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Valori non negoziabili, un incidente linguistico di C.Albini

Christian Albini
www.viandanti.org, 19 febbraio

L’approssimarsi delle elezioni presidenziali USA è la più recente occasione in cui si è riproposto il tema dei cosiddetti valori non negoziabili. Alcuni recenti interventi, in particolare dell’arcivescovo di New York Timothy Dolan, presidente della conferenza episcopale, e il discorso di Benedetto XVI ai vescovi americani del 19 gennaio 2012, sono stati interpretati come espressione di un orientamento favorevole al partito repubblicano, le cui primarie sono ancora in corso, per la posizione decisamente contraria all’aborto dei suoi candidati.
Eppure, come ha rilevato Massimo Faggioli in un recente articolo su Europa, la linea di Obama non manca di aspetti apprezzabili e condivisibili da un punto di vista cattolico. L’estensione della copertura sanitaria e il riequilibrio fiscale, in un Paese dove solo i ricchi si possono permettere certe cure mediche e pagano persino meno tasse dei non abbienti, hanno una valenza di giustizia sociale dalle chiare radici evangeliche e di cui si possono trovare riscontri nella dottrina sociale cattolica.
Il posizionamento politico dei vescovi cattolici rispecchia quanto si è verificato anche in Italia in un recente passato: pur senza scelte di campo esplicite, si percepisce una vicinanza di fatto allo schieramento che garantisce maggiormente i valori non negoziabili.

L’ambiguità dei valori non negoziabili

Il ricorso ai valori non negoziabili nel linguaggio magisteriale e nella comunicazione pubblica cattolica – ricondotti alla triade vita, famiglia, scuola – risale alla Nota dottrinale sull’impegno dei cattolici in politica della Congregazione per la dottrina della fede, firmata nel 2002 dal cardinale Ratzinger. Ci sono state versioni di elenchi più estese, ma nella sostanza il nocciolo duro rimane quello e l’origine “dall’alto” di questa terminologia ha suscitato nei cattolici una notevole resistenza psicologica a discuterne apertamente e con franchezza.
Eppure, i motivi non mancherebbero. A ben vedere, infatti, il concetto di “valori non negoziabili” presenta delle ambiguità di tale portata da suggerire di ripensarne radicalmente l’utilizzo.
Su un piano teorico, manca di un significato preciso e definito, sia nel pensiero filosofico che nel pensiero teologico. Non ha una tradizione alle spalle né corrispondenze al di fuori dell’ambito cattolico. Di per sé è un concetto che nasce ex novo e, inteso alla lettera, si presenta come una specificazione accrescitiva del termine “valori”.
Se ci sono dei valori non negoziabili, ciò implica che altri valori siano invece negoziabili, attribuendo loro di necessità una connotazione di inferiorità qualitativa. Un valore in quanto tale, invece, non dovrebbe essere mai negoziabile. Ne derivano effetti non voluti e paradossali, come quello di anteporre una politica antiabortista all’estensione delle cure dei tumori. Non è nelle intenzioni della gerarchia, ma se in nome dei valori non negoziabili Gingritch è da preferire a Obama, di fatto è come dire che il concepito è meglio del malato di tumore.

Negoziare le leggi

I valori non negoziabili si rivelano ambigui anche sul piano pratico, nel momento in cui la gerarchia interviene nel dibattito pubblico e politico per determinare le condizioni della loro difesa. Questo comporta che i pastori si adoperino per far approvare o non approvare particolari norme in base alla loro supposta conformità ai valori. In Italia abbiamo avuto entrambe le eventualità: l’una in merito alle unioni di fatto e l’altra a proposito del testamento biologico. C’è invece una distinzione tra i principi e le norme che così salta del tutto.
Scrive Severino Dianich, in un recente testo che dovrebbe diventare un punto di riferimento nella riflessione: «Se è fuori dubbio che i principi sono non negoziabili, è anche vero che gli strumenti per la loro messa in pratica, cioè le leggi prodotte da assemblee di rappresentanti di una società sociologicamente frammentata, non possono non esserlo» (Chiesa e laicità dello Stato. La questione teologica, San Paolo 2011, p. 58). La coerenza tra principi e leggi non può essere stabilita deterministicamente o decisa per via magisteriale, ma è per forza di cose soggetta a dibattito e ammette una varietà di posizioni. Credere nel sacramento del matrimonio e riconoscere un valore sociale a questa istituzione, comporta necessariamente escludere da certe tutele sociali le coppie di fatto? Non è una risposta che ha che fare con la fede, bensì con un giudizio pratico. Qui bisogna essere molto attenti, perché identificare una legge con la giustizia tout court porta allo Stato etico.

L’uomo prima del principio

Le distorsioni teoriche e pratiche dei valori non negoziabili finiscono con l’offuscare l’annuncio del vangelo, perché la parola della Chiesa cattolica si schiaccia su un’agenda politica, creando conflitti e divisioni. Per non parlare delle strumentalizzazioni di chi si proclama paladino di tali valori e poi si concede o avvalla comportamenti che contraddicono altri valori.
Quanto detto mi porta a suggerire di rivedere il ricorso prioritario ai valori non negoziabili, la cui ipertrofia mi pare dovuta a un incidente linguistico. Dalla lettura dei testi, mi sembra che lo scopo del cardinale Ratzinger fosse quello di richiamare ai politici cattolici alla coerenza e alla coscienziosità delle loro scelte, evitando machiavellismi che distolgano di fatto l’azione politica dalla promozione umana. Questo, però, senza sottrarre ai laici il ruolo di agire con la carità dentro la storia. In ascolto dell’insegnamento della Chiesa, ma nell’esercizio responsabile del loro ruolo di discernimento tra le diverse soluzioni tecnico-politiche possibili.
La mia proposta, allora, è di mettere al centro la persona nella sua concretezza storica. La persona viene prima dei principi, per cui quello che è bene per qualcuno in una data occasione, non lo è sempre per tutti. Ecco perché non si può pretendere dalla legge, il cui orizzonte deve essere generale e non particolare, l’attuazione piena dell’etica.
Questa proposta mi sembra nel solco della pratica di umanità di Gesù, il quale, con il detto del primato dell’uomo sul sabato (Mc 2,27) e la parabola del buon samaritano (Lc 10,25-37), indica che l’orizzonte dell’amore è farsi prossimo all’uomo (senza aggettivi o connotazioni sociali, religiose, razziali…), infrangendo anche dei principi per il perseguimento di quello che in una data situazione è il bene maggiore o preferendo, quando non ci sono alternative, il male minore.
Le persone sono non negoziabili. Le persone che hanno un volto e una storia. È una posizione che ha un radicamento filosofico e teologico importante e varrebbe la pena di riprenderla e svilupparla.

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