Home Politica e Società Approvato il vincolo di bilancio: “Da oggi Keynes è fuorilegge. Impossibile investire”

Approvato il vincolo di bilancio: “Da oggi Keynes è fuorilegge. Impossibile investire”

Daniele Nalbone
www.today.it

Martedì 17 aprile, il Senato ha inserito in Costituzione il pareggio di bilancio. Per capire gli effetti di questa riforma, abbiamo intervistato Vladimiro Giacchè, economista, autore del libro dal titolo “Titanic Europa – La crisi che non ci hanno raccontato” (ed. Aliberti, gennaio 2012).

Professor Giacchè, inziamo col provare a capire la base di questa riforma. Qual è la ratio del pareggio di bilancio in costituzione?

Il pareggio di bilancio, di fatto, sancisce l’illegalità del keynesismo. Secondo John Maynard Keynes, nei periodi di recessione, con la ‘domanda aggregata’ insufficiente, era lo Stato, tramite il deficit spending, a far ripartire l’economia. Secondo questo principio, il deficit si sarebbe poi ripagato quando la crescita fosse ripresa. Ora, impedendo costituzionalmente il deficit di bilancio dello Stato – se non per casi eccezionali e comunque per periodi di tempo limitati – tutto ciò sarà impossibile. Da oggi il nostro paese abbraccia ufficialmente l’ideologia economica per la quale la priorità è evitare il deficit spending, ossia che lo Stato possa finanziare parte della domanda indebitandosi. Questa cosa può sembrare apparentemente ragionevole per paesi indebitati come il nostro, ma in realtà è assolutamente folle. Così facendo si stanno replicando gli errori drammatici degli anni ’30: quando ci si trova alle prese con la recessione, oggi come ottanta anni fa, accade che i privati investono meno. Ed è qui che sarebbe fondamentale un deciso intervento pubblico, con investimenti che facciano in modo che la ‘domanda aggregata’, cioè l’insieme dell’economia, aumenti, per ripresa. Questi effetti benefici, poi, si riassorbirebbero negli anni a seguire con effetti positivi sui conti pubblici. Ad esempio, con un maggior introito di tasse, il governo avrebbe avuto un rientro maggiore. Da oggi, invece, questo non sarà più possibile.

Cosa significa questo per un paese come l’Italia?

Semplicemente che sarà impossibile mettere soldi nei settori che invece richiedono un forte investimento. Ad esempio nella cultura, nella ricerca o nelle infrastrutture ‘utili’. ‘Utili’ come la Salerno-Reggio Calabria, per intenderci, e non come il Ponte sullo Stretto. Non è un caso se il nostro è un paese che per la ricerca spende meno della media europea. Non è un caso se il nostro è un paese con un sistema scolare e post-scolare che versa in condizioni drammatiche a causa dei tagli iniziati nel 2008. Non è un caso se tra gli Stati europei il nostro è ai primi posti, insieme ai paesi neo-comunitari dell’est Europa, per bassa qualifica dei nostri lavoratori. Oggi abbiamo reso illegale il ‘deficit spending’. Questo significa che sarà impossibile investire ma soprattutto attivare una serie di diritti previsti dalla nostra Costituzione: il diritto alla scolarità che non deve essere ‘per ceto’, l’assistenza sanitaria gratuita per tutti, il diritto a una serie di servizi alla persona. Ora, interpretando la Costituzione facendo perno sull’articolo 81 come modificato, tutti questi diritti primari non saranno più esigibili. O almeno saranno subordinati all’articolo 81.

Lei quindi vede nel pareggio di bilancio un attacco ai diritti di base che dovrebbero essere costituzionalmente garantiti?

La questione è molto semplice. Il senso di questa riforma costituzionale è che se uno ‘vuole’ dei diritti, se li deve pagare. Non sarà più lo Stato a raccogliere risorse per i suoi cittadini. Peccato, però, che guardando alla crescita economica di lungo periodo, per uscire da una crisi come quella che stiamo attraversando, servirebbero tutta una serie di investimenti che il privato non si sobbarcherà mai.

Nell’inserimento in Costituzione del pareggio di bilancio, si lega la crescita al Prodotto interno lordo. Cosa significa questo?

Partiamo dal precedente governo. Per diverso tempo Tremonti all’epoca del suo dicastero all’Economia ha ingannato i mercati facendo leva su false previsioni di crescita, parlando di una crescita maggiore di quella che si sarebbe poi verificata. Ma il meccanismo di queste ‘bugie’ era chiaro: si aveva bisogno della crescita per far si che il deficit diminuisse. Comunque la si voglia vedere, i dati di fatto da cui partire per analizzare le conseguenze di questa riforma sono due. Il primo: con la crisi, sono diminuite le entrate fiscali e sono aumentate le spese per gli ammortizzatori sociali. Il secondo: si continua a incentrare qualsiasi analisi sul rapporto tra debito e Pil. Dove il debito è il numeratore e il Pil il denominatore. Ma io posso far calare il numeratore all’infinito (in questo caso, tagliando all’inverosimile la spesa pubblica), ma se è il numeratore a diminuire più velocemente (e il Pil è la ricchezza prodotta), ecco che il rapporto sarà sempre destinato a peggiorare. Sembra una cosa evidente, ma per qualcuno al governo evidentemente non lo è. Basterebbe ragionare partendo da questo aspetto per capire che una vera manovra per uscire dalla crisi dovrebbe essere calibrata per fare in modo che si impedisca al Pil di scendere. Cosa che, invece, puntualmente accade con ogni manovra di austerity. Dopo i 55 miliardi di tagli di Berlusconi, siamo ai 30 miliardi di tagli di Monti. Ma questi 85 miliardi di tagli hanno impattato fortemente sulla crescita. Si è lavorato sullo ‘stabilizzatore keynesiano’ ma al contrario. E’ crollata la domanda privata, e di riflesso è crollata la domanda pubblica. Così, di colpo, abbiamo settori di imprese rivolte al mercato interno in grave difficoltà, mentre quelle imprese che lavorano sul mercato estero sono in ripresa. Ma così si è soltanto indebolita l’economia italiana.

Vede ‘la Grecia’ come un rischio per il nostro paese?

Qui la sfida è una crescita reale, possibile solo abbandonando le ricette adoperate negli ultimi tempi. Se si riduce drammaticamente la spesa pubblica in tempo di crisi, il futuro è la Grecia. C’è poco da girarci attorno. Con i tagli su tagli, l’economia greca di obbedienza all’Unione europea è crollata del 6,5% per tre anni consecutivi. E’ praticamente implosa. E il Pil crollato. Il risultato, per fare esempi chiari da vita quotidiana, è che oggi in Grecia si comprano il 20% in meno di medicine. E parliamo di un bene essenziale. Con la Grecia si è andati dietro l’ideologia folle che nasce dall’incomprensione di quanto è successo. Il debito pubblico non è la causa della crisi, ma la sua conseguenza. Il debito pubblico nasce dal tentativo di tamponare la crisi, ad esempio salvando le banche. Un esempio: la Germania ha ‘coperto’ le banche con qualcosa come 200miliardi di euro negli ultimi dieci anni. Risultato: il debito pubblico tedesco è cresciuto di 750miliardi di euro in dieci anni. La cosa bizzarra, però, è che i tedeschi hanno adottato misure di compensazione del deficit spending per far fronte a questa situazione e nel 2009 hanno speso oltre 3 miliardi di euro per salvare le loro imprese. Ebbene, quella stessa Germania oggi impone il divieto di deficit spending ai paesi più deboli dell’Unione europea.

Quale sarebbe, secondo lei, una possibile via d’uscita dalla crisi?

Ce n’è una sola: guardare meno al giorno per giorno e progettare per il lungo periodo. Purtroppo il nostro governo tecnico nasce per l’emergenza e non riesce a progettare nel lungo periodo, anche perchè per farlo servirebbe una larga investitura popolare. Ma se continuiamo a vivere nell’emergenza, e questo governo continua a fare politiche ‘da stato di emergenza’, è inevitabile infilarci in un tunnel senza uscita. Non è un caso che per alcuni istituti il Pil quest’anno diminuirà del 2,6%, con una diminuzione prevista per il prossimo anno del 2,9%. Stando così le cose, sarà inevitabile dover ricorrere a nuove manovre di austerity. Ed ecco qui la spirale, innestata proprio dal vincolo costituzionale del pareggio di bilancio. Facendo due rapidi calcoli, stando l’obbligo sancito dal ‘Fiscal compact’ di dover ridurre il debito pubblico del 5% annuo per quanto eccede il Pil del 60% – ergo, un ventesimo del Pil – ecco che per un certo numero di anni il nostro paese sarebbe chiamato a manovre annuali di 45miliardi di euro. Senza considerare quanto paghiamo di interessi sul debito: nel 2012 qualcosa come 72 miliardi di euro. Di fatto, l’Italia per i prossimi anni sarebbe costretta a manovre, per ridurre il suo debito pubblico, di circa 120miliardi di euro l’anno. Una follia. O meglio, la perfetta ricetta per il disastro economico. Un disastro motivato dall’assurda idea di fondo che si debba cancellare il debito pubblico. Ma la realtà è un altra: nessuno ti chiede di azzerare il debito. Quello che interessa i mercati, infatti, non è che il debito venga cancellato ma che si stabilizzi. L’obiettivo dovrebbe essere non far crescere tendenzialmente il debito.

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PANCHO PARDI – Pareggio di bilancio, una camicia di forza

Qui sotto il testo stenografico del mio intervento in discussione generale sulla modifica dell’articolo 81 della Costituzione. Prevede che ogni legge abbia copertura finanziaria, e il Presidente della Repubblica può rinviare alle Camere leggi prive di copertura. La modifica in questione, che sarà votata la prossima settimana, vi introduce, per direttiva europea, la regola del pareggio di bilancio. La comunità scientifica ha discusso il tema e cinque premi Nobel per l’economia hanno sostenuto che rischia di ingabbiare le possibilità di manovra in politica economica.
Signor Presidente, membri del Governo, onorevoli colleghi, la discussione su questa modifica costituzionale è stata sciatta, frettolosa e poco interessata, e anche oggi è diventata, schiacciata dall’evidenza di una contingenza politica momentanea, una mera formalità.

Non fa piacere vedere l’impegno di modificare la Costituzione realizzato in modi così poco convincenti e con risultati così discutibili. Al confronto, il dibattito scientifico sull’argomento è stato molto più interessante e molto più fondato. Si sono confrontati punti di vista scientifici. È stata evocata la grande battaglia ideale tra i punti di vista, che definiamo – per brevità – keynesiani e quelli restrittivi della nuova ideologia. Oggi tutti dicono che siamo in un mondo post ideologico, ma c’è un’ideologia che resiste fermissimamente, quella neoliberista, sulla quale non mi dilungo.

Cultori della materia particolarmente versati, tra cui cinque premi Nobel, hanno sostenuto che il pareggio di bilancio in Costituzione rappresenta una camicia di forza insidiosa per la gestione delle cose economiche. Si toglie quell’elasticità, quel margine di manovra nella gestione delle cose economiche che, secondo un punto di vista discutibile, ma anche molto sperimentato, la politica deve avere.

La questione è molto controversa, e viene da interrogarsi sull’efficacia della cogenza di questa misura. Facciamo finta che mettiamo il pareggio di bilancio in Costituzione. Dico facciamo finta perché sappiamo tutti che non è così: è l’equilibrio a determinate condizioni. Questa misura sarà cogente? Averla messa in Costituzione e aver sfigurato l’articolo 81 servirà a determinare degli effetti? Quanti articoli della Costituzione restano inapplicati? Si potrebbe fare un’esercitazione seminariale sul punto, a partire dagli articoli 3, 9 e 21. Potrebbe anche essere un dibattito interessante. Di sicuro, l’articolo 53, che è uno dei fondamenti essenziali del principio di eguaglianza, cioè quello che stabilisce la progressività dell’imposizione fiscale, in Italia non è applicato, anzi è applicato alla rovescia. Nella Costituzione infatti è scritto che l’imposizione fiscale è progressiva, ma nella realtà è regressiva: chi ha poco, paga tutto, e chi ha molto, paga poco. (Brusìo). Capisco che i colleghi della Lega abbiano da discutere, ma forse potrebbero farlo fuori dall’Aula. (Commenti del senatore Stiffoni).

Quindi, sarà cogente questa misura? Se ne può dubitare. Funzionerà? Come funzionerà? Penso che funzionerà secondo il principio dell’ambiguità del suo testo: il testo introduce l’equilibrio di bilancio e riserve anche giuste, secondo me convincenti, che ammorbidiscono la durezza del principio del pareggio di bilancio, e quindi forse avrà una funzione, oso dire, di keynesismo dissimulato, vale a dire che si fa finta di essere neoliberisti mentre sotto sotto ci concediamo la libertà di essere, con un pizzico di sale, un po’ keynesiani.

Il testo è scritto male, e purtroppo bisogna rilevare che negli ultimi decenni gli interventi di introduzione di testi in Costituzione hanno dato cattiva prova di sé: sono corpi estranei. La modifica del Titolo V, il giusto processo, il voto all’estero e ora l’articolo 81 hanno un’evidenza stilistica nel testo della Costituzione che qualsiasi studente di media cultura, anche senza preparazione, riuscirebbe ad individuare questi malloppi farraginosi, dalla sintassi complicata, inutilmente lunghi e dettagliati: questi pezzi di testo introdotti in Costituzione spiccano come se fossero colorati. Non è bello vederli. So che nel mondo parlamentare è facile fare ironie sul purismo del linguaggio costituzionale: sarà una fissazione, ma lo stile denuncia, esprime una logica, e quando lo stile è farraginoso, contorto e poco convincente vuol dire che anche dal punto di vista della logica funziona male. Conveniva non mettercelo.

Qual è il punto finale politico, colleghi? Il punto finale è che temo che questa modifica dell’articolo 81 siffatta, votata con i due terzi dei voti dell’Aula rappresenti un tentativo insidioso di un nuovo tipo di cammino nella modifica della Costituzione: si punta a superare i due terzi, e in questa maniera si zittisce il popolo, si impedisce il pronunciamento di un’opinione popolare sull’argomento, e questo, dal punto di vista della democrazia intesa in senso allargato, è una ferita, perché il popolo non potrà pronunciarsi su questa modifica assai discutibile della Costituzione.

La domanda è: si pensa di fare così anche con la futura riforma costituzionale, quella che dice di rafforzare il Parlamento e il Governo e, in realtà, rafforza solo il Governo, che intesta al Presidente del Consiglio la facoltà di chiedere lo scioglimento delle Camere e crea così un insanabile dissidio istituzionale tra la figura del Presidente del Consiglio e quella del Presidente della Repubblica?

Non è un bel vedere, colleghi: siamo di fronte ad una situazione dove, come vedete, stiamo discutendo questo nel disinteresse totale, e dopo questo voto la Costituzione sarà irrimediabilmente cambiata. Ci si può consolare pensando che il cambiamento non servirà quasi a nulla: forse serve soltanto a determinare una situazione opaca, e quindi questo ci può anche, in parte, consolare (tuttavia il testo resta sfigurato e questa, secondo me, è cosa che va messa agli atti). So di costituire una esigua minoranza, ma in questo momento non mi riesce di provarne dispiacere.

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