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Spagna – Donne, un passo indietro

María R. Sahuquillo – El País, 12 marzo 2012
www.womenews.net

L’intenzione del governo spagnolo di modificare la legge sull’aborto perché le donne tornino a dover giustificare la loro decisione allontana la Spagna dall’Europa. Germania, Austria, Olanda, Grecia, tutti i Paesi hanno da anni leggi che disciplinano i tempi dell’interruzione volontaria della gravidanza. Una regolazione per ora vigente anche in Spagna che lascia alla donna un periodo – normalmente fra la 12.ma e la 14.ma settimana di gestazione – per decidere liberamente e senza dover rendere conto a nessuno. Con la decisione dell’esecutivo di Mariano Rajoy di abolire questa possibilità, teoricamente in difesa della maternità e della protezione del bambino, la Spagna diventa l’unico Paese che retrocede verso formule più restrittive. Il ministro della Giustizia, Alberto Ruiz-Gallardón, ha detto la settimana scorsa che c’è una «violenza di genere strutturale» che spinge le donne ad abortire. Se la riforma di Gallardón andrà avanti, la Spagna si vedrà sorpassata dalla cattolica Irlanda, uno dei Paesi dove la prestazione dell’Igv è più limitata, ma che si sta avviando verso una maggiore apertura.

Tornare ad un sistema come quello che è stato in vigore fra il 1985 e il 2010 – quando interrompere una gravidanza era un delitto e veniva consentito solo nei casi di stupro, malformazione del feto o rischio di salute per la madre – riporterebbe la Spagna ad un’epoca nella quale l’aborto non veniva considerato un diritto e la donna poteva farlo solo sotto tutela medica. La presidente della Comunità di Madrid, Esperanza Aguirre, lo ha detto chiaramente alcuni giorni fa: «L’aborto non è un diritto, ma un fallimento».

Il cambiamento che si profila in Spagna è stato già scartato da altri governi conservatori europei, in Portogallo o in Italia. Solo l’Ungheria, con l’ultradestra di Viktor Orban al potere, ha predisposto nella modifica della Costituzione una deriva simile, ovvero l’affermazione che la vita deve essere protetta «fin dal concepimento». Questo articolo apre le porte ad una futura riforma repressiva della legge sull’aborto (per ora libero fino alla 18.ma settimana). Qualcosa per cui, tuttavia, il Paese «non è pronto», secondo Orban.

«Altri Stati, sebbene non siano giunti a intraprendere il cammino che vuole iniziare la Spagna, hanno provato a limitare in qualche modo l’interruzione volontaria della gravidanza», dice Irene Donadio della Federazione Internazionale di Pianificazione Familiare (Ippf European Network), organizzazione impegnata sul fronte dei diritti sessuali e riproduttivi. Si riferisce, per esempio, alla Lituania o alla Lettonia, i cui Parlamenti hanno votato proposte per abbreviare, fino alla 12.ma settimana, i tempi ora previsti dalla legge per l’Ivg. Non sono andati avanti. Tantomeno ha avuto successo in Polonia il progetto di restringere ancora di più la già rigida norma.

Passi che disattendono, inoltre, le raccomandazioni di istituzioni quali il Consiglio d’Europa, che da anni raccomanda che l’aborto sia riconosciuto come un diritto in tutti i Paesi; o l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), che richiama l’attenzione sul fatto che il numero di Ivg è più alto nei Paesi con leggi più restrittive. «Le leggi che limitano e criminalizzano l’aborto non frenano chi ha bisogno di ricorre ad esso», dice la parlamentare britannica demo-liberale Jenny Tonge. «Le donne continueranno ad abortire, ma in maniera clandestina e insicura», sottolinea. Tonge, dottoressa in medicina che prima di occupare il suo scranno si è dedicata a temi di pianificazione familiare, spiega che le donne lo trovano il modo per farlo: «Introducendo oggetti o sostanze nella vagina o ingerendo farmaci», assicura. Solo quelle che se lo possono permettere – come facevano alcune spagnole prima della depenalizzazione – si recano in Paesi con leggi migliori. Circa 6mila irlandesi si recano ogni anno nel Regno Unito per porre fine ad una gravidanza, stando al rapporto ancora inedito della Ippf che analizza la situazione dell’aborto nella Unione Europea. Costa loro fra gli 800 e i 1.200 euro.

L’Irlanda è, dopo Malta dove abortire è proibito, il Paese con le norme più restrittive. Consente l’Ivg solo se la vita della donna corre «grave e sostanziale rischio». Un pericolo che non viene definito in nessun comma e la cui valutazione spetta al medico. Nel dicembre 2010, la Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo ha condannato l’Irlanda ad indennizzare con 15mila euro una donna malata di cancro cui è stato negato l’aborto terapeutico. Se ne è dovuta andare nel Regno Unito.

Ora, dopo la sentenza nella quale la Corte criticava l’assenza di criteri legali per valutare il «rischio sostanziale» e le severe sanzioni cui vanno incontro quanti procurano l’aborto, il governo irlandese ha formato un comitato di esperti per studiare come introdurre la raccomandazioni di Strasburgo. Denise Ryan, dell’organizzazione irlandese per la pianificazione familiare Ifpa, crede che questo dibattito costituisca un passo avanti, nonostante non sia la prima volta che questo avviene senza, però, alcun risultato, ricorda.

Se, alla fine, la Spagna deciderà di allontanarsi dall’Europa, il governo deve scegliere in quale specchio rimirarsi. In un modello atavico come quello irlandese? Gallardón ha assicurato che il modello di limitazioni al quale si vuole tornare «funziona nei grandi Paesi occidentali». Forse si riferisce al Regno Unito o alla Finlandia, dove la donna deve motivare la decisione di abortire. Casi che includono, ciononostante, il «rischio economico e sociale», un ampio ombrello che, di fatto, consente ampi termini per l’aborto libero.

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