Home Politica e Società L’Occidente tace sulle immolazioni in Tibet

L’Occidente tace sulle immolazioni in Tibet

Saransh Segal
Asia Times Online
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di REIO

In Cina sono sempre di più i monaci buddisti tibetani che ricorrono all’immolazione come segno di protesta contro la repressione della libertà religiosa da parte di Pechino. I suicidi, tuttavia, non sono riusciti ad attirare l’attenzione globale sulla questione tibetana.

Gli osservatori del Tibet lo attribuiscono alla crescita allo status di superpotenza economica della Cina, e per questo le delegazioni dei governi occidentali e asiatici evitano l’argomento con Pechino.

Dal febbraio 2009 sono almeno ventotto i tibetani a essersi dati fuoco in un’ondata di proteste, e negli ultimi tre mesi sono quindici sono i casi riportati nella regione dell’Himalaya. Questo ha portato i tibetani in esilio a lanciare una protesta mondiale contro le politiche culturali e religiose cinesi contro il Tibet. Comunque, nessun governo straniero è disposto a fare pressioni su Pechino.

“Con l’incremento del potere economico cinese ed il declino dell’Occidente, la causa tibetana rischia di essere limitata a una piccola parte della società civile. In passato i governi occidentali prestavano anche solo formalmente una certa attenzione verso i diritti dei tibetani. Come la Cina ha alzato la posta, le intenzioni occidentali di destabilizzazione sono scomparse”, così ha scritto in una e-mail ad Asia Times Online Dibyesh Anand, professore associato dei relazioni internazionali alla London’s University of Westminster.

Frustrati dall’indifferenza del mondo, i seguaci del Dalai Lama, la guida spirituale tibetana in esilio, continuano la loro lotta in Cina e fuori per un Tibet libero.

Le autorità cinesi hanno intensificato la vigilanza nelle zone abitate dai tibetani nel delicato mese di marzo. Il 10 marzo segna l’anniversario della fuga del Dalai Lama in India dopo il fallimento di una rivolta armata nel 1959 contro il dominio cinese, e dei sanguinosi scontri per le proteste a Lhasa, capitale del Tibet. Gli osservatori avvertono che le immolazioni potrebbero aumentare in questo mese.

Secondo l’agenzia di stato Xinhua News l’ultima immolazione è avvenuta il 14 marzo nella provincia di Qinghai. Jamyang Palden, un monaco del monastero di Rongwo, è uscito fuori dal suo tempio alle 10:42, ha indossato abiti imbevuti di benzina e con un accendino si è dato fuoco.

Il monastero di Rongwo è il secondo tempio del buddismo tibetano nel Qinghai, contea di Tongren, prefettura autonoma tibetana di Huangnan.

Xinhua, citando un portavoce locale, ha detto che le guardie di sicurezza in servizio nelle vicinanze si sono precipitate per spegnere l’incendio e portare il monaco all’Ospedale del Popolo di Huangnan. Ma a mezzogiorno, alcuni monaci e residenti locali sono andati all’ospedale e hanno forzatamente fatto uscire Jamyang Palden dall’ospedale.

Quattro giorni prima, il 10 marzo, un giovane monaco tibetano, Gepey, dal monastero di Kirti, prefettura di Aba, provincia di Sichuan, si era dato fuoco. Il gruppo di attivisti di Londra, Free Tibet, ha detto: “Il 18enne Gepey si è immolato dietro un accampamento militare il 10 marzo ad Aba […] la gente del posto ha provato a portare via il corpo, ma il personale della sicurezza lo ha ripreso in consegna”.

Solo pochi giorni prima, 6 marzo, un 18enne manifestante tibetano, Dorjee, si è dato fuoco ed è morto, anche lui nella prefettura di Aba. Il gruppo Save Tibet ha detto: “Prima di immolarsi e morire, Dorjee ha camminato verso un ufficio governativo nella contea di Naba (prefettura di Aba) urlando slogan contro le politiche del governo cinese”.

Le immolazioni stanno aumentando nelle aree abitate dai tibetani a Sichuan, a Gansu e nelle province, al di fuori della Regione Autonoma del Tibet.

Alcuni funzionari del governo cinese hanno recentemente bollato gli atti di immolazione come “terrorismo suicida” e hanno ritenuto responsabile il Dalai Lama. Alcuni commentatori cinesi dicono che il Dalai Lama istighi deliberatamente proteste suicide fuori dal Tibet proprio per “giustificare” la sua rivendicazione di un “grande Tibet”, in altre parole per dimostrare che la sua influenza si estende alle aree abitate al di fuori del Tibet.

Wu Zegang, capo della prefettura di Sichuan, in principio aveva sollevato accuse simili. “Alcuni dei suicidi sono stati commessi da religiosi che tornavano dalla vita laica, e tutti avevano precedenti penali o attività sospette. Avevano una pessima reputazione nella società”, ha detto Wu, anche lui tibetano.

Tuttavia, a una conferenza stampa tenuta a Pechino il 14 marzo, alla fine della sessione annuale dell’Assemblea Nazionale del Popolo, il Primo Ministro cinese Wen Jiabao ha sembrato toccare altri tasti, dicendo di essere “profondamente dispiaciuto” per le immolazioni: “I giovani tibetani sono innocenti. Siamo profondamente dispiaciuti per i loro comportamenti.” Ha inoltre sottolineato che il governo cinese è “contrario a questo tipo di atti radicali che disturbano e minano l’armonia sociale”.

Wen ha anche accusato il Dalai Lama e il governo tibetano in esilio a Dharamsala di cercare di separare il Tibet e i suoi abitanti dalla Cina. Ha aggiunto: “Su questa materia abbiamo un posizione ferma e di principio.”

Nel frattempo, gli esuli tibetani respingono le accuse e continuano nella loro serie di proteste contro le politiche di Pechino, chiedendo l’intervento delle Nazioni Unite e dei governi più importanti.

Alla vigilia dell’anniversario della fallita rivolta tibetana del 1959, sono state organizzate forti proteste dai tibetani e dai loro gruppi di supporto, dalla capitale dell’esilio a Dharamsala, in India, fino a Times Square di New York. Scioperi della fame, veglie, proteste e rabbia popolare sono state testimoniate in ogni comunità tibetana nel mondo.

L’8 marzo, durante la fine della Cinque giorni di Monlam Chenmo (un grande festival di preghiera) a Dharamsala, il Dalai Lama ha detto: “In questo momento la verità viene repressa violentemente in Tibet […] la verità sta perdendo forza e potenza, ma non possiamo fare molto.”

Il 10 marzo, in occasione dell’anniversario della fallita rivolta, il dottor Lobsang Sangay, primo ministro del governo tibetano in esilio, ha detto: “Faccio gli omaggi alle persone coraggiose che hanno sacrificato così tanto per il Tibet. Nonostante 53 anni di occupazione da parte della Repubblica Popolare Cinese (PRC), lo spirito del Tibet e la sua stessa identità rimangono intatti […] La colpa è tutta dell’intransigenza dei dirigenti di Pechino” e ha aggiunto: “Speriamo che i futuri dirigenti cinesi avvieranno un vero cambiamento e che trovino la saggezza per ammettere che la lunga e rigida politica del governo in Tibet ha fallito.”

I paesi confinanti con la Cina, come Nepal e India, sembrano aver ceduto al potere economico e all’influenza cinese e fanno del loro meglio per prevenire qualsiasi attivismo anti-Cina sul loro territorio. Non ci sono altri paesi asiatici che abbiano mostrato una reale preoccupazione per ciò che avviene in Tibet. Invece, i governi ribadiscono sempre il riconoscimento del Tibet come parte della Repubblica Popolare Cinese (PRC) e che si tratta di un problema interno della Cina.

I paesi occidentali, che prima sollevavano il problema del Tibet nelle loro relazioni con la Cina, ora sembrano bypassare o trascurare l’argomento quando contrattano Pechino.

Durante una visita negli Stati Uniti del vicepresidente cinese Xi Jinping – probabile successore di Hu Jintao alla fine di quest’anno – il presidente Barack Obama e gli alti funzionari statunitensi non hanno mai affrontato la questione tibetana.

Questo ha reso piuttosto debole una recente dichiarazione da parte del Coordinatore Speciale degli Stati Uniti per la questione tibetana, Maria Otero.

“Il governo degli Stati Uniti ha sollevato direttamente e costantemente al governo cinese il problema delle immolazioni dei tibetani”, disse la Otero a gennaio: “Il governo degli Stati Uniti ha ripetutamente sollecitato il governo cinese ad affrontare le controproducenti politiche nelle zone tibetane che hanno creato tensioni e che minacciano la distinta identità religiosa, culturale e linguistica del popolo tibetano.”

“Per quanto concerne i temi dei diritti umani, i rapporti che arrivano dai paesi del Sud-Est Asiatico sono terribili. Mentre il Nepal agisce contro i suoi abitanti tibetani come se fosse un sostituto del governo cinese, la condotta dell’India è appena migliore”, ha detto Anand alla University of Westminster.

Elliot Sperling, professore associato ed esperto di storia tibetana e delle relazioni Tibet-Cina alla Indian University, ha detto: “La Cina esercita una certa influenza su chi la critica per via della sua potenza economia e questo è riflesso nel modo in cui viene (o non viene) criticata sul Tibet.”

Ma per gli esuli tibetani, per il movimento Free Tibet, il supporto internazionale e soprattutto il supporto delle grandi potenze come gli Stati Uniti sono molto importanti. Ora la comunità dei tibetani in esilio a Dharamsala comincia a discutere e dibattere su come riconquistare l’attenzione internazionale e il supporto alla loro causa, vedendo che anche le proteste più estreme e le immolazioni vengono largamente trascurate.

Lobsang Wangyal, un imprenditore tibetano in esilio che vive in India, dice: “Da molto tempo i tibetani in Tibet non sono felici sotto il dominio cinese. Le immolazioni dicono che fanno sul serio, ma il mondo sta prestando poca attenzione. Questo ci dà la sensazione che venticinque tibetani che mettono a repentaglio la propria vita non siano ancora sufficienti e che ci sia bisogno di altre vite da sacrificare.”

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