Home Politica e Società Riforma del lavoro e art. 18

Riforma del lavoro e art. 18

Loredana Biffo
www.paneacqua.eu, 16 gennaio 2012

Non è affatto vero che esiste un processo universale detto globalizzazione nato dal nulla e che obbliga le imprese ad adeguarsi, è sì un fenomeno universale, ma ha lo scopo di estromettere dal processo produttivo condizioni di lavoro conquistate in passato nei paesi industriali avanzati; condizioni che hanno permesso salari migliori, contratti a tempo indeterminato, e vincoli legislativi al licenziamento; tutto attraverso forti tutele sindacali

In materia di lavoro occorre una visione comparata che non può prescindere dagli aspetti più duri e gli esiti negativi di un “capitalismo flessibile”, ma che altresì, non può non tenere conto che con il declino e la fine della produzione di massa, l’aspetto “distributivo” richiede un esercizio obbligato delle funzioni produttive.

Tali funzioni produttive hanno visto una profonda metamorfosi nel passaggio alla “produzione snella”, un modello organizzativo che si basa sulla metodologia del “just in time” (giusto in tempo), che permette di produrre solo su commesse, quindi funzionale all’esigenza dell’impresa di ridurre il costo diretto e indiretto del lavoro, adeguandolo alla produzione e alle vendite; questo in base alla motivazione addotta di reggere alla competizione dei mercati internazionali e ridurre il rischio d’impresa.

Da questo nasce dunque la richiesta di “lavoro flessibile” da parte delle imprese che è funzionale a ciò, la tanto citata “globalizzazione”, da intendersi come la conseguenza di una “riorganizzazione” (voluta) della produzione, proprio secondo il principio del “giusto in tempo”.

Non è affatto vero che esiste un processo universale detto globalizzazione nato dal nulla e che obbliga le imprese ad adeguarsi, è sì un fenomeno universale, ma ha lo scopo di estromettere dal processo produttivo condizioni di lavoro conquistate in passato nei paesi industriali avanzati; condizioni che hanno permesso salari migliori, contratti a tempo indeterminato, e vincoli legislativi al licenziamento; tutto attraverso forti tutele sindacali.

La globalizzazione creata dalla classe capitalistica transnazionale, ha permesso la frammentazione funzionale e spaziale dei processi produttivi, ha conseguentemente reso più complicato tutelare il lavoro tramite la rappresentanza sindacale a livello globale, poiché l’ingegnierizzazione, l’acquisto delle materie prime sono stati collocati dovunque nel mondo, va da sé che l’organizzazione sindacale tra lavoratori locali e transnazionali è stata resa (volutamente) difficilissima.

Inoltre la quantità elevata di tipologie di contratti (più di 40) ha facilitato una flessibilità della produzione a vantaggio dell’ impresa che la pone come una “necessità”. Attraverso le due principali forme di flessibilità “dell’occupazione” e della “prestazione”. Grazie alla quantità di contratti “atipici” ovviamente in questo la fa da padrona la flessibilità in entrata, che è già supportata da quella in uscita, ma ancora prevalentemente a livello collettivo. Lo scopo è renderla definitivamente applicabile a livello individuale. E’ sostanzialmente prevalsa l’idea che l’efficienza organizzativa vada ricercata nella deregolazione del mercato del lavoro.

Ora, posto che il licenziamento senza giusta causa sia una norma “incivile”, è fondamentale chiedersi quali potrebbero essere le conseguenze sull’occupazione e sul paese; anche alla luce delle varie proposte: “contratto unico” ecc.. Prevale una visione che tende al superamento dell’ art. 18, sostenuta dalla tesi che i contratti atipici non sono la conseguenza di un legislatore malevolo, ma soprattutto non sono la causa della diffusa condizione di precarietà, anzi, sono funzionali a combattere il lavoro sommerso (Cazzola Il Sole 24 ore 04.01.2012).

Poiché le statistiche usate in modo arbitrario sono da considerarsi un vero strumento politico, è necessario chiarire che la stima sull’economia sommersa ci indica che questa contribuisce all’universo del “lavoro flessibile” con quasi 1,8 milioni di occupati irregolari a tempo pieno; più tre milioni di persone con occupazione parziale non dichiarata (spesso con secondo lavoro in nero). Per un totale di 1 milione di unita di lavoro (Gallino 2009) quindi, l’occupazione flessibile-regolare e irregolare, interessa in Italia tra i 7 milioni e 8 milioni di persone, oltre tre milioni di doppiolavoristi non dichiarati, pari a 1 milione di unità lavoratori a tempo pieno. In totale le persone coinvolte in varia misura nell’occupazione “flessibile” ammonterebbero a 10-11 milioni.

Chissà perché, statistiche volutamente grossolane vengono edulcorate da politici, giuslavoristi e giornalisti, i quali sostengono autorevolmente che i lavoratori precari sono al massimo 700.000. E’ evidente che partendo da questi presupposti diventa difficile fare riforme del lavoro che favoriscano la crescita dell’occupazione, la competitività delle imprese e la tutela dei lavoratori. Soprattutto in questo contesto storico sociale in Italia, le priorità sono ben altre rispetto all’art. 18, in primis dovrebbe esserci la democratizzazione -civilizzazione dell’agire economico, solo allora si potranno abbattere eventuali “tabù”.

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