Home Politica e Società Fornero, ovvero come teoria e pratica non si incontrano mai

Fornero, ovvero come teoria e pratica non si incontrano mai

Alfonso Gianni
www.paneacqua.eu

Analizzare il percorso contraddittorio su cui si muove la lunga lettera che il ministro ha pubblicato domenica scorsa su La Stampa non è un esercizio inutile. In quella lettera, infatti, si fanno delle affermaizoni importanti delle quali, in primo luogo il suo governo, dovrebbe tenere nel massimo conto

Si può anche sostenere che la ministra Fornero, nella sua lunga lettera inviata a La Stampa, in fondo non dica nulla di concreto e di valido ai fini del confronto in corso fra governo e parti sociali sul mercato del lavoro. Tuttavia non è disutile analizzare le numerose e clamorose contraddizioni che caratterizzano il suo discorso.

Fornero fa infatti un’affermazione importante della quale in primo luogo il suo governo dovrebbe tenere nel massimo conto. La ministra ci dice che le riforme pro flessibilità introdotte con generosità lungo gli ultimi quindici anni non ha fatto altro che accompagnare e probabilmente favorire la “debole crescita” che ha caratterizzato il nostro paese ben prima che esso venisse coinvolto nella terribile crisi economica mondiale che stiamo attraversando. La ragione, o una delle principali ragioni, è esattamente quella individuata dalla ministra, ovvero il fatto che “il maggiore grado di flessibilità e il conseguente calo del costo effettivo (del lavoro) hanno indotto alcune componenti del sistema produttivo a ritardare l’aggiustamento strutturale richiesto dal nuovo assetto mondiale anziché accelerarlo”. A questo fenomeno la ministra aggiunge le croniche carenze del nostro sistema formativo nonché i sempre presenti “ritardi della pubblica amministrazione”.

L’affermazione non è da poco. Essa infatti conferma esattamente che flessibilità, “spesso trasformatesi in precarietà” (sono sempre parole di Fornero), e ossessiva ricerca del minor costo del lavoro sono fattori che aumentano la debolezza complessiva di un sistema economico e produttivo, tendono a rallentare la crescita o addirittura a cogenerare recessione tanto più quando la competizione internazionale è più accanita. Si badi bene: questa analisi viene preposta, quindi considerata più importante, a quella generalmente prevalente sul carattere duale del mercato del lavoro italiano, diviso fra settori precari o con minori diritti e quelli compresi nel circolo delle imprese al di sopra dei 15 addetti.
E’ esattamente quanto viene affermato nei migliori studi scientifici sulla evoluzione del sistema economico e produttivo e sulla sua correlazione con la legislazione e l’organizzazione concreta del mercato del lavoro nel campo dei paesi industrialmente più avanzati. Questi hanno dimostrato che tra aumento della precarietà e diminuzione della crescita, passando attraverso una precipitazione della qualità dei prodotti e quindi di competitività del sistema nel suo complesso, vi è una precisa relazione di causa ed effetto riscontrabile anche empiricamente.

Di per sé quindi le parole della ministra non aggiungono nulla di innovativo a quanto già sapevamo. Ma il fatto che sia lei a dirlo costituisce un fatto politico in sé, anche se contraddetto dalla pratica negoziale e legislativa del governo di cui fa parte.
Infatti da una simile analisi ci si potrebbe logicamente aspettare una esplicita dichiarazione di intangibilità dell’articolo 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori, in quanto si dovrebbe escludere una sua diretta responsabilità nella “debole crescita” del sistema produttivo italiano e persino nella segmentazione del mercato del lavoro italiano, essendo questa ultima dovuta al pessimo utilizzo della flessibilità da parte degli operatori economici e non già alla permanenza di rigidità in uscita dal rapporto di lavoro. Ma la ministra non trae questa logica conclusione, anche se dell’articolo 18 nella sua intervista non fa pure un cenno. Come si vede la coerenza non è il piatto forte di questi “tecnici” diventati politici a tutto tondo in quanto ministri.

Il percorso contraddittorio su cui si muove la lettera della ministra diventa ancora più chiaro, quindi più grave, quando essa si addentra in un paragone con la Germania. Fornero si lancia in uno sperticato elogio del sistema tedesco, lodando senza misura le riforme introdotte in quel paese particolarmente nel campo del mercato del lavoro. Essa ci racconta di una maggiore flessibilità ottenuta “sia con nuove tipologie contrattuali sia negli spazi della contrattazione tra impresa e lavoro”. Per non disvelare le evidenti contraddizioni nelle quali si infila sempre più il suo discorso, Fornero è costretta qui a tacere su diversi elementi che riguardano il caso tedesco e la sua relazione con quello italiano. La ministra tace ad esempio, e non dovrebbe farlo, sul fatto che i salari tedeschi, benché ancora inferiori a quanto sarebbe bene che fossero in relazione all’enorme sviluppo della produttività in quel paese, sono nettamente superiori al nostro, fanalino di coda insieme alla Grecia nella Ue. Non dice che negli accordi tra le parti sociali in Germania è largamente usata la flessibilità interna all’azienda, ovvero la riduzione dell’orario di lavoro per evitare la pioggia dei licenziamenti. E’ grazie a questo che la Germania ha avuto perfomance occupazionali anche dentro questa crisi.

E’ vero, come ci avvertono fonti analitiche alternative a quelle ufficiali, che in Germania si è fatto ampiamente uso del lifting delle cifre sulla disoccupazione, corrette probabilmente per quasi un milione di unità, grazie alla possibilità di contare come occupati anche coloro che hanno rapporti sporadici con il mondo del lavoro o partecipano a corsi di formazione o di riqualificazione. Ma resta pur sempre vero che questi aggiustamenti delle cifre sono usati anche altrove, compreso da noi, e che in ogni caso la condizione della Germania sia migliore degli altri paese sotto il profilo occupazionale, al punto che recentemente i tedeschi hanno riaperto le frontiere della immigrazione di mano d’opera proveniente da est per fare fronte alla domanda di lavoro nei settori più bassi non diversamente soddisfacibile.
Ma soprattutto la ministra tace sul fatto che l’indice di rigidità nell’uscita dai rapporti di lavoro in Germania è superiore che nel nostro paese (rispettivamente 3.0 e 1.77), il che dimostra che proprio l’esperienza della migliore economia produttiva del continente esclude che la facilitazione dei licenziamenti possa essere un efficace volano nella ripresa economica.

Infine Fornero fa riferimento alla ben maggiore generosità del welfare state tedesco, in particolare per quanto riguarda il sostegno diretto ai disoccupati: “prima della crisi la spesa pubblica (in Germania) per il sostegno alle famiglie, i sussidi ai disoccupati, i provvedimenti per l’abitazione e contro l’esclusione sociale raggiungeva il 5,1 per cento del Pil, contro l’1,8 per cento in Italia”. Quindi se ne dovrebbe dedurre che il welfare state è un potente fattore di crescita e che il suo incremento è ciò che esattamente bisognerebbe fare proprio per evitare e per uscire da una crisi economica che comporta una profonda recessione come quella attuale. Che quindi una misura come il reddito minimo garantito, così come richiesta dallo stesso Parlamento Europeo, finalizzato alla ricerca di un buon lavoro, un decent work come dicono gli inglesi, sarebbe la cosa da introdurre anche nel nostro sistema che, uno dei pochissimi in Europa, ne è del tutto privo. Invece l’esito di queste buone considerazioni si traduce nel suo contrario quando si passa ad esaminare le proposte del governo che addirittura vorrebbero eliminare la cassa integrazione straordinaria e si guardano bene di affrontare in termini concreti, cioè economici, il tema di un’estensione in senso universalistico del welfare state e delle misure contro la disoccupazione fino al reddito minimo.

Non ci sono soldi, fa capire la ministra. Qualche sindacalista offre la risposta sbagliata, come Bonanni che fa riferimento alla possibilità di utilizzare in questa direzione ciò che si risparmia togliendolo ai pensionati. Certo che non ci sono se non si introduce una tassazione patrimoniale e invece si persegue la strada dell’introduzione nella Costituzione del pareggio di bilancio (la Camera ne ha iniziato l’esame in questi giorni in seconda lettura), che inibisce qualunque possibilità di spesa in deficit per politiche sociali.
Ma i paradossi non finiscono mai. Il nostro governo e gli altri paesi della Ue firmano il nuovo fiscal compact, che prevede appunto la militarizzazione del pareggio di bilancio, e nello stesso giorno due paesi come la Spagna e l’Olanda dichiarano candidamente che non saranno in grado di rispettare i limiti previsti nel contenimento del deficit. Possibile che proprio noi dobbiamo esser più realisti del re? In realtà il cupio servendi verso l’attuale governance europea pare essere la vera cifra di questo governo, non a caso il più politico degli ultimi tempi.

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