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Cala il gelo anche su diritti e democrazia

Floriana Lipparini
www.womenews.net, 7 febbraio 2012

Frase dopo frase, battuta dopo battuta la faccia “rassicurante” del cosiddetto governo dei tecnici ha clamorosamente iniziato a sgretolarsi. Si sa, anche le più devote e i più devoti custodi del verbo iper-neoliberista in fin dei conti sono esseri umani e qualche volta l’autocontrollo cede. Emerge la cruda verità.
Il posto fisso? Monotono. Il posto sicuro? Un’illusione. I giovani precari o disoccupati? Bamboccioni che vogliono stare vicino a mamma e papà. Si è trattato di lapsus? Forse è quello che vorrebbero indurci a credere, convinti che la stoccata sia meglio darla per gradi, ma facendone però intravedere l’ineluttabile necessità per meglio abituarci. E forse qualcuno ha persino pensato che le mazzate assestate da mani e volti di donna sarebbero passate quasi in sordina, sarebbero parse meno cruente… Il femminile usato come guanto di velluto per mistificare almeno in parte il pugno di ferro. Vecchia storia.

Io ho tutt’altri pensieri. Quello che mi sembra di percepire dietro azioni e parole è un messaggio che vorrebbe essere subliminale ma può arrivare benissimo a orecchie un minimo attente. “Voi gente comune, voi 80 per cento della popolazione, voi massa che state ai piani bassi, fuori da conventicole e caste, siete ormai superflui. A mandare avanti le cose bastiamo noi, 20 per cento di clerici superpreparati, superesperti e superdotati”. E in quel 20 per cento si entra anzitutto per nascita, come accadeva una volta in seno alle famiglie feudali.

Cosa pensare, altrimenti, riguardo la carriera della figlia di un’importante esponente del governo? Lei sì non si è voluta allontanare da mamma e papà: guarda caso ha potuto accedere a ragguardevoli posizioni accademiche nello stesso ateneo dove hanno insegnato entrambi i suoi illustri genitori, oltre a ottenere un ulteriore lavoro in una società di cui la mamma è stata importantissima manager.

A chi si chieda se questa scissione fra “sommersi e salvati” non sia una delle solite esagerazioni, rispondo che queste cose non me le sto inventando io. Già da anni se ne parla. O per lo meno se n’è parlato nell’intervento “Le mani sulla scuola”, pubblicato sul numero 2, dicembre 2004, del Giornale di storia contemporanea. Scrive Roberto Renzetti a p. 200, spiegando in nota che le citazioni sono tratte dal volume La trappola della globalizzazione, di Hans Peter Martin e Harald Schumann, Bolzano, 1997: «Al Fairmont Hotel di San Francisco, nel settembre 1995, si riunirono 500 persone, l’élite del mondo, il braintrust globale (Bush senior, Margaret Thatcher, George Schultz, Ted Turner – Cnn e Time Warner, Jeremy Rifkin, quello de La fine del lavoro piuttosto che de l’Economia all’idrogeno, David Packard – Hewlett-Packard, John Gage, Zbigniew Brzezinski), sotto l’egida della Fondazione Gorbaciov, per decidere delle prospettive del mondo nel nuovo millennio che porta a una nuova civiltà. Tutti furono d’accordo nel prefigurare un modello di società in cui solo il 20% dei cittadini del mondo sarebbe stato necessario per mandarlo avanti. Il rimanente 80% sarebbe stato da considerarsi massa eccedente [surplus people: questa l’espressione utilizzata]. Si passava quindi dalle pur nere prospettive degli anni Ottanta, la società in cui 1/3 dei cittadini del mondo avrebbe avuto accesso al benessere, ad una società 1/5 con molta massa eccedente. Si prospettavano riforme selvagge…”.

Fantascienza? Mah. Robotizzazione e tecnologie sempre più sofisticate purtroppo sono servite non per consentire a chiunque di vivere una vita più sopportabile e degna, eliminando la fatica bestiale del duro lavoro operaio, e l’alienazione prodotta da gran parte del lavoro subordinato, ma al contrario hanno reso obsoleti milioni di posti di lavoro, e superflui i lavoratori che li occupavano.

Una diversa concezione del mondo e della civiltà avrebbe potuto governare questo processo di cambiamento in modo equo, redistribuendo compiti, redditi e responsabilità nell’insieme della collettività. Al contrario, la realtà economica e politica del secondo millennio è implosa su se stessa estremizzando al massimo la linea dell’ingiustizia sociale.

Certo, i superflui esistono, ma non contano. Del superfluo infatti si può anche fare a meno. Chi non è necessario per sviluppare le produzioni e i giochi da cui trarre profitto, chi è sostituibile da macchine o da altri esseri umani più disperati, non ha forza contrattuale e nessun potere decisionale.

Suvvia, dice però la signora ministro, non abbandoneremo i licenziati: come a dire, faremo un atto di generosità noi che ce lo possiamo permettere dall’alto delle nostre vite sicure all’interno del 20 per cento. Significa forse che moltiplicheranno le mense per i poveri? In due parole ecco calare il gelo su secoli di lotte per i diritti e la democrazia.

Ai servi della gleba di un tempo, alle persone di servizio nelle case fino a metà Novecento si concedeva il minimo per sopravvivere e a volte nemmeno quello: eppure non erano affatto superflue. Ora la supponenza e la freddezza con cui in pratica si condannano milioni di persone alla totale miseria, cioè all’inesistenza – nessuna certezza di lavoro né di reddito questo significa, come sta accadendo in Grecia – sembra l’edizione aggiornata di quella barbarie da cui credevamo di esserci almeno un poco allontanate e allontanati.

Avevamo pensato – i nostri nonni, i nostri genitori e anche noi – che con gli strumenti della democrazia, della cittadinanza e della politica avremmo sconfitto per sempre la prepotenza dei pochi. E invece è stato proprio lo strapotere dei pochi a rendere vana la stessa politica, ridotta a servire i signori della finanza come un’obbediente ancella.

Che fare in questa Siberia non tanto climatica ma umana che ci sta sommergendo? Quello che faccio io è continuare a ripercorrere la ricchissima strada che ha compiuto il pensiero delle donne negli ultimi decenni, continuare a rileggere e a ripensare, perché so che lì c’è il seme del vero cambiamento possibile. Avevamo ragione ogni volta che abbiamo detto e scritto: non possiamo “aggiustare” questo sistema, ma solo cambiarne alla radice i presupposti – abbiamo altre priorità – questa politica non ci rappresenta – rifiutiamo questo modello di sviluppo – il capitalismo neoliberista è il vertice del patriarcato – non sono le guerre la soluzione dei conflitti…

Abbiamo le analisi, le riflessioni, le proposte. Abbiamo le fonti, i nomi di riferimento. Filosofe, economiste, scienziate, scrittrici. In ogni paese del mondo esiste ormai una tradizione di femminismo illuminato e pensante. Potremmo essere una forza tranquilla, pacifica ma inesorabile, che lavora per una radicale trasformazione secondo obiettivi chiari e condivisi. Basta non cadere di nuovo nella trappola dell’inclusione conciliatrice e dell’omologazione all’esistente, che attira tante femministe come il canto delle sirene. E questo pericolo, purtroppo, nell’aria io lo sento.

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