana, mistica avventura che stiamo vivendo non è un ritorno o una
rivincita del capitalismo. Il capitalismo è freddo e pragmatico e non perde tempo con le sue vittime.
Spiana dove deve costruire, e costruisce, se deve, anche murando la tua finestra. Per giunta il
capitalismo è privo di preoccupazioni che non siano “l’affare”, non si volta indietro, dialoga solo
con soci e con partner.

Qui siamo in un tempio. Le lacrime non sono finzione, la preoccupazione anche grave non è una
messa in scena, la parola deve essere ascoltata non per sottomissione alla autorità ma perché in essa
chi partecipa al nuovo rito riconosce la verità. Da quella verità non si sfugge perché è l’unica
possibilità di salvezza. Non fornisce tutti i dati del “come” si arriverà alla salvezza, ma una cosa è
certa: questa è l’unica strada. Una religione prevale quando anche i miscredenti gravitano su di essa,
nel senso che discutono, anche accanitamente, ma voltati verso l’altare, ovvero il punto sacro e
caldo del tempio, quello in cui deve avvenire il miracolo. I più non stanno dicendo che la strada è
un’altra.

I più stanno invocando un cambiamento o attenuazione o dilazione di regole per me, o per
te o per loro. In inglese la parola è advocacy. Significa che la nuova fede è più forte dei miscredenti
e li sta portando, con tutte le differenze e le eresie, a un unico punto caldo? Di sicuro dimostra che
non stiamo parlando di rivincita e ritorno del capitalismo puro, che non si è mai proposto come
salvezza ma come naturale espressione tecnica ed economica della democrazia liberale. E non
stiamo parlando di un battibecco tra destra e sinistra, fra conservatori e liberal.

No, signori, qui c’è fede, dunque vita, morte, salvezza o dannazione (nella forma della esclusione),
via d’uscita o precipizio (il baratro viene continuamente invocato, e anche il baratro non è una
figura del capitalismo, se non come fallimento di una impresa, e danno grave per qualcuno, quasi
sempre a beneficio di qualcun altro). La strada della salvezza invece la imbocchi per fede, non
perchè ti forniscono le prove.

A essere sinceri non siamo sicuri neppure del peccato originale che ci ha portato così vicini alla
perdizione. Ogni paese ha il suo, in Europa. Ma la passione religiosa si estende all’America, dove il
candidato repubblicano (uno di loro, Romney, ma a nome di tutti) dichiara: “Non un dollaro per
salvare l’Europa”. Che vuol dire: mai finanziare il peccato. Tutto ciò porta a non notare che –
proprio in America – una solida e pericolosa congrega di atei, guidata dai premi Nobel per
l’economia Krugman, Stieglitz e Amartya Sen, sostiene che la nuova chiesa si fonda sull’errore.
Alle dovute condizioni e con le dovute regole, si deve spendere per salvarsi, non risparmiare. E
cominciare con il salvare i poveri (molti) e ridare speranza ai quasi poveri (moltissimi).

È tollerabile una simile eresia? È tollerabile se la si isola in un ghetto universitario-giornalistico,
lontano dai governi. I governi tagliano, in Europa e in America, per non essere esclusi dal tempio.
Dunque la decisione è terribile e semplice: abbracciare o no la fede. Tanto più che si diffonde
l’inquietante sensazione che fuori dal tempio e sopra e lontano, abiti un dio potente che non ha
ancora svelato il suo volto.

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