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Mali – Il golpe e la fame

Michele Paris
www.altrenotizie.org

Giovedì scorso, una giunta militare ha conquistato il potere in Mali dopo aver rimosso il presidente Amadou Toumani Touré, due volte democraticamente eletto alla guida del paese dell’Africa occidentale. Il nuovo regime degli ufficiali golpisti è stato immediatamente condannato da una comunità internazionale che da qualche giorno si sta muovendo per adottare iniziative volte a ristabilire la democrazia.

Alla base del rovesciamento del governo legittimo ci sono problemi di natura economica e sociale precipitati negli ultimi mesi, in particolare dopo la caduta del regime di Gheddafi in seguito all’intervento NATO dello scorso anno. Il colpo di stato sembra essere scaturito da un’insurrezione dei militari in una caserma nella capitale, Bamako, mercoledì scorso. Alla testa dei soldati ribelli ci sarebbe il capitano Amadou Sanogo, addestrato negli Stati Uniti nel corso di svariati soggiorni presso alcune accademie militari americane.

La giunta, dopo aver preso possesso del palazzo presidenziale e il controllo delle trasmissioni televisive, ha annunciato la sospensione della Costituzione, ha adottato il coprifuoco e chiuso le frontiere, anche se alcune misure di emergenza sono state annullate negli ultimi giorni per dare un’apparenza di normalità al paese. La giunta militare, autodefinitasi “Comitato Nazionale per il Ristabilimento della Democrazia e la Rinascita dello Stato”, sembra avere ancora un controllo precario del paese ed è formata da ufficiali di basso grado. Il motivo ufficiale del golpe contro un presidente che avrebbe dovuto lasciare il potere al termine del suo secondo mandato il mese prossimo, sembra essere stata l’incapacità di quest’ultimo di sedare la rivolta dei Tuareg in corso da qualche mese nel nord del Mali.

L’insurrezione era iniziata attorno alla metà di gennaio sotto la guida del Movimento di Liberazione Nazionale Azawad (MNLA), creato dalla fusione di vari gruppi ribelli, anche grazie all’afflusso in Mali di centinaia di Tuareg armati che avevano lasciato la Libia dopo il crollo di Gheddafi, per il quale avevano combattuto contro le milizie sostenute dalla NATO. I combattimenti che sono seguiti hanno permesso all’MNLA di strappare al controllo governativo ampie porzioni di territorio e importanti città, mentre hanno causato l’evacuazione di centinaia di migliaia di persone, costrette a lasciare i propri villaggi per cercare rifugio nei paesi confinanti.

La scarsa preparazione delle truppe inviate al nord per spegnere la rivolta e gli equipaggiamenti inadeguati forniti dal governo avevano provocato una profonda insofferenza verso il presidente Touré tra le forze armate. Il primo febbraio, inoltre, le mogli e le madri dei membri dell’esercito uccisi nei combattimenti con i Tuareg avevano organizzato una manifestazione di protesta dopo la scoperta di una fossa comune con una quarantina di corpi di soldati, a fronte di un bilancio ufficiale di appena due decessi.

Pochi giorno dopo il colpo di stato, gli Stati Uniti, la Francia e l’Unione Europea hanno congelato gli aiuti economici destinati al Mali che ammontano a decine di milioni di dollari. Nella capitale della vicina Costa d’Avorio, inoltre, è stata convocata una riunione di emergenza della Comunità Economica dei Paesi dell’Africa Occidentale (ECOWAS), da cui il Mali è già stato sospeso. Il presidente ivoriano Alassane Ouattara ha minacciato sanzioni contro la giunta al potere e ha annunciato la messa in stato di allerta di un contingente di peacekeepers da inviare in Mali se sarà necessario. Una delegazione composta da cinque presidenti di paesi africani sta infine per recarsi a Bamako per cercare di “ristabilire l’ordine costituzionale”.

Nella serata di martedì, intanto, un portavoce della giunta apparso in diretta TV ha affermato che il Mali avrà a breve una nuova costituzione, lasciando intendere che verrà formato un nuovo governo nonostante gli appelli a reinsediare quello del presidente Touré. Mercoledì, poi, Al Jazeera ha dato notizia di una manifestazione a favore degli stessi militari per le strade di Bamako, con ogni probabilità orchestrata da essi stessi per mostrare un qualche appoggio popolare al golpe.

Il deposto presidente Amadou Toumani Touré era stato anch’egli a capo di un golpe militare in veste di generale nel 1991, quando l’esercito depose il dittatore Moussa Traoré sull’onda delle proteste popolari esplose nel paese. Soprannominato “Soldato della Democrazia”, l’anno successivo Touré facilitò la transizione democratica e le elezioni presidenziali, vinte da Alpha Oumar Konaré. Alla scadenza del secondo mandato di quest’ultimo, Touré conquistò la presidenza nelle elezioni del 2002 e venne rieletto nel 2007.

Dopo l’indipendenza dalla Francia nel 1960, il Mali si allineò al blocco sovietico, anche se successivamente le relazioni con l’Occidente migliorarono notevolmente. In particolare, dopo l’11 settembre e l’ascesa al potere di Touré, il governo del Mali si è mostrato un partner affidabile nella guerra al terrore lanciata dagli Stati Uniti. La cooperazione militare con Washington si è intensificata, anche per il ruolo di Bamako nel contenimento della minaccia più o meno reale dei gruppi affiliati ad Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM) attivi nella regione sahariana e del Sahel.

Anche se Washington e Parigi hanno ufficialmente condannato in maniera decisa il golpe in Mali, chiedendo il ristabilimento del potere civile, da qualche tempo erano giunti svariati segnali della crescente impazienza occidentale nei confronti del governo di Touré. Questi malumori erano dovuti all’inadeguatezza sempre più evidente nel fronteggiare i gruppi integralisti operanti nel nord del paese e che sembrano aver stabilito qualche legame proprio con i ribelli Tuareg. Il Mali, inoltre, è diventato un punto di transito importante per il traffico di droga proveniente dall’America Latina e diretto al mercato europeo.

La situazione interna sempre più precaria del Mali, tuttavia, è la conseguenza diretta proprio dell’intervento NATO in Libia. Come aveva ricordato lo stesso Touré in un’intervista rilasciata lo scorso febbraio al settimanale francese L’Express, Gheddafi aveva infatti agito da mediatore e pacificatore sulla questione dei Tuareg, favorendo il disarmo dei ribelli e la loro integrazione nella società. Il regime di Tripoli aveva costruito stretti legami con il Mali, dove i massicci investimenti libici avevano prodotto una certa crescita di alcuni settori dell’economia locale.

Il ritorno dei Tuareg reclutati dal rais e l’improvvisa disponibilità di armi in Libia dopo il tracollo dell’autorità centrale a Tripoli ha dunque riportato alla luce i problemi che lacerano la società maliana gettando il paese nel caos.

Il malcontento ampiamente diffuso tra le popolazioni nomadi dei Tuareg contribuisce inoltre a spiegare la persistenza dei rigurgiti di violenza nelle regioni desertiche settentrionali del Mali, dove gravi ribellioni avevano già avuto luogo tra il 1962 e il 1964, tra il 1990 e il 1995 e, più recentemente, tra il 2007 e il 2009. Tra i paesi più poveri dell’intero pianeta, il Mali registra oltretutto forti differenze tra un sud dove si concentrano le attività economiche e un nord impoverito. Sparsi entro i confini di Algeria, Burkina Faso, Libia e Niger, i Tuareg in Africa del nord sarebbero complessivamente, a seconda delle stime, tra i due e i tre milioni. Nel solo Mali sono invece almeno un milione e nutrono invariabilmente un profondo risentimento verso un governo centrale incapace di porre rimedio all’emarginazione e alla povertà cui sono sottoposti da decenni.

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