Home Politica e Società Costruire l’Europa per salvare l’Italia

Costruire l’Europa per salvare l’Italia

Felice Mill Colorni
www.confronti.net

Dopo il diciottennio berlusconiano, l’Italia si trova sommersa dalle macerie: una classe politica screditata, travolta dagli scandali e incapace di indicare vie d’uscita dalla crisi economica e di idee. Di classi dirigenti in grado di farci uscire da questo temporaneo «commissariamento» della politica non c’è traccia e la vecchia classe politica fa di tutto per tentare di auto-conservarsi, alimentando così il qualunquismo dilagante e la cosiddetta «antipolitica».

I partiti godono in Italia di un gradimento popolare attorno al 4 per cento: i partiti attualmente esistenti, oppure le necessarie articolazioni di una democrazia plurale? Non è affatto chiaro. Comici popolari e «di sinistra», senza trascorsi da «estremisti», ottengono grandi consensi sostenendo che si potrebbe tagliare un migliaio di seggi di parlamentari: l’intero Parlamento. Per sostituirlo con che cosa? La «pars destruens» è sempre più facile, popolare, condivisa. Di «pars construens» non c’è ombra, a parte il vagheggiamento di un impossibile ritorno alle apparenti certezze del Novecento, dimenticando che allora si viveva all’ombra dell’equilibrio del terrore.

In Italia, il meritato discredito che sommerge buona parte della classe politica dopo il diciottennio di fango del berlusconismo lascia dietro di sé solo macerie. Il discredito si alimenta delle ruberie e delle malversazioni note e di quelle avvertite come verosimili per i mille indizi che ogni cittadino coglie nei suoi rapporti con le pubbliche amministrazioni, per le notizie che apprende, per il tono complessivo della vita civile. Ma il discredito coinvolge anche le residue forze democratiche, ancora presenti in qualche piega dell’establishment politico o nelle riserve di cui ancora potrebbe disporre la società civile.

La crisi economica si avvita con una non meno grave crisi di idee, di punti di riferimento, di indicazioni di razionali vie d’uscita. Stiamo attraversando una di quelle fasi della storia in cui nessuno è davvero in grado di capire in che direzione si stia andando, che cosa siamo destinati a diventare. Emergono, con ineluttabile chiarezza, solo i bisogni. Che restano insoddisfatti non solo per effetto del malgoverno, ma anche perché, quali che ne siano state le responsabilità, la crisi sta esaurendo le risorse, anche al netto delle iniquità e delle ruberie degli anni e dei decenni passati.

Raramente le crisi economiche sono buone consigliere. Sarebbero necessarie proposte alternative forti, riconoscibili, radicate nelle tradizioni democratiche del costituzionalismo europeo e nelle dure lezioni della storia del Novecento. E sarebbero necessarie classi dirigenti consapevoli delle proprie responsabilità. In Italia più che altrove, e nonostante il temporaneo «commissariamento» in extremis di una politica votata alla distruzione e all’autodistruzione, non si vedono all’orizzonte progetti, proposte e classi dirigenti del genere. Anzi, le proposte di riforma «bipartisan», di cui Pdl e Pd stanno discutendo, sembrano avere il solo scopo di annientare preventivamente ogni concorrenza anche futura, per preservare quel che resta di una gestione parassitaria del potere. Non ci sarebbe molto da stupirsi, in queste condizioni, a veder ricomparire qualche nuovo ciarlatano carismatico capace di essere venduto dalla pubblicità elettorale come la soluzione miracolistica di problemi ormai troppo complessi anche per la parte meno culturalmente svantaggiata dell’elettorato.

Ma l’Italia non è che un caso limite – assieme forse all’Ungheria, ma con l’aggravante di una lunga consuetudine di governo democratico alle spalle, che evidentemente ha insegnato poco – di tendenze e tentazioni comuni a tutta l’Europa. Tempo fa un ministro brasiliano, a Roma per un incontro della Fao, ha detto, rivolto a noi europei, che dovremo rassegnarci a non godere più di un welfare diverso da quello del resto del mondo. Senza una presa di coscienza dell’entità della sfida, è appunto questo il nostro destino: farci dettare il modello sociale dal resto del mondo.

Per poter tornare a decidere del proprio futuro – pur con tutti i limiti dettati da un’interdipendenza globale che resta comunque la migliore difesa contro il ritorno all’equilibrio del terrore – gli europei devono tornare a ragionare, e non per slogan; a confrontarsi con problemi la cui scala è troppo grande per poterli affrontare con gli attuali ridicoli macinini statali e i loro patetici rappresentanti. Dovrebbero dotarsi per prima cosa di una macchina istituzionale adeguata, facendo di un’Europa federale il soggetto politico capace di far valere la loro voce nel mondo globale. Dovrebbero sforzarsi di salvaguardare il loro modello sociale adeguandolo alle sfide di un presente in cui l’Europa e l’Occidente hanno irreversibilmente cessato di essere i padroni del mondo.

Per ora le classi politiche e gli apparati statali non vogliono mollare l’osso, e gli elettori, inconsapevolmente complici, sembrano pateticamente convinti di poter trovare una migliore protezione nel piccolo nido territoriale che è loro familiare, sbattuto dai venti del mondo globale.

Da quali soggetti sociali potrebbe arrivare il risveglio da un sonno così pericoloso? La storia ha sempre più fantasia di chi pensa di poterla prevedere, ma al momento il cammino verso la ricostruzione sembra lontano, le richieste di riaprire i cantieri di un’Europa costituzionale e democratica sono ancora nettamente minoritarie. Ma è la sola alternativa allo spossessamento di ogni capacità di autodeterminazione degli europei.

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