Home Comunità Cristiane di Base Cattolici e politica – Lino Prenna e Marcello Vigli a confronto

Cattolici e politica – Lino Prenna e Marcello Vigli a confronto

Adista Segni Nuovi n°7/2012

Cattolici in movimento: verso dove? di Lino Prenna (Coordinatore nazionale dell’associazione di cattolici democratici “Agire politicamente”. Articolo pubblicato anche sul foglio informativo dell’associazione, Politicamente, n. 4/11; www.cattolicidemocratici.it)

La seconda metà di questo inquieto 2011, che è già alle nostre spalle, ha registrato una serie di iniziative, riconducibili, a titolo diverso e con diverse sensibilità, ad una rinnovata domanda di protagonismo politico dei cattolici italiani. In questo percorso temporale, iniziato a fine maggio, con l’incontro romano introdotto dal segretario della Cei mons. Mariano Crociata e, per ora, concluso a metà dicembre, con l’assemblea di Retinopera, avviata dalla lectio magistralis del presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco (v. Adista nn. 51, 57, 60, 65 e 97/11), è caduto il convegno di Todi, a metà ottobre 2011 – promosso dal Forum delle persone e delle associazioni cattoliche nel mondo del lavoro (Acli, Cisl, Coldiretti, Compagnia delle Opere, Confartigianato, Confcooperative e Movimento Cristiano Lavoratori) – che ha goduto di inedita attenzione e di larga esposizione mediatica (v. Adista nn. 76, 78, 79, 82, 83 e 84/11). Rientra, certo, in questa dinamica aggregativa l’assemblea romana delle associazioni, tra le quali “Agire politicamente”, che si riconoscono nella cultura politica del cattolicesimo democratico (v. Adista n. 89/11).

Pur mosse da un’unica fede cattolica, queste iniziative, e altre realizzate nello stesso periodo, non sono riconducibili ad un unitario cattolicesimo politico, ma ripropongono, sia pure con accenti diversi, le due anime “storiche” del movimento politico dei cattolici. Così, mentre si è parlato di nuovo movimento dei cattolici, preferisco parlare di cattolici in movimento, nella sostanziale continuità delle due declinazioni che il cattolicesimo politico ha storicamente sviluppato: quella clerico-moderata e l’altra cattolico-democratica.

All’indomani dell’incontro di Todi di metà ottobre, abbiamo scritto che non ci riconosciamo in quel percorso e, pur rispettandone la diversità, ci sentiamo impegnati a coltivare le ragioni politiche di un altro cattolicesimo, quello democratico (v. Adista nn. 78/11). Pertanto, riteniamo inesatto sostenere – come ha fatto Marcello Vigli sul n. 92/2011 di Adista Segni Nuovi (Cattolici ancora soggetto politico?) – che anche noi ci caratterizziamo politicamente per la nostra identità religiosa. Alla scuola di Jacques Maritain e di Giuseppe Lazzati, nonché del Concilio Vaticano II, abbiamo sempre sostenuto che non è la fede il criterio dell’aggregazione politica e che lo statuto stesso della laicità si fonda sulla distinzione tra l’azione cattolica e l’azione politica, tra l’agire in quanto cristiani e l’agire da cristiani.

“Cattolico” non è una categoria politica di Marcello Vigli (Comunità cristiane di Base)

Marcello Vigli, chiamato in causa dall’articolo di Lino Prenna (soprapubblicato), replica al coordinatore di “Agire politicamente” e ribadisce, approfondendole e precissandole, le sue opinioni sulla questione dell’impegno dei cattolici in politica e della categoria stessa del “cattolicesimo politico”.

Credo che, in tempo di crisi delle ideologie e di profonde trasformazioni nel modo di produrre e consumare cultura e, per quanto ci riguarda, all’indomani del Concilio Vaticano II, ci si debba interrogare sul valore della stessa categoria di “cattolicesimo politico”, indipendentemente dalle due declinazioni che ha storicamente sviluppato: quella clerico-moderata e l’altra cattolico-democratica.

Questa categoria, “cattolicesimo politico”, ha avuto in passato la funzione di offrire un fondamento ideale a ben precisi programmi di gruppi di cattolici impegnati in politica che, in suo nome, da un lato si garantivano agibilità politica in un tempo di radicali contrapposizioni ideologiche, dall’altro potevano accreditare come interesse comune il perseguimento di interessi particolari. Tipico esempio la Democrazia Cristiana, con il suo interclassismo. La scelta della Santa Sede di considerarla rappresentativa dell’intera comunità ecclesiale, pur senza nessun riconoscimento formale, tolse spazio ad ogni altro partito cattolico o di cattolici. E quante parole sono state spese su questa distinzione!

Poi è arrivata la diaspora dei democristiani, accompagnata da tentativi, sistematicamente falliti, di cancellarla, per ricreare unità fra cattolici, e dall’uso della sigla come distintivo correntizio all’interno dei diversi partiti i cui questi erano confluiti.

L’esperienza attuale, assai più che la stessa fase democristiana, consente qualche ulteriore riflessione sul significato di tale caratterizzazione. Ci si può interrogare su che cosa hanno in comune Giuseppe Fioroni e Rosi Bindi, Maurizio Lupi e Franco Frattini, che pure militano negli stessi partiti. Ma, soprattutto, ci si può chiedere cosa hanno in comune quelli che nel referendum sulla Legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita hanno subìto il diktat di Ruini, che invitava all’astensione per far fallire il referendum, e quelli che invece sono andati a votare. Eppure, in questa occasione, c’erano tutte le condizioni perché non dovessero esserci differenze: tema eticamente sensibile, esplicita direttiva della gerarchia, nessun vincolo di partito.

Per venire all’oggi, mentre la Conferenza episcopale italiana lascia ai laici e alle loro diverse iniziative di collegamento il compito di farsi quel «soggetto unitario diffuso» (v. Adista n. 8/12, ndr) che da una parte si offre come palestra formativa e dall’altra come laboratorio stimolante per la riconsiderazione dell’alfabeto della società e della politica, i cattolici impegnati nei partiti cercano di accreditarsi, in concorrenza fra loro, come rappresentativi dell’intero mondo cattolico e legittimati dalla gerarchia. C’è sempre in campo una terza via: realizzare il superamento della contrapposizione fra partito dei cattolici e loro diaspora, con il riconoscimento che, nel qualificarsi come tali, essi si costituiscono come portatori di una visione specifica del mondo, ma capaci, al tempo stesso, di porsi in dialogo con le altre forze sociali, lasciando alla gerarchia la rappresentanza politica.

Si può, infatti, concludere che non esiste un via cattolica, né all’esercizio della cittadinanza, né alla partecipazione alla gestione delle pubbliche istituzioni. Non ci si può caratterizzare politicamente né con “l’ancoraggio alla Parola” un po’ lontana nel tempo e dai problemi da risolvere oggi, né ispirandosi ad una Dottrina sociale della Chiesa, certo figlia del tempo, ma anche dell’orientamento di chi, chiamato pro tempore al compito di garantire la testimonianza evangelica, si fa sociologo e politologo, attingendo ovviamente alle opinioni di altri che lo fanno di mestiere.

In questa prospettiva, il cattolicesimo politico, nelle sue diverse versioni, si riduce ad essere una costruzione ideologica di gruppi e movimenti ispirati ad un’unica fede cattolica, che si caratterizzano cioè – come scrissi su Adista n. 92/11 – per la loro identità religiosa, pur se interpretata diversamente. Diventa allora un falso ideologico, perché usato per fondare prassi politiche diverse, anzi, spesso in contraddizione fra loro.

L’alternativa resta vivere la diaspora compiutamente, senza infingimenti, ispirandosi al rifiuto di considerare cattolica una categoria politica o culturale. È nota la battuta di Ernesto Balducci: «Chi ancora si professa ateo, o marxista, o laico, e ha bisogno di un cristiano per completare la serie delle rappresentanze sul proscenio della cultura, non mi cerchi. Io non sono che un uomo».

Forse bisogna ispirarsi a questa scelta, coerente con il messaggio del Concilio Vaticano II, più che alla distinzione di Maritain e di Lazzati, che risale ai tempi in cui la Comunità ecclesiale non era ancora Popolo di Dio.

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