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Di regime in regime, cosa sta accadendo

Maura Vagli
www.womenews.net

Facciamo alcune considerazioni sul modo in cui le cose accadono in Italia, intendendo per cose le vicende politiche, i passaggi d’epoca, la fine e gli inizi di diversi regimi politici. Prendiamo ad esempio gli ultimi cento anni, più o meno.

Come siamo passati dal regime liberale, seguito all’unità d’Italia, al regime fascista? Nel concreto come è avvenuto? C’è stato un colpo di stato? Lo stato monarchico-liberale come si è comportato? Si è parlato di marcia su Roma e di “conquista” del potere. In realtà la cosiddetta marcia fu un viaggio in treno o una passeggiata, e Mussolini che, in albergo, o comunque in un luogo assolutamente tranquillo, attendeva lo sviluppo degli eventi, giocava d’azzardo e di psicologia. Il re, considerate le azioni compiute dai fascisti (assalto alle Camere del Lavoro, incendi alle Case del Popolo aggressioni e intimidazioni d’ogni genere) avrebbe potuto e dovuto dichiarare lo stato d’assedio.

Era il 28 ottobre 1922, il re si oppose alla dichiarazione di stato d’assedio e alla repressione della cosiddetta marcia su Roma. Poteva, ma non lo fece. Anzi, non solo non represse quel movimento violento e aggressivo, che già aveva manifestato tutto il suo carattere autoritario e lesivo dei più elementari diritti, ma chiamò Mussolini a formare un nuovo governo, dopo che Mussolini aveva rifiutato di far parte di un governo guidato da altri. Quindi il re, seguendo le modalità in vigore, incaricò Mussolini di formare il governo.

In questo mio ragionamento saltiamo, per brevità necessaria, le argomentazioni usate dai vari protagonisti della vicenda. Quello che voglio sottolineare è che, tra le due vie che il re aveva a disposizione per fare la sua scelta, la repressione e la difesa dell’ordine dello stato liberale, oppure l’incarico per un nuovo governo, scelse la seconda, assumendosene la responsabilità storica, ma, di per sé, seguendo i poteri che aveva a disposizione. Cioè in quella occasione coloro che avevano messo a ferro e fuoco il paese, gli autori del baratro in cui si trovava l’Italia, non solo non furono fermati, ma si dette loro l’incarico di formare il governo.

Prescindiamo qui dagli sviluppi drammatici e successivi del fascismo, dal delitto Matteotti alla soppressione della stampa libera, a Piero Godetti, Amendola, Gramsci. Qui ci interessa solo il moto iniziale e come esso avvenne. A che questa premessa? Per l’oggi, per capire, oggi, a che punto è la notte.

Nasce nel 2008 negli Stati Uniti d’America la più grande crisi finanziaria del sistema capitalistico dopo quella del 1929. Nasce nel paese che ha il più grande debito pubblico del mondo. Nasce in un paese che vive, anche nel privato, cioè nelle famiglie, di debito. Le banche speculano, e si passano a catena debiti su debiti, fino all’ultimo anello, il cittadino. Nel frattempo i gruppi finanziari, assicurativi, bancari, si uniscono e, in poco più di dieci, marciano allegramente verso il baratro, consapevoli però delle loro grandi dimensioni e che proprio per questo nessuno li lascerà morire, men che meno lo stato. E questo accade: mentre crescono i poveri e scompare il ceto medio, le case passano alle banche per la perduta capacità di pagare i mutui, avendo i mutuanti perso il lavoro, mentre la disperazione avanza, le banche vengono salvate, e, ancora oggi, continuano a fare quello che facevano ieri: speculazione.

Tutto questo può accadere perché Clinton, durante la sua presidenza, ha cambiato la legge americana, seguita al 1929, che prevedeva due tipi di banche: quelle di investimento e quelle speculative. Risale dunque a quella legge di Clinton il disastro che ne è derivato, non più divisione di compiti, e tutti che possono fare tutto. E’ così che tutte le banche si buttano sul rischio e sui prodotti spazzatura, impoverendo i cittadini e l’intera società, riservando a sé, cioè agli operatori finanziari, profitti astronomici, e distanziando sempre più l’economia reale, quella che crea valore, dall’economia di carta. I due termini del problema sono: da un lato il lavoro, dall’altro la finanza.

Come già nel passato, si pensi agli anni ’70, questa crisi, che nasce negli USA, si abbatte sull’Europa, o forse sarebbe più corretto dire viene “trasferita” in Europa. E qui, in Italia, non si risponde chiedendo la restituzione dei denari che negli ultimi trent’anni sono passati dal ceto medio e dal mondo del lavoro alla rendita al capitale ai profitti, facendo delle disuguaglianze italiane le maggiori disuguaglianze esistenti nell’occidente. La risposta italiana è stata: a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. Questo è quello che ha fatto il governo Monti.

Le banche, la finanza, la dissoluzione del rapporto tra denaro e lavoro, tra capitale e sviluppo, hanno prodotto lo sconquasso di interi paesi, e noi chi abbiamo chiamato a governare i processi del necessario e urgente risanamento? Abbiamo chiamato le banche, cui è stato dato il nome di tecnici, professori, non politici. Abbiamo chiamato al capezzale del malato il germe della malattia, convinti di curarla attraverso coloro che l’hanno determinata.

D’altra parte il sollievo legittimo di esserci liberati del governo Berlusconi ci ha fatto apprezzare un governo libero da tv, da leggi ad personam, dalla “nipote” di Mubarak (documento votato dalla maggioranza del Parlamento della Repubblica), e da tutte le vicende del periodo berlusconiano, famose in Italia e all’estero.

Dopo questo legittimo sollievo del primo momento dobbiamo interrogarci un po’ più a fondo, e capire, anche a livello dello stato della democrazia e del diritto, quello che accade. Il professore Monti è stato nominato senatore a vita, ha avuto l’incarico di formare il nuovo governo, secondo le regole della democrazia parlamentare, ed ha avuto, in parlamento, la fiducia degli opposti schieramenti, destra e sinistra. Anche qui si poteva scegliere, tra la situazione determinatasi, il governo del Presidente Napolitano, e il ricorso alle urne, come ha fatto la Spagna, per esempio, senza che sia successo niente di particolare.

Intendiamoci le scelte fatte, sotto il profilo formale, non fanno una grinza, ed anzi sono state definite “un lavoro di fioretto”, un lavoro elegante, rispettoso di tutti i poteri, incentrato sul salvare il paese, tutto vero, tutto giusto, ma nessuno può negare che la situazione che si è verificata, al di là del legittimo sollievo iniziale, analizzata con più freddezza, è una situazione anomala, in cui schieramenti contrapposti, che hanno il diritto/dovere di governare e di fare opposizione/controllo, sono insieme a sostenere un governo terzo, che non è né dell’uno né dell’altro, e fa cose che tutti e due alla fine devono approvare.

C’è qualcosa che non va. C’è qualcosa da correggere in tempi brevi, per esempio con le elezioni politiche quanto prima, senza attenderne la naturale scadenza, proprio per sottolineare l’eccezionalità dell’evento, proprio per impedirne il sopravvento, che, per quanto svoltosi nel rispetto delle forme, sempre più appare come un’ipotesi di regime destinato a durare. Qualcuno dice la terza repubblica! Dunque non come moderno Cincinnato, il professor Monti, pronto a tornare al suo campicello, una volta prese le decisioni urgenti e necessarie, piuttosto come moderno “uomo della provvidenza”, pronto a durare un ventennio, esattamente come la seconda repubblica.

Se questo (le elezioni anticipate) , come è probabile, non dovesse accadere, la permanenza di un governo che di fatto ha messo nell’angolo i due maggiori partiti, non resterà senza conseguenze. Conseguenze non buone per la democrazia, conseguenze non indifferenti per la sorte del sistema dei partiti nel nostro paese. I tempi sono nuovi, le cose non accadono nelle forme del passato, ma la guerra delle monete che è in atto non è meno violenta di una guerra guerreggiata con le armi.

Domandiamolo ai greci che hanno come presidente il già vicepresidente della BCE! (si colleghi a Strauss-Kahn, il già direttore del FMI, assolutamente contrario al tipo di intervento fatto sulla Grecia!). Domandiamolo agli imprenditori suicidi del nord-est e del resto d’Italia (più di 40). Domandiamolo agli operai, a quelli per aria sulle gru da mesi, ai lavoratori e lavoratrici che sono in mezzo alla strada, domandiamolo a coloro che rovistano nei cassonetti per mangiare, a tutti quelli che ingrossano le fila della Caritas per un pasto, per un luogo. Non sono i clochard di ieri, sono i nuovi poveri, prodotti dalla grande finanza, dalle banche e dai banchieri.

Ecco, il mio ragionamento è questo: ogni volta che bisogna cambiare davvero, invece di farlo, noi giriamo pagina, non valutiamo, non studiamo, non ragioniamo sugli eventi. Siamo fatti così? O c’è dell’altro?

Abbiamo girato pagina nel 1922, senza fermare l’aggressore. Abbiamo girato pagina nel 1946, senza fare i processi. Lo stesso nel 1992, facendo finta di fare i processi, ed ora, nel 2011, il 16 novembre.

Non è che “scegliamo” ogni volta di cambiare tutto per non cambiare proprio niente?

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