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Il dio dei leghisti di F.Azzarello

Augusto Cavadi, Il dio dei leghisti, San Paolo, Cinisello Balsamo 2012

recensione di Francesco Azzarello

È da pochissimo uscito presso la casa editrice lombarda “San Paolo” Il Dio dei leghisti del filosofo consulente, teologo, attivista antimafia e noto editorialista palermitano Augusto Cavadi (*). La collaborazione fra l’autore e l’editore rimonta invero a tre anni fa, alla pubblicazione di Il Dio dei mafiosi in cui Cavadi si interrogava sul paradosso dei padrini teologi, quello dei preti mafiosi e più in generale sulla conciliazione dell’inconciliabile: il vangelo e la lupara. Buona parte del Dio dei leghisti si rifà al Dio dei mafiosi. Il materiale d’analisi (dichiarazioni ufficiali, interviste), gli strumenti interpretativi (codici culturali, teologie implicite ed esplicite, diagnosi e terapie) e gli intenti dei due libri sono gli stessi: 1) individuare un gruppo di “pecore” francamente improbabili e chiarire (diagnosticare) come mai questi e la loro teologia implicita o esplicita abbiano trovato fra i pastori non solo un orecchio accogliente ma addirittura complicità, simpatia e affinità teologica; 2) proporre alla Chiesa una terapia a base di principi teologici oggettivamente antimafiosi/radicalmente evangelici, che rendesse l’aria delle sagrestie irrespirabile per certi soggetti.

Ne Il Dio dei leghisti l’assetto teorico viene, con qualche rimando al Dio dei mafiosi, più o meno dato per scontato. In effetti, chiarisce subito Cavadi, l’idea di scrivere un libro sul Dio dei leghisti gli è venuta su richiesta di vari lettori del Nord che gli avevano addirittura assicurato che sarebbe bastato cambiare lievemente il titolo e risparmiarsi ulteriori fatiche. La genesi del libro spiega così la scelta (metodologicamente immotivata) di dedicare il primo capitolo del libro ad affinità e differenze fra mafia e Lega. È vero che Cavadi minimizza e sottolinea più volte che Lega e Mafia non sono fenomeni “identificabili” ma l’accostamento è stato fatto e non c’è poi tanto da meravigliarsi se i leghisti hanno reagito al libro con lo stile diretto (che spesso sacrifica la profondità della riflessione all’efficacia illocutiva del messaggio) tipico del loro movimento. Per di più il capitolo si conclude con una frase estremamente chiara: Cosa Nostra e Lega non sono la stessa cosa ma le affinità sono più delle differenze. Il ricorso al metodo della violenza (fisica o verbale, verso fuori e/o dentro) è dimostrato in modo così solido da potersi dichiarare certamente comune a entrambi i fenomeni. Ma, mi permetto di notare — affinché i leghisti schiumino un po’ meno rabbia —, il fine dell’accumulo di potere e ricchezze (evidente nella mafia) è per quanto riguarda la Lega abbastanza labilmente motivato (relativamente all’accumulo di ricchezze; l’accumulo di potere è chiaramente dimostrato).

Ma a far arrabbiare i leghisti devoti (già sbugiardati nel primo capitolo), con molta più ragione, dovrebbero essere i tre robusti capitoli sul codice culturale del loro movimento, definitivamente smascherato come tutt’altro che evangelico. Con uno stile molto semplice e senza sommergere il lettore in sottili distinguo teorici Cavadi snocciola le idee politiche della Lega in pochi (ma buoni) tratti: stile reattivo, intangibilità delle proprie radici, razzismo regionalistico, tribalismo ipermoderno, concezione dello Stato come superfetazione artificiale e concezione leninista temperata del partito.

Il capitolo relativo ai principi etici della Lega segue sullo stesso registro ma regala al lettore anche una nutrita carrellata di pittoreschi dicta leghisti, di cui fornisco qui di seguito una selezione personale (fra parentesi): familismo amorale, idiotismo politico, laboriosità eroica, perbenismo moralistico, xenofobia provinciale (Mario Borghezio: La lega non cambia linea. Vogliono l’8 per mille? Noi ai clandestini bastardi gli diamo il mille per mille di calci in culo con la legge Bossi-Fini), maschilismo esibizionistico (Leghista bresciano anonimo: Non sono e non sono mai stato razzista: per me anche le bianche sono, in fin dei conti, delle puttane), omofobia ossessiva (Giancarlo Gentilini, sindaco di Treviso: Darò subito disposizioni alla mia comandante dei vigili del fuoco affinché faccia pulizia etnica dei culattoni), populismo cacofemico, orgoglio dell’ignoranza.
Le concezioni teologiche della Lega si riassumono in una sorta di panteismo naturalistico (Il Dio Po) in cui Gesù diventa un mero simbolo di appartenenza etnica, la chiesa “una cosa nostra” e la religione un collante sociale identitario, dove il sacro è ridotto al “socialmente programmato” e il prossimo di evangelica memoria è, con miopia più o meno innocente, interpretato come chi al leghista è familisticamente (o utilmente) più prossimo.

Se con i leghisti l’analisi condotta nel libro non è stata tenera, il cattolicesimo, nel suo prosieguo, non se la passa tanto meglio. Come mai un movimento così poco affine al Vangelo come la Lega riscuote simpatie fra cattolici fuori o dentro alla Lega stessa (pare che il 39% dei leghisti si dichiari cattolico praticante)? Nel capitolo diagnostico (Quale cattolicesimo va bene alla Lega?) compare la tesi di fondo di Cavadi: la Lega si sente in diritto di rivendicare e cavalcare un certo tipo di cattolicesimo, quello che s’infiamma per banalità identitario-territoriali (crocifissi ai muri delle scuole, proibizione di moschee in città ecc.), perché alcuni cattolici pensano identitariamente. Perché lo fanno? Non perché sono cattivi e in mala fede (come il sentire comune — che fa dei cattolici non religiosi dei fanatici e dei chierici una banda di camorristi in gonnella — vorrebbe) chiarisce Cavadi ma perché credono che questo atteggiamento sia stato legato loro niente meno che da Gesù stesso, per cui il fine della salvezza giustificherebbe tutti i mezzi e le peggiori frequentazioni (p.e. quelle democristiane un tempo, quelle mafiose talora, quelle dittatoriali ieri e quelle leghiste oggi).

Cavadi — ci mancherebbe altro — non chiede alla Chiesa degli apparati scomuniche ma una sorta di esame di coscienza (di cui lui, appoggiandosi ad altri teologi cattolici, delinea i tratti essenziali) che produca intorno alla Chiesa un’atmosfera irrespirabile per leghisti e simili. Credo che qui — lo dico con preoccupazione e nello spirito di dialogo che anima il libro — si inizi a vedere il primo dei due limiti teologici del libro.

Il primo limite non è poi così arduo da superare. Certo è difficile che la chiesa si faccia volontariamente irrespirabile, insopportabile per qualcuno perché Gesù sedeva a tavola coi peccatori e con i giusti, con i poveri ma anche con i ricchi, con gli ebrei di tutte le categorie ma anche con i gentili (mi risparmio i rimandi evangelici perché so che non interessano a nessuno e i teologi a cui mi rivolgo li conoscono meglio di me). Ai sacerdoti e agli scribi dice con chiarezza quel che pensa, toglie sì loro il respiro ma solo dopo esserglisi seduto accanto. Certo non ne ha mai sposato opportunisticamente alcuna tesi (come fanno quei cattolici che per appendere qualche croce di legno su un muro osannano politici violenti e xenofobi). La questione per la Chiesa quindi non è tanto come rendere l’aria irrespirabile per qualcuno quanto, nello spirito di un’apertura universale, come si faccia a parlare chiaramente e coerentemente con i propri principi anche con i peccatori contro la carità (sacerdoti, scribi, dittatori, mafiosi, leghisti ecc.), ascoltando e facendosi ascoltare ma senza farsi strumentalizzare.

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