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Il paese del gioco d’azzardo

Marta D’Auria
Riforma, 20 gennaio 2012

L’Italia è il paese del gioco d’azzardo. La terza «impresa» italiana che, con un fatturato legale stimato in 76,1 miliardi di euro, non conosce crisi. Se si vuole un raffronto, 76 miliardi di euro (fatturato che pone l’Italia al primo posto in Europa e al terzo posto nel mondo tra i paesi che giocano di più) sono il portato di quattro Finanziarie ordinarie: una cifra due volte superiore a quanto le famiglie spendono per la salute e, addirittura, otto volte di più di quanto viene investito nell’istruzione. E’ la fotografia che emerge dal dossier Azzardopoli, il paese del gioco d’azzardo, presentato lo scorso 9 gennaio da «Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie».

Accanto al fatturato legale si devono aggiungere i 10 miliardi di quello illegale (le cifre sono per difetto), che si concentrano nelle mani della criminalità organizzata. Sono 41 i clan che fanno il loro gioco ad Azzardopoli. Al tavolo verde siedono i principali boss di camorra, cosa nostra, ‘ndrangheta e sacra corona unita (Casalesi, Santa Paola, Lo Piccolo, Schiavone, solo per citare qualche nome noto), che impongono il noleggio di videogiochi truccati, che gestiscono bische clandestine, sale scommesse, sale bingo. Il gioco d’azzardo si rivela essere un affare d’oro: offre enormi guadagni, minimo rischio (in quanto le sanzioni penali non sono paragonabili ai reati connessi al traffico di droga), e nuove possibilità di riciclare ingenti somme di denaro sporco.

Nel gioco c’è chi vince e chi perde. A perdere è senza dubbio un numero crescente di uomini, donne, famiglie intere le cui esistenze sono distrutte dal gioco d’azzardo. Secondo la ricerca nazionale riguardante le abitudini di gioco degli italiani del novembre 2011, disposta dal Coordinamento nazionale gruppi per giocatori d’azzardo (Conagga), vi sono circa 800.000 dipendenti da gioco d’azzardo all’interno di un’area di quasi due milioni di giocatori a rischio. Desta preoccupazione l’aumento dei giovanissimi (tra ì 12 e i 17 anni) che scommettono on-line dal computer di casa, aggirando facilmente i divieti.

Nonostante la vastità del fenomeno, in Italia la compulsione al gioco d’azzardo è ritenuta ancora un tabù, un dramma privato». In realtà il «gioco d’azzardo patologico» (Gap) è stato riconosciuto dall’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) nel 1980 come una malattia psichica compulsiva e come tale va trattata.

Negli ultimi anni le richieste di aiuto da parte di giocatori compulsivi sono aumentate in maniera esponenziale. Sempre più Asl e Sert (Servizi per le tossicodipendenze) aprono ambulatori specializzati, e l’associazione «Giocatori anonimi- (Ga) sta rendendo sempre più capillare la sua rete di gruppi in Italia. Fino a 10 anni fa vi erano soli cinque gruppi di auto-aiuto, oggi l’Associazione ne conta ben 58 (www.giocatorianonimi.org).

La dipendenza dal gioco aumenta anche perché nell’arco degli ultimi dieci anni l’offerta dei giochi d’azzardo leciti in Italia è vertiginosamente cresciuta: una marea di «Gratta e Vinci», slot machine, il Lotto (passato da 1 a 3 estrazioni settimanali), le scommesse sportive, 10eLotto (estrazione ogni 10 minuti), poker online … ; i luoghi di gioco si sono moltiplicati: in casa, on line, attraverso il cellulare, il digitale terrestre, il computer, il telefono. Il gioco d’azzardo si è trasformato in un business il cui obiettivo è di guadagnare sempre nuovi segmenti di mercato: giovani, vecchi, donne, famiglie. E in tempi di profonda crisi finanziaria, il richiamo al gioco d’azzardo è come una sirena di Ulisse che con il suo canto ammalia migliaia di individui sedotti dal miraggio della vincita milionaria che può cambiare la vita.

Nella realtà quel richiamo, come nel racconto omerico, porta alla rovina: pensionati che dilapidano la già magra pensione alle slot machine; casalinghe che si accaniscono con i biglietti Gratta e Vinci; professionisti che perdono tempo e danaro nelle sale scommesse. Si tratta di donne, uomini, senza distinzione di età, ceto sociale, istruzione, che per il gioco rischiano lavoro, patrimonio, relazioni, la propria stessa vita quando, nel tentativo di reperire danaro, diventano vittime dell’usura.

Il nostro Paese non ha ancora riconosciuto il gioco d’azzardo come malattia, forse perché il gioco è un business molto redditizio, per lo Stato italiano in primo luogo (che si annette il 50% medio degli incassi del gioco, di cui un 14% viene girato all’Erario). Un’impresa economica che, però, nel prossimo futuro avrà costi umani e sociali molto alti per l’intera collettività. Si impone una netta assunzione di responsabilità da parte di tutti, a cominciare dalle istituzioni.

Tra le proposte avanzate da «Libera»: approvare una legge quadro sul gioco d’azzardo, ridefinendo le procedure autorizzatorie; limitare i messaggi pubblicitari e garantire forme di corretta informazione per il pubblico; recepire l’indicazione dell’Oms che vede nel gioco d’azzardo compulsivo una forma morbosa chiaramente identificata che può rappresentare, a causa della sua diffusione, un’autentica malattia sociale; realizzare iniziative di prevenzione tra i giovani e di trattamento e cura per chi risulta già dipendente dal gioco. «Siamo in ritardo di 15 anni – ha affermato don Luigi Ciotti presidente di Libera -. Occorre intervenire immediatamente per prevenire e contrastare la dipendenza da gioco d’azzardo, l’usura, e la criminalità organizzata. La lotta a questo fenomeno va fatta in Parlamento». Parlamento che, ahinoi, in questo momento ha tutt’altre priorità.

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