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Le dimensioni della crisi capitalistica di L.Menapace

Lidia Menapace

Non solo la crisi non viene mai chiamata col suo nome, ma di essa non si esaminano le dimensioni e la complessità. Ciò è antiscientifico e molto pericoloso, perché non mantiene un livelio di comprensione e di vigilanza adeguato alla crisi stessa.

Questa reticenza non è innocente e basta paragonarla con le trombe levate a suonare la sconfitta, cancellazione, messa fuori della storia del “comunismo” dopo la caduta del muro di Berlino nell’89. Anche se correttamente si sarebbe dovuto parlare di “crisi del socialismo reale”.

Il capitalismo non è “solo” l’economia capitalista e il suo “modo di produzione”, di straordinaria efficacia e duttlitià “marginale”, ma anche le istituzioni, la cultura, i “valori” ecc. Si tratta cioè di un sistema storico di regole, leggi e principi dotati di una certa autonomia marginale. Non si può rispondere adeguatamente a tutto ciò, se non si comincia a costruire una alternativa di sistema.

Vorrei spiegarmi con un esempio. Il governo Monti sembra essere il portavoce autorevole dell’attuale amministrazione USA e di esserne in qualche modo il rappresentante in Europa. Di questo “luogo politico” fa parte anche la Fiat d Marchionne. Si tratta di uno schieramento che non finisce a Seattle, ma include possibile rilancio della Nato, la guerra in Afghanistan, le intrusioni nella cosiddetta “primavera araba” ecc.ecc. Soffiano venti di guerra e nelle primarie per le elezioni USA la riscossa dei repubblicani col lancio di un candidato ultraconservatore, che ha come cavallo di battaglia la più retriva posizione contro la regolazione delle nascite e di politica demografica.

Il commercio e la produzione delle armi trionfano e prospettano orizzonti soverchiati dal rischio atomico: non si resiste a tutto ciò coi mercati: un fermo presidio si può dedurre dalla Costituzione, ma Monti sembra non conoscerla e non considerarla più attuale, altrimenti potrebbe usarla come strurmento contro il proliferare di rischi di guerra e potrebbe ricordare che il lavoro è il primo fondamento della Repubblica e diritto non negoziabile delle persone .

Tutto ciò fa parte della crisi del capitalismo come assetto politico soclale culturale. Chi si dichiara comunista, ma appoggia o non considera nè contrasta la riscossa del pariarcato nella politica demografica, né le spese militari, si contraddice e non fa altro che aggiungere barbarie alla barbarie. Colgo l’occasione per osservare che Rosa (e anche Trotzki), quando parlavano di barbarie come effetto di una crisi di sistema non adeguatamente contrastata, dicevano più che miseria disoccupazione crisi economica. “Barbarie” è riduzione di umanità, relazioni, speranza, razionalità, pace.

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