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La democrazia dei beni comuni

Guido Viale
www.ilmanifesto.it

I beni comuni non sono una categoria merceologica, né si riducono alle risorse naturali indispensabili alla vita, come l’acqua, l’aria, la biodiversità, ecc. Stefano Rodotà, che da tempo si occupa della materia, ha messo in guardia contro una tendenza a estendere la categoria di “bene comune” a cose che per loro natura non lo sono. Questa tendenza in Italia è riconducibile al tentativo di associare questioni che sono comunque al centro di una mobilitazione o di uno scontro politico a una battaglia che recentemente ha avuto il suo punto di forza nel risultato del referendum contro la privatizzazione dell’acqua. Tipica da questo punto di vista è la parola d’ordine lanciata dalla Fiom nel 2010 secondo cui “il lavoro è un bene comune”.

Propriamente parlando il bene comune è una risorsa dalla cui fruizione non può essere escluso nessuno, pena la privazione, per la persona esclusa, di una componente essenziale dei suoi diritti di uomo e di cittadino. Così, nel mondo moderno, accanto a risorse che sono condizioni essenziali della vita e della sua riproducibilità, come le già citate acqua e aria, si possono porre prodotti artificiali, come l’accesso all’energia, alla mobilità, ai servizi sanitari, o a manifestazioni tradizionali delle facoltà superiori dell’uomo come l’informazione, la cultura, l’arte, la scienza, ecc.

Ma a garanzia di questa non esclusione dalla fruizione devono intervenire forme di gestione del bene incompatibili tanto con la proprietà privata – per lo meno fino alla soglia al di sotto della quale l’accesso al bene è un’esigenza vitale o un diritto irrinunciabile – quanto con la mera proprietà pubblica, intesa come proprietà dello Stato o di una sua articolazione. La quale riproduce, a un livello più alto, tutte le potenzialità di esclusione proprie della proprietà privata. La gestione dei beni comuni deve essere una gestione condivisa: nel senso che tutti i potenziali fruitori possono – non necessariamente devono – partecipare alle decisioni relative al modo in cui il bene viene utilizzato o fruito.

Le modalità di questa condivisione possono essere le più varie e differenziarsi tra loro sia in base alle circostanze storiche – la riappropriazione di una risorsa come bene comune è sempre un work-in-progress, mai completamente compiuto – sia in base alle caratteristiche del bene e delle forme prevalenti della sua fruizione, sia, infine, in base al livello di competenza e di maturità sociale e culturale di quella parte della cittadinanza che ne rivendica l’esercizio.

Se accettiamo questo approccio, è chiaro che la categoria dei beni comuni non esclude a priori nessuna delle risorse materiali o spirituali che occupano il panorama della vita moderna; ma anche che l’inclusione di una risorsa nella categoria dei beni comuni dipende strettamente dal grado in cui si è affermata la pratica o, per lo meno, la rivendicazione, di una sua gestione comune e condivisa. Ed è altresì chiaro che questa questione è il nocciolo duro di uno scontro in corso a livello planetario, che assume le forme più diverse nei diversi contesti; ma che vede ovunque contrapporsi l’approccio liberista, che vede, da un lato, nella privatizzazione del controllo e della gestione delle risorse le condizioni irrinunciabili di un loro uso efficiente e produttivo e, dall’altro, le varie forme di resistenza a questo assioma del “pensiero unico”.

Queste forme di resistenza scartano come non decisiva la contrapposizione tra pubblico e privato, e tra Stato e mercato – anche sulla base delle esperienze negative che la mera “nazionalizzazione” o statalizzazione delle risorse e delle attività produttive ha dato di sé: sia, a suo tempo, nei paesi del blocco comunista a economia pianificata, che in molte esperienza realizzate nel corso del secolo scorso in Occidente – e vedono invece nella riappropriazione condivisa di una serie di risorse e di attività le condizioni essenziali di una gestione democratica tanto del potere che delle attività economiche fondamentali.

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