Home Celebrazioni e Preghiere Comunità dell’Isolotto (Firenze) – Incontro comunitario: Pasqua 2012

Comunità dell’Isolotto (Firenze) – Incontro comunitario: Pasqua 2012

Letture

 

Vangelo di Luca

Il primo giorno della settimana le donne si recarono al sepolcro portando i profumi che avevano preparato. Trovarono la pietra rotolata via dal sepolcro, ma entrate non trovarono il corpo di Gesù. Mentre non sapevano cosa pensare ecco due uomini si presentarono a loro. Esse furono prese da grande spavento. I due uomini dissero: “Perché cercate fra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato. Ricordatevi delle sue parole quando diceva che bisognava che il figlio dell’uomo fosse consegnato nelle mani dei malvagi, che fosse crocifisso e che risuscitasse il terzo giorno”?

 

Vangelo di Marco

Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria di Giacomo e Salòme comprarono oli aromatici per andare a imbalsamare Gesù. Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, vennero al sepolcro al levar del sole. Esse dicevano tra loro: “Chi ci rotolerà via il masso dall’ingresso del sepolcro? ”. Ma, guardando, videro che il masso era già stato rotolato via, benché fosse molto grande. Entrando nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: “Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano deposto. Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto”. Ed esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di timore e di spavento. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura.

 

Riflessioni di Enzo per la Pasqua 2009 (da il manifesto 11 aprile 2009)

Il dramma del nostro Abruzzo rende particolarmente pregnante, bene o male, la simbologia della festa pasquale imperniata sulla rinascita. Quale festa sarà mai questa Pasqua duemilanove per le donne, gli uomini, i bambini, i vecchi, che la madre terra ha stritolato con un abbraccio mortifero inaudito distruggendo i loro corpi e le loro anime? Quale festa per tutti noi svuotati dal senso dell’esistere, devastati nelle nostre più profonde certezze, sommersi nell’intimo da quelle immani rovine che richiamano nella veglia e nel sonno tutte le macerie che sovrastano le nostre vite?

Eppure la simbologia festiva è stata creata fin dai tempi più remoti, prima che le religioni istituite ne rivendicassero il monopolio, proprio per dare un senso al dramma dell’esistenza, per ricondurre l’umanità all’essenza dell’essere, alla danza senza sosta del nascere e morire, al sogno del continuo rinascere del tutto, alla poesia perenne dell’esistere senz’altro scopo al di sopra e al di fuori dell’esistere in sé, uno scopo quindi capace di animare tutta l’infinita gamma dei colori dell’esistenza stessa.

Cambiano i nomi delle feste, cambiano i loro simboli, i riti, i tempi. Le feste però hanno tutte uno stesso nucleo profondo: distacco dalla quotidianità dominata dalla fatica e in certo modo dall’insensatezza del vivere e immersione nella dimensione del sogno, della danza, della poesia, che consente di emergere all’io profondo normalmente compresso dalla fatica del dover essere. La festa induce a svuotare un po’ i nostri scrigni per non dire i nostri sarcofagi di verità assolute, di obiettivi irrinunciabili, di “non possumus” senza speranza. La festa è anche invito a fare tutti un passo indietro in modo da dare spazio all’inedito, alle cose nuove che premono per nascere. Ma è possibile che la frenesia feriale si metta un po’ da parte in senso vero, reale, profondo? Oppure il dominio totalizzante e ossessivo dei fini, degli obiettivi, delle tecniche, della “crescita” infinita, dell’operosità insaziabile ha ormai invaso anche la festa? Lo smarrimento del senso festivo della vita è preoccupante  e devastante. Le religioni istituite hanno la loro responsabilità perché hanno piegato la festa a scopi trascendenti, che in fondo sono scopi di potere, separati dall’esistere per sé, estranei alla nuda esistenza e alla sua immanente poesia. Invece di unire il trascendente e l’immanente, li hanno separati. E così hanno consegnato l’esistenza senza difese a tutte le violenze e la festa a tutte le strumentalizzazioni. Sarà possibile recuperare il senso profondo della festa?

Prendiamo la Pasqua. Pasqua è un termine ebraico, pesah, trascritto in greco con la parola pascha che in latino s’intreccia col termine pascua il quale serve a indicare “i pascoli”. Significa letteralmente “passaggio”. La festa di Pasqua nasce come grande festa della primavera di tipo agricolo-pastorale. Acquista poi gradualmente significati religiosi, storici, politici. Al fondo però mantiene sempre questo tema del passaggio: perdere una condizione e tendere a un’altra senza averla ancora acquisita. Come avviene per la natura a primavera. Quindi il “passaggio” a livello esistenziale ha il senso di un protendersi nel vuoto. La stessa simbologia pasquale cristiana è infatti segnata dall’assenza e al tempo stesso dall’attesa: il sepolcro vuoto e la speranza del ritorno. Questa è la resurrezione per molti di noi, variamente credenti. E non il miracolo della rianimazione di un corpo morto, evento senza storia che si trascina da duemila anni, imbalsamato nel dogma, perduto nelle nebbie dei secoli.

E’ possibile ancora oggi liberare il paradigma della resurrezione dal dominio del sacro e del miracolo e ricondurlo alla quotidianità e all’etica laica che è l’etica originaria dello stesso Vangelo mantenuta viva nella storia da un cristianesimo “ribelle”?

Più che una possibilità è forse un impegno. Perché un’etica laica, di cui sentiamo una grande necessità, non nasce dal nulla. Ha bisogno del recupero di tutti i frammenti di creatività, di saggezza e di senso disseminati dalla fatica umana nella storia.

Possiamo allora vivere la festa pasquale duemilanove valorizzando questa grande solidarietà senza frontiere né condizioni che sta risorgendo nel dramma delle popolazioni terremotate e nella loro volontà di rinascere. E inoltre accogliendo con la nostra partecipazione il risorgere dell’utopia concreta della condivisione e del rispetto della natura nei nuovi orizzonti sociali, politici ed economici che si stanno aprendo a livello mondiale sollecitati dalla crisi economica. Ed anche vivendo con speranza la resurrezione di Eluana Englaro nel grande movimento per l’autodeterminazione. E tanto altro che è nel cuore e nella vita di ognuno e ognuna.

E’ un augurio e insieme un impegno che può dare senso alla festa pasquale.

 

 

IL CANTO DELLA PIETRA    – Renzo Fanfani

 

Quest’anima è libera e più che libera

liberissima. Non cerca più Dio                   .

con la penitenza, né con nessun

sacramento della Chiesa, né con

pensieri, parole opere, né in ,            .

creature di quaggiù, né in creature

di lassù, né con giustizia o misericordia,

o gloria della gloria, né con la

conoscenza divina, né con la lode divina. *

(M. Porete, Specchio dell’anima semplice, cap. 85)

Ma è giunto il tempo ed è questo

in cui i veri adoratori, adoreranno •

il Padre in spirito e verità. (Gv)

Guardavo il riflesso della montagna sull’acqua del lago. Il vento, danzando

sulle cime, attraversava le valli, messaggero di parole e di sogni e risvegliando

possibilità nuove. Ed ho sentito il canto della pietra.

Una forza immensa, smisurata, mi ha partorito dal fuoco profondo verso l’alto

e sono uscita a sostenere la volta del cielo.

Sopra di me le stelle e la mistica luna. Ho visto il mondo che si costruiva.

Da dentro di me, incontenibile, prorompeva impetuosa l’acqua e formava

Fonti, fiumi, cascate, caverne, laghi

Piccole creature fecondavano le piante e nello scambio emergevano

nuove realtà.

Nelle praterie d’erba e nei boschi, animali con le vene colme di vita.

Ed insieme a loro gli umani, grandi cacciatori, inseguivano i branchi,

con lance di pietra.

Chiamarono dimora degli dei la mia vetta innevata.

Nelle notti della grande luna i sacerdoti degli dei innalzavano i loro

canti intorno agli alberi forti e possenti

Non lasciate chiuse le porte del vento, del lampo, del mai veduto cantavano,

mentre le donne, ebbre di eros, danzavano la vita

E dal Nord vennero i ghiacci e coprirono il pianeta.

Anch’io rimasi sotto di loro, orgogliosa di sopportarne il peso.

Per innumerevoli ere mi addormentai. Al risveglio tutto era cambiato.

I ghiacci avevano scavato, tagliato, modellato i grandi monti, l’acqua

Scorreva potente, furiosa dopo le tempeste, e con immensi balzi

precipitava scrosciante nelle gole.

E la vita riempì di nuovo la terra. Nuovi alberi, nuovi fiori, nuovi animali,

nuovi umani. Questi staccavano pezzi di pietra e costruivano case, castelli, mura,prigioni

Di pietra le grandi porte delle loro città e gli archi per glorificare la potenza

Dei loro re Le pietre del potere e della gloria, le pietre della dura fatica

degli schiavi. E costruirono templi, ricchi di colori e di pietre luccicanti

e di grandi pietre scolpite a loro immagine.

E lì rinchiusero gli dei delle vette e li costrinsero in spazi sempre

più stretti, e intorno alzarono il muro di pietra della verità assoluta

E dentro quel muro c’erano le pietre del dolore, dello sterminio,

e dell’orrore.Le pietre della scala della morte di Mathausen.

Le pietre dove per giorni, anni, secoli, gli ultimi hanno lasciato tracce

del peso della loro vita.

E non volli essere né pietra di colonna, né di tribunale, né di palazzo,

né di chiesa, ma una piccola pietra leggera, come un canto che scivoli

per i viottoli e per i sentieri, umile ciottolo della strada, sasso levigato

del torrente, buono per i giochi degli uomini, o per gli eroi,

per abbattere Golia.

Lentamente, accarezzandomi, l’acqua del torrente mi riduceva

e diventai un granello di sabbia.

Ed il fiume mi portò là dove era chiamato.

Una immensa distesa d’acqua ed all’orizzonte niente. Né monti,

né colline, névalli. Solo granelli di sabbia a delimitare

il di qua ed il di là.

Si risvegliò in me il desiderio di andare al largo, mettere come gli umani

la vela grande all’albero di maestra e salpare verso la stella

più lontana senza badare alla notte che mi avrebbe avvolto.

Compresi che l’origine non è dietro, ma davanti a noi.

Ma tutte le mie forze erano finite: aspettavo il vento che mi avrebbe

Sollevato e fatto cadere sul fondo.

Ma ciò che è probabile non sempre accade. Talvolta accade l’imprevisto.

Qualcosa mi sfiorò come una carezza, e compresi il canto delle donne,

quando l’alito vivente le possedeva e le accendeva.

Conducendole per luoghi segreti e generando in loro la vita,

le rendeva madri.

Noi tutti cadiamo, eppure c’è uno che tiene questo cadere in modo

infinitamente dolce nelle sue mani.

 

 

EPICURO – LETTERA SULLA FELICITA’

 

Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità.

A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell’animo nostro.

Chi sostiene che non è ancora giunto il mento di dedicarsi alla conoscenza

di essa, o che ormai è troppo tardi, è come se andasse dicendo che non è ancora

il momento di essere felice ,o che ormai è passata l’età.

Ecco che da giovani come da vecchi è giusto che noi ci dedichiamo a conoscere la felicità.

Per sentirci sempre giovani quando saremo avanti con gli anni in virtù del grato ricordo della

Felicità avuta in passato, e da giovani, irrobustiti in essa, per prepararci a non temere l’avvenire.

Cerchiamo di conoscere allora le cose che fanno la felicità, perché quando essa c’è

tutto abbiamo, altrimenti tutto facciamo per possederla.

Pratica e medita le cose che ti ho sempre raccomandato: sono fondamentali per una vita felice.

Prima di tutto considera l’essenza del divino materia eterna e felice, come rettamente

suggerisce la nozione di divinità che ci è innata.

Non attribuire alla divinità niente che sia diverso dal sempre vivente

o contrario a tutto ciò che è felice,

vedi sempre *in essa lo stato eterno congiunto alla felicità.

Gli dei esistono, è evidente a tutti, ma non sono come crede la gente comune, la quale

è portata a tradire sempre la nozione innata che ne ha.

Perciò non è irreligioso chi rifiuta la religione popolare, ma colui che i giudizi del popolo

attribuisce alla divinità. Tali giudizi, che non ascoltano le nozioni ancestrali,innate,

sono opinioni false. A seconda di come si pensa che gli dei siano, possono venire da loro

le più grandi sofferenze come i beni più splendidi. Ma noi sappiamo che essi sono perfettamente

felici, riconoscono i loro simili, e chi non è tale lo considerano estraneo.

Poi abituati a pensare che la morte non costituisce nulla per noi, dal momento che il

godere e il soffrire sono entrambi nel sentire,e la morte altro non è che la sua assenza.

L’esatta coscienza che la morte non significa nulla per noi rende godibile la mortalità ‘

della vita, senza l’inganno del tempo infinito che è indotto dal desiderio dell’immortalità.

Non esiste nulla di terribile nella vita , per chi davvero sappia che nulla c’è da temere nel non vivere più.

Perciò è sciocco chi sostiene di aver paura della morte, non tanto perché il suo arrivo

lo farà soffrire, ma in quanto l’affligge la sua continua attesa.Ciò che una volta presente

non ci turba,stoltamente attesoci fa impazzire.

La morte, il più atroce dunque di tutti i mali, non esiste per noi.

Quando noi viviamo la morte non c’è, quando c’è lei non ci siamo noi.

Non è nulla né per i vivi né per i morti. Per i vivi non c’è, i morti non sono più.

Invece la gente ora fugge la morte come il peggior male, ora la invoca come requie ai

mali che vive.

Il vero saggio, come non gli dispiace vivere, così non teme di non vivere più.

La vita per lui non è un male, né è un male il non vivere. Ma come dei cibi sceglie i migliori

non la quantità, cosi non il tempo più lungo si gode, ma il più dolce

Chi ammonisce poi il giovane a vivere bene e il vecchio a ben morire è stolto non solo

per la dolcezza che c’è sempre nella vita,anche da vecchi, ma perché una sola è la

meditazione di una vita bella e di una bella morte

Ancora peggio chi va dicendo: bello non essere mai nato,

ma, nato, al più presto varcare la soglia della morte.

Se è cosi convinto perché non se ne va da questo mondo? Nessuno glielo vieta

se è veramente il suo desiderio.

Invece se lo dice cosi per dire fa meglio a cambiare

Ricordiamoci poi che il futuro non è del tutto nostro, ma neanche del tutto non

nostro. Solo cosi possiamo non aspettarci che assolutamente s’avveri, né allo stesso

modo disperare del contrario.

Cosi pure teniamo presente che per quanto riguarda i desideri, solo alcuni sono naturali,

altri sono inutili, e fra i naturali solo alcuni quelli proprio necessari, altri naturali soltanto.

Ma fra i necessari certi sono Fondamentali per la felicità altri per il benessere fisico,

altri per la stessa vita.

Una ferma conoscenza dei desideri fa ricondurre ogni scelta o rifiuto al benessere

del corpo e alla perfetta serenità dell’animo,perché questo è il compito della vita felice, a

questo noi indirizziamo ogni nostra azione,al fine di allontanarci dalla sofferenza e

dall’ansia.

Una volta raggiunto questo stato ogni bufera interna cessa, perché il nostro

organismo vitale non è più bisognoso di alcuna cosa, altro non deve cercare per il

bene dell’animo e del corpo. Infatti proviamo bisogno del piacere quando

soffriamo per la mancanza di esso. Quando invece non soffriamo non ne abbiamo

bisogno

Per questo noi riteniamo il piacere principio e fine della vita felice,perché

lo abbiamo riconosciuto bene primo e a noi congenito.

Ad esso ci ispiriamo per ogni atto di scelta o di rifiuto, e scegliamo ogni bene

in base al sentimento del piacere e del dolore.

È’ bene primario e naturale per noi, per questo non scegliamo ogni piacere. Talvolta

conviene tralasciarne alcuni da cui può più venirci male che bene e giudicare

alcune sofferenze preferibili ai piaceri stessi se un

piacere più grande possiamo provare dopo averle sopportate a lungo.

Ogni piacere dunque è bene per sua intima natura, ma noi non li scegliamo tutti.

Allo stesso modo ogni dolore è male, ma non tutti sono sempre da fuggire.

Bisogna giudicare gli uni e gli altri in base alla considerazione degli utili e dei danni. Certe

volte sperimentiamo che il bene si rivela per noi un male, invece il male un bene.

Consideriamo inoltre una gran cosa l’indipendenza dai bisogni non perché

sempre ci si debba accontentare del poco, ma per godere anche di questo poco se ci

capita di non avere molto, convinti come siamo che l’abbondanza si gode con più

dolcezza se meno da essa dipendiamo. In fondo ciò che veramente serve

non è difficile a trovarsi, l’inutile è difficile I sapori semplici danno lo stesso

piacere dei più raffinati,l’acqua e un pezzo di pane fanno il piacere più pieno

a chi ne manca. Saper vivere di poco non solo porta salute e ci fa privi

d’apprensione verso i bisogni della vita ma anche, quando ad intervalli ci capita

di menare un’esistenza ricca,ci fa apprezzare meglio questa condizione

e indifferenti verso gli scherzi della sorte.

Quando dunque diciamo che il bene è il piacere, non intendiamo il semplice

piacere dei goderecci come credono coloro che ignorano il nostro pensiero

o lo avversano, o lo interpretano male, ma quanto aiuta il corpo a non soffrire

e l’animo a essere sereno.

Perché non sono di per se stessi i banchetti, le feste, il godersi fanciulli, donne,

i buoni pesci e tutto quanto può offrire una ricca tavola che fanno la dolcezza della vita

felice, ma il lucido esame delle cause di ogni scelta o rifiuto, al fine di respingere i falsi

condizionamenti che sono per l’animo causa di immensa sofferenza.

Di tutto questo, principio e bene supremo è l’intelligenza delle cose,

perciò tale genere di intelligenza è anche più apprezzabile della stessa filosofia,

è madre di tutte le altre virtù

Essa ci aiuta a comprendere che non si da vita felice senza che sia intelligente, bella e giusta, né vita

intelligente, bella e giusta priva di felicità perché le virtù sono connaturate alla felicità

e da questa inseparabili

 

 

PREGHIERA CORALE  DELL’EUCARISTIA

 

Celebriamo l’eucaristia come testimonianza

di un’esperienza umana, religiosa, spirituale e sociale,

che è possibile attualizzare e rivivere

in ogni epoca e da ogni persona:

il sepolcro è vuoto, la vittima è vivente,

il patto del potere con la morte è infranto.

Annunciamo la resurrezione

non come un miracolo sottratto all’esperienza umana,

ma come un momento, fondamentale e originale,

della vita e della storia,

insieme ai contributi di altre fedi e religioni;

una indicazione di senso

per la vicenda umana perenne di vita-morte,

di vita che perennemente rinasce,

di amore che costantemente si rigenera e si riscatta.

Annunciamo la resurrezione facendo la memoria di Gesù,

il quale, la sera prima di essere ucciso,

mentre sedeva a tavola con i suoi,

prese del pane, lo spezzò, lo distribuì loro dicendo:

“questo è il mio corpo, prendete e mangiatene tutti”.

Poi, preso un bicchiere, rese grazie e lo diede loro dicendo:

“questo è il mio sangue sparso per tutti i popoli”.

Il tuo Spirito trasformi questi segni di condivisione,

questa memoria che fonda la nostra ricerca di fede,

in una testimonianza efficace,

che ci aiuti a capire e a vivere la resurrezione perenne

nella nostra esistenza reale.

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