Home Politica e Società Nuovo modello di difesa: più coraggio ministro Di Paola!

Nuovo modello di difesa: più coraggio ministro Di Paola!

Piergiorgio Cattani
www.unimondo.org

Negli Stati Uniti , dove Obama ha presentato la nuova dottrina strategica, come in Italia. La crisi non risparmia nessuno e questo è sicuramente un bene specie per chi si batte, da tempi non sospetti, per la diminuzione delle spese militari. Certo, le gerarchie delle forze armate addurranno altre ragioni di tipo strategico e geopolitico ma il punto è che finalmente si può parlare anche delle risorse destinate alla difesa, degli sprechi e soprattutto della visione generale che sta alla base di questo tipo di spese. Come immaginiamo l’Italia del futuro? Una potenza dotata di 131 cacciabombardieri di ultima generazione per mostrare la nostra capacità di deterrenza (speriamo non di offesa) ai paesi del Mediterraneo? Oppure vogliamo paragonarci alla Grecia in bancarotta ma che è costretta ad acquistare da aziende francesi e tedesche sottomarini, carri armati e elicotteri per una guerra virtuale persa in partenza?

Nelle settimane scorse Unimondo è stato uno dei capifila della campagna contro l’acquisto degli F35, una commessa costosissima che non trova alcuna giustificazione (né militare né tanto meno economica) specie in un momento di crisi come questo. Abbiamo interloquito a distanza, più volte, con il ministro Giampaolo Di Paola: la nostra richiesta era quella di osare, di dare una svolta più significativa non nella direzione di una smobilitazione delle forze armate quanto in una nuova interpretazione del ruolo del nostro paese che-non possiamo mai dimenticarlo – ripudia la guerra nella sua Costituzione.

In consiglio dei ministri viene presentato il nuovo modello di difesa, con cambiamenti giudicati “epocali”, ci fa però dire: “Ministro Di Paola, ci vuole più coraggio!”

Riportava ieri, martedì 14 febbraio, l’agenzia Ansa: “Nuovo modello di Difesa al via, all’insegna del ‘dimagrimento’ sia per gli uomini che per i programmi di armamenti. I tagli alle risorse (tre miliardi di euro in meno nel triennio 2012-2014) impongono infatti l’eliminazione delle ridondanze e delle inefficienze.

Salvaguardando le missioni all’estero, considerate un fiore all’occhiello. Il ministro Giampaolo Di Paola ha illustrato in Consiglio dei ministri il ‘progetto di revisione dello strumento militare nazionale’. Mercoledì spiegherà la riforma alle commissioni riunite di Camera e Senato. Giovedì scorso Di Paola aveva avuto il via libera dal capo dello Stato, Giorgio Napolitano, nel corso del Consiglio supremo di Difesa.

Si tratta di un cambiamento annunciato come epocale. Va in soffitta il modello a 190mila militari previsto dalla legge 331 del 2000, considerato non più sostenibile. Attualmente si è già scesi a circa 178mila (104mila Esercito, 42mila Aeronautica e 32mila Marina). L’obiettivo è calare ulteriormente fino alla soglia 140-150mila uomini. A farne le spese soprattutto gli ultracinquantenni in divisa: quelli in esubero andrebbero spostati verso altre amministrazioni dello Stato o verso il prepensionamento. Percorso che non si annuncia facile. Uno dei punti critici individuati da Di Paola è infatti la distribuzione della spesa, ora fortemente sbilanciata verso il personale (65%) a scapito di esercizio (10%) ed investimento (24%). E che squilibrio anche tra le gerarchie delle forze armate, con un netto esubero di marescialli (sono circa 55mila rispetto ai 25mila previsti) e sono troppi anche i generali (ben 425)”.

Non è male questo taglio di stellette e una riduzione del numero dei generali, come quella dei parlamentari, servirà per appianare i bilanci e sicuramente non ci farà trovare a corto di condottieri in caso di imprevedibili eventi bellici che, per fortuna, non si stagliano all’orizzonte. Qualcuno però, probabilmente, pensa ad altri scenari. E qui arriviamo alle dolenti note. Gli F35.

L’Ansa preannunciava che saranno rivisti i programmi futuri per le spese militari: “Ci sarà una ‘rimodulazione’ (leggi taglio) di quelli ritenuti non prioritari e sacrificabili. Principale imputato è Joint Strike fighter: 131 caccia F-35 da acquisire fino al 2026 per sostituire gli attuali Tornado, Amx ed Av-8B. I primi sono già stati ordinati dall’Italia alla poco modica cifra di 80 milioni di euro ciascuno. Nel 2011 sono stati spesi 469 milioni per Jsf. I supercaccia stanno a cuore al ministro, che li ha strenuamente difesi, ma potrebbe esserci una riduzione del numero complessivo di velivoli da ordinare. Qualcuno ha ipotizzato 30 in meno. Analoghe ‘rimodulazioni’ potranno riguardare altri programmi: dagli elicotteri Nh-90 (costati 416 milioni nel 2011 per una spesa complessiva di 3,8 miliardi al 2018) ai sommergibili U-212 (168 milioni nel 2011, 1,8 miliardi fino al 2016)”. La notizia viene poi confermata.

30 caccia in meno. Non c’è male, come inizio. Viene da chiedersi che cosa ne facciamo di 100 aerei da guerra. È questo il punto che non è stato ancora spiegato. Si dice che bisogna fare una difesa più integrata con gli altri paesi europei. Siamo d’accordo. Evviva l’esercito unico europeo. Ma per essere rispettati dobbiamo competere con l’orgoglio militare francese o con le nostalgie imperiali britanniche pronte a difendere con le portaerei le isole Falkland?

Probabilmente l’acquisto dei caccia rientra nella nuova politica di difesa della Nato (che verrà ratificata nel prossimo vertice di Chicago), visto che il ministro Di Paola è stato fino a ieri Chairman del Comitato Militare della Nato. Se è così, lo si dica a chiare lettere. Si dica però che quegli aerei non ci servono ma servono per l’alleanza atlantica. Caro ministro, che cosa se ne fa l’Italia di 100 cacciabombardieri? Non riusciamo proprio a capire. Che cosa comporterebbe il nostro mancato acquisto? Pretendiamo questa trasparenza, anche perché, finora, non c’è stata. Nel frattempo la soluzione migliore sarebbe unica, semplice, lineare. Occorre tagliare le spese militari? Cominciamo da questi giocattoli volanti pronti per la guerra. Questa sì che sarebbe una svolta. Coraggio ammiraglio!

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