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Papa, curia, papato di M.Vigli

Marcello Vigli
www.italialaica.it, 19.04.2012

In questi giorni si parla e si scrive molto su papa Ratzinger perché compie 85 anni e celebra il settimo anniversario della sua elezione. Si analizzano lezioni, discorsi, documenti, provvedimenti, nomine, per cogliere le caratteristiche del suo pontificato e per avviare confronti con i suoi predecessori. Questo interesse e le valutazioni che ha prodotto possono, invece, offrire l’occasione per sviluppare la riflessione sul papato e sugli strumenti di cui si serve per “governare” la chiesa, e anche per imparare a coglierne la specificità di soggetto originale, ma significativo, nel panorama internazionale. Già dall’incontro di Benedetto XVI con Fidel Castro – non necessario nel programma della sua visita a Cuba – all’indomani delle dure dichiarazioni sulla fine del marxismo, si può rilevare la capacità del papato di adeguarsi al divenire sempre più accelerato della storia. Anche i papi più legati alla tradizione – papa Ratzinger lo è – sanno compiere gesti funzionali a tale scopo. Non si può dimenticare la scelta per la democrazia, alla fine della seconda guerra mondiale, di quel Pio XII che pure aveva sostenuto il franchismo e non osteggiato apertamente fascismo e nazismo.

Ne’ si può dimenticare che fu lo stesso papa Pacelli ad adeguare la rappresentanza delle diverse realtà locali della Chiesa nel suo governo centrale con la cooptazione nel collegio cardinalizio di prelati del terzo mondo ancor prima che la decolonizzazione ridimensionasse definitivamente l’eurocentrismo. Finì con lui la prevalenza in concistoro dei cardinali italiani su quelli europei e, sulle sue orme, il primato di questi su quelli degli altri continenti. Lo stesso Giovanni XXIII, che con la convocazione del Concilio ha assestato un ben più duro colpo alla tradizione centralistica, in verità non era un “rivoluzionario”, mentre lo sembrava Giovanni Paolo II che quel duro colpo ha saputo ben neutralizzare. Le pur timide riforme, a cui Paolo VI aveva ridotto la spinta innovatrice del Concilio Vaticano II, furono da lui depotenziate restaurando l’assoluto primato del papato sulle chiese locali. Il lungo tempo del suo pontificato gli ha consentito infatti di modellare a suo piacimento la curia e condizionare la scelta del suo successore con la nomina di cardinali orientati, come lui, a promuovere la modernizzazione dell’immagine della Chiesa nel mondo in concomitanza con la conferma del tradizionalismo al suo interno. Con quell’immagine e con questa curia si è trovato a confrontarsi Joseph Ratzinger nel costruire il “suo” papato.

Quanto alla prima, ha inteso correggerne il carattere di soggetto politico/istituzionale internazionalmente riconosciuto, proponendosi prevalentemente come pastore di verità per la Chiesa prima che per il mondo, attraverso il suo insegnamento e i suoi libri, piuttosto che cercare di essere accreditato come comprimario nel governo del mondo. Questa preoccupazione per l’integrità della dottrina e la fedeltà alle tradizioni si è espressa sia con censure, pur se in forma meno esplicita che in passato, nei confronti di teologi innovatori, sia nella ri-legittimazione di forme liturgiche superate dai testi conciliari. Nell’un caso e nell’altro ha proceduto evitando condanne troppo esplicite o rotture irreparabili. Anche recentemente il richiamo all’obbedienza dei parroci austriaci, promotori di un appello per il matrimonio dei preti e il sacerdozio alle donne, non ha avuti toni ultimativi, nonostante su questi temi papa Benedetto si fosse pronunciato apertamente in modo inequivocabilmente negativo.

Nei confronti della curia si è impegnato a correggere impostazioni finalizzate al mantenimento di quell’immagine di chiesa troppo mondana, ad eliminare carrierismo con sacche di vera e propria corruzione e soprattutto a vincere resistenze ed omertà quando è esploso lo scandalo della diffusione della pedofilia fra il clero cattolico in diversi paesi. Si è, però, scontrato con l’indisponibilità della Curia ad essere “normalizzata” e che, negli ultimi tempi, si è apertamente manifestata con fughe di notizie, accuse anonime e forme di resistenza passiva. Al suo interno papa Ratzinger vive sempre più in solitudine il suo quotidiano difficile lavoro di governo di una chiesa di cui lui stesso denuncia le responsabilità nel determinare la propria crisi: non solo da fuori vengono attacchi al Papa e alla Chiesa, ma le sofferenze della Chiesa vengono proprio dall’interno della Chiesa, dal peccato che esiste nella Chiesa. Anche questo si è sempre saputo, ma oggi lo vediamo in modo realmente terrificante: che la più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa e che la Chiesa quindi ha profondo bisogno di ri-imparare la penitenza, di accettare la purificazione.

Sta forse in queste parole la chiave per comprendere quale contributo il papa di transizione, come lo pensavano molti cardinali che lo hanno eletto, sta dando alla costruzione di un papato che non si costituisca solo come soggetto politico ma sia guida di una chiesa impegnata nella evangelizzazione, che è la sua funzione essenziale, in questo momento della storia caratterizzato da profonde trasformazioni a livello planetario. In esso le religioni sono tornate ad avere un loro ruolo, che sembrava esaurito a metà del secolo scorso, nel panorama del nuovo modo di produrre e consumare cultura frutto, nel bene e nel male, delle nuove tecnologie. Principale novità loro è la necessità di accettare il pluralismo come condizione per poter esercitare una funzione positiva e non diventare invece bandiere di intransigenti caratterizzazioni identitarie di popoli o di gruppi politici. Il papato, la più significativa istituzione religiosa riconosciuta a livello mondiale in rappresentanza dei suoi fedeli, dà al cattolicesimo una sua specificità e può, in questa prospettiva, costituire un soggetto capace di dare un forte contributo a fare delle religioni uno strumento di pace. Papa Ratzinger lo ha inteso, ma forse, più che la sua fedeltà alla tradizione, la sua incapacità – impossibilità? – a coinvolgere la curia al suo progetto non consentono oggi al papato di essere all’altezza del compito che l’attuale momento storico offre alla Chiesa di Roma.

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