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Donne nelle istituzioni

Maria Zegarelli
L’Unità, 3 marzo

Erano ventuno, su una platea di oltre seicento maschi. Pochissime, eppure riuscirono a lasciare la loro impronta indelebile nella Costituzione italiana. «Come fecero, così poche, ad essere tanto incisive?». Domanda provocatoria quella di Miriam Mafai, rilanciata altrettanto provocatoriamente da Livia Turco ad un gruppo di giovani dirigenti democratiche riunite per un seminario su «Le donne nella storia della Repubblica a partire dalle leggi». Furono tanto incisive perché dietro di loro c’erano «un movimento fortissimo nella società e partiti forti alle loro spalle», ricorda Turco, perché riuscirono a fare rete, «andando oltre l’appartenenza al partito», aggiunge Mafai.

Poche ma tostissime, in nome di tutte le altre che le avevano delegate ad aprire una strada. Tornano e ritornano i nomi di quelle donne, Tina Anselmi, Nilde Jotti (la cui Fondazione a lei dedicata contribuisce a questa iniziativa) Maria Federici. E allora non è affatto scontato mettere insieme quelle che c’erano e tutte quelle che negli anni Settanta ancora dovevano nascere oppure erano piccolissime, per cercare di tracciare una mappa verso cui andare e completare quella strada che è ancora lì, sempre un tratto da finire. Ripercorrere quelle leggi è capire come ci si è arrivati, a partire dal diritto di voto. 1 febbraio 1945: il suffragio universale. Per tutte, tranne le puttane, escluse. Poi, anche loro.

E quanti diritti riconosciuti nella Costituzione, finalmente, ma alcuni dei quali applicati praticamente con una decina di anni di ritardo, come la parità retributiva fra uomini e donne sancita con un accordo sindacale soltanto nel 1960. Per non parlare delle cariche elettive, l’accesso ai posti apicali nel pubblico impiego, i diritti legati alla maternità. In politica il punto di svolta segna un anno preciso, dice Livia Turco: «E’ il 1987, quando Andreotti entrò a Montecitorio, dopo le elezioni, si guardò intorno e chiese “che cos’è tutto questo colore?».

Era il colore degli abiti di quel 30% di donne elette con il Pci, frutto di una battaglia durissima dentro il partito, tanto che quando dalle urne il risultato che venne fuori per il Pci non fu esaltante, si convocò una riunione per l’analisi del voto. «Io dissi che aveva perso il Pci ma avevano vinto le donne – continua la deputata Pd -. A quel punto Giancarlo Pajetta rispose: “Le disgrazie non vengono mai da sole”. Per niente intimidita rilanciai chiedendo le dimissioni del capolista in Calabria per lasciare il posto ad una donna perché li non ne era stata eletta neanche una. Non lo feci per spavalderia ma perché sapevo che ero li in nome di tutte le altre».

Ecco quello che manca oggi, dice Mafai: «Una rete vera. Non sento il rumore delle masse di donne che chiedono a gran voce più asili nido, reale parità d’accesso al lavoro, meno ricatti da parte di chi il lavoro può decidere e meno di darlo».

Mentre Livia Turco racconta il suo “io c’ero”, spazio dedicato a chi ha partecipato a vario titolo al varo delle leggi che hanno cambiato la vita delle donne, Valeria Fedeli, della Cgil, rimanda come da uno specchio l’altra metà del campo. «Facevamo le stesse battaglie – racconta -. In Cgil riuscimmo nel 1985 a imporre la quota del 20% di rappresentanza e insieme alle colleghe della Cisl imponemmo una contrattazione sindacale non più neutra e introducemmo il tema della conciliazione lavoro-famiglia». Le giovani democratiche prendono appunti e organizzano i gruppi tematici sui quali lavoreranno fino a domenica, a Casa San Bernardo, sulla Laurentina.

Roberta Agostini, responsabile donne del Pd, dice che questo è il primo passo, per «costruire un ponte fra quel passato e questo presente e rimettere in moto quella rete senza cui le battaglie non si vincono».

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