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Storia del papato di M.Vigli

Marcello Vigli

Non è facile raccogliere in un volume di solo 370 pagine notizie, non sempre brevi e sintetiche, sul pontificato dei 265 individui che hanno affermato di essere i successori di Pietro e la cui rivendicazione è oggi generalmente considerata legittima. L’ha tentato John O’Malley – gesuita professore della Georgetown University e “decano degli storici americani del cristianesimo – nel suo libro Storia dei papi (*), che in verità vuole essere una storia del papato. In sei capitoli ripercorre le tappe della costruzione di questa struttura di potere che in fasi successive è stata riconosciuta come guida delle comunità dei fedeli che, nel tempo e nel mondo, si sono ispirate al messaggio di Gesù di Nazareth.

La narrazione dei fatti è ridotta all’essenziale nell’intento di cogliere quelli significativi che hanno segnato la progressiva configurazione della struttura e l’acquisizione dei poteri sia nei confronti della Comunità ecclesiale – che si andava definendo, prima all’interno della crisi del’Impero romano, poi nelle diverse fasi dell’evoluzione degli stati europei dal Medio evo all’età moderna e contemporanea, ed infine nella costruzione del sistema di relazioni fra i popoli a livello planetario – sia nei confronti dei diversi poteri politici sviluppatisi nel tempo e nelle diverse realtà territoriali, in cui essa si è costituita.

Non era scontato che il vescovo di Roma, fosse o non successore dell’apostolo Pietro, assumesse una posizione preminente oltre che un primato simbolico sulle altre chiese, soprattutto dopo lo spostamento del centro dell’Impero in Oriente. Era di ostacolo il permanere di diversi modi d’intendere i contenuti della fede, spesso funzionali al mantenimento di priorità nei rapporti fra vescovi delle diversi diocesi. Proprio, invece, dal nuovo centro venne la spinta a superare diversità e contrapposizioni per l’intervento dell’imperatore Costantino arbitro del primo vero Concilio “ecumenico” a Nicea. Con l’approvazione del “suo” Simbolo esso definì i primi confini teologici dell’appartenenza alla Chiesa.

Al tempo stesso proprio il ruolo avuto dall’imperatore rese evidente la sua funzione di protettore della chiesa e pose le premesse delle tensioni e conflittualità fra potere ecclesiastico e potere politico che hanno accompagnato fino quasi ai giorni nostri la vita della chiesa negli stati cosiddetti cristiani, specie dopo che la fine dell’Impero in occidente e la creazione di nuove istituzioni etnico-politiche nei suoi territori offrì al vescovo di Roma l’occasione per affermare la sua autorità sulle altre Chiese. Non ebbe più rivali significativi dopo che lo scisma d’Oriente prima e l’invasione turca poi eliminarono l’unico concorrente credibile: il Patriarca di Costantinopoli. Le difficoltà esplosero quando assunse il potere politico a Roma e sui territori dell’Italia centrale per il coinvolgimento delle famiglie nobili del territorio, in lotta fra loro, per ottenere l’elezione a vescovo di Roma di un loro congiunto che, diventato papa, avrebbe curato i loro interessi. Questa conflittualità si collocava all’interno dei rapporti con la nuova autorità imperiale costituitasi in occidente con la nascita del Sacro romano impero, che si proclamava erede dei diritti e doveri sulla chiesa acquisiti da Costantino.

In questo intreccio scompaiono i confini fra sacro e profano in una spuria identificazione sia fra chiesa e impero, sia fra chiesa e stati nazionali nati nel frattempo in Europa. Solo con l’affermazione della Riforma protestante nei secoli XVI e XVII essa resta in alcuni stati, i cui sovrani, però, acquisiscono strumenti di condizionamento dell’autorità papale, e nella forma di chiesa di stato negli Stati dove si sono affermate le diverse forme in cui si è sviluppato il processo di secessione da Roma innescato da Lutero. Il papato aumenta, invece, la sua influenza e autorità sulle chiese locali assumendo ormai, specie dopo il Concilio di Trento, quella funzione indiscussa di supremo moderatore della cattolicità. Da allora grazie anche all’affermazione dei principi dell’illuminismo, tradotti in politica dalla Rivoluzione francese, si realizza, in nome della laicità, una progressiva separazione fra istituzioni statali e strutture ecclesiastiche che, a lungo andare, favorisce l’autonomia del papato quale oggi è riconosciuta da cattolici e non.

E’ la storia di questo papato che l’autore ha inteso scrivere: come istituzione dinamica più importante della storia dei papi considerati individualmente. Ovviamente, aggiunge, senza papi nessun papato! Sono stati infatti questi 265 (più o meno) individui a conferire all’istituzione la sua forma e la sua sostanza.

L’interesse per il libro nasce proprio nella capacità dell’autore di far emergere il formarsi dell’istituzione papato, con una sua spiccata identità facilmente riconoscibile in ogni secolo e che ha dimostrato di essere un’istituzione resistente, dalla ricostruzione delle “vite” dei singoli papi, nel loro rapportarsi alle altre chiese e ai poteri politici. Questa ricostruzione, che non trascura di assurdità e contraddizioni, si colloca all’interno di una storia ricca di eventi che sarebbe incomprensibile se separata dalla storia in generale.

Ad essa si aggiunge la capacità di non subordinare il rigore della ricerca all’intento apologetico del libro che lo stesso autore rivela nel suo Epilogo affermando Questa identità è dovuta alla semplice quanto incrollabile convinzione di ciascun vescovo di Roma di essere il successore di san Pietro e di esercitare quindi un’autorità preminente nella chiesa

(*) John O’Malley, Storia dei papi, tradotto da Stefania Salomone, Fazi editore, 2011

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