Home Politica e Società La mafia non è un film di gangster

La mafia non è un film di gangster

Gian Carlo Caselli
il Fatto quotidiano, 13 marzo 2012

Un classico. Finché i magistrati si occupano di Riina e soci (cioè dell’ala militare, indifendibile della mafia) tutto bene. Ma non appena ci si affaccia al livello delle possibili complicità con politici, imprenditori, medici e professionisti vari (le cosiddette “relazioni esterne”), la musica cambia. In un attimo ci si dimentica che la vera forza della mafia non è la sua struttura gangsteristica. Il suo autentico potere sta altrove, nelle complicità, collusioni e coperture. Non indagare anche su questo versante significa fare antimafia solo a metà, rinunziando alla possibilità stessa di vincere davvero la guerra alla mafia. E l’unico strumento investigativo-giudiziario che consente di intervenire anche su questo versante è il “concorso esterno”, che si concreta quando taluno concorre – appunto – ad attività del sodalizio criminale senza farne parte come affiliato.

Senonchè, chi fa antimafia utilizzando anche questo decisivo strumento deve mettere in conto che si attirerà robuste antipatie. L’ex premier Berlusconi, al riguardo, è stato un precursore, quando nell’intervista al periodico inglese Spectator e alla Gazzetta di Rimini dell’11.9.03 ha sostenuto che “a Palermo la nostra magistratura comunista, di sinistra, ha creato un reato, un tipo di delitto che non è nel codice; è il concorso esterno in associazione mafiosa”. Questo concetto è stato poi ripetuto da una schiera di epigoni del “leader” e ha finito per diventare un ritornello della canzone sui teoremi giudiziari. Per cui, sostenendo – nella requisitoria sul caso Dell’Utri – che al “concorso esterno ” (se sono precise le cronache giornalistiche) ormai non crede più nessuno, il sostituto procuratore generale della Cassazione Iacoviello forse pensava di dire una cosa originale, mentre si è trattato della replica (magari inconsapevole) di un film già visto.

Un film, in verità, piuttosto surreale, perché tutti gli studiosi concordano con le parole della sociologa palermitana Alessandra Dino, secondo cui la mafia costituisce “un network potente e articolato, che comprende esponenti del mondo della politica, dell’economia e delle professioni”. Un riscontro alla teoria dello storico Salvatore Lupo, per il quale c’è una “richiesta di mafia” non solo in settori della società civile, ma anche dell’imprenditoria, della politica, del sistema economico-finanziario e di certi poteri costituiti. “Richiesta” o meno, chiunque studi l’evoluzione delle mafie constata che per realizzare i loro affari esse hanno bisogno di commercialisti, immobiliaristi, operatori finanziari e bancari, amministratori e politici, notai e giuristi. Un intreccio perverso che costituisce la spina dorsale del potere mafioso e che si può contrastare – ripeto – soltanto con la figura del “concorso esterno”.

Sul piano processuale, non occorrono chissà quali studi per sapere che questa figura risale addirittura al 1875, come provano le sentenze della magistratura palermitana sul brigantaggio – e che essa fu poi impiegata nei processi per terrorismo (Brigate rosse e Prima linea) e in quelli di mafia – finché la sua legittimità è stata ripetutamente riconosciuta dalla Corte di cassazione, che ha anche stabilito rigorosi paletti garantisti.

Ma a spazzare via ogni dubbio ci ha pensato il pool di Falcone e Borsellino, vale a dire il massimo dei massimi in tema di contrasto della mafia, sostenendo (pag. 429 dell’ordinanza/sentenza 17 luglio 1987 conclusiva del maxi-ter) che: “Manifestazioni di connivenza e di collusione da parte di persone inserite nelle pubbliche istituzioni possono – eventualmente – realizzare condotte di fiancheggiamento del potere mafioso, tanto più pericolose quanto più subdole e striscianti, sussumibili – a titolo concorsuale – nel delitto di associazione mafiosa. Ed è proprio questa ‘convergenza di interessi’ col potere mafioso… che costituisce una delle cause maggiormente rilevanti della crescita di Cosa Nostra e della sua natura di contropotere, nonché, correlativamente, delle difficoltà incontrate nel reprimerne le manifestazioni criminali”.

A fronte di queste parole, ogni eventuale tentazione di riconoscere solo in teoria la pericolosità della mafia nelle sue connessioni col potere politico ed economico, per poi – nel momento di passare all’azione – limitarsi a colpirne l’ala militare, va contestata con fermezza. Anche a rischio di essere considerati come eretici o marziani. In un mondo in cui aliena – rispetto alla società – finirebbe così per diventare non la mafia, ma piuttosto l’antimafia.

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