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Acqua bene comune: nasce la Rete europea

Valerio Balzametti
www.confronti.net

Nel marzo scorso, a Marsiglia, proprio negli stessi giorni in cui si svolgeva il sesto Forum mondiale sull’acqua, i movimenti che si battono contro la privatizzazione dei servizi idrici si ritrovavano per un «contro-forum». L’autore è membro della segreteria operativa del Forum italiano dei movimenti per l’acqua.

Dal 14 al 17 Marzo 2012 si è svolto a Marsiglia il Forum alternativo mondiale dell’acqua (Fame – Forum alternatif mondial de l’eau). Migliaia di persone si sono ritrovate nella città francese rispondendo alla chiamata dei movimenti che in Europa e in tutto il mondo si battono per l’acqua pubblica. Un passaggio importante, sotto diversi aspetti, che segna l’apertura di una nuova fase sia nelle relazioni tra i movimenti che nella dinamica di opposizione alle politiche di mercato. Una chiamata fatta per contrapporsi a quella delle multinazionali e per riaffermare la priorità degli interessi dei cittadini sui mercati. Infatti, in quegli stessi giorni, si svolgeva il 6° World water forum, organizzato dal Consiglio mondiale dell’acqua, associazione internazionale di imprese del settore idrico, di associazioni professionali, di agenzie governative e intergovernative, di istituzioni finanziarie internazionali, per promuovere una gestione privata dell’acqua come soluzione alla crisi idrica. L’associazione, fondata nel 1996, ha la sua sede proprio a Marsiglia e organizza, dal 1997, ogni tre anni un Forum mondiale sull’acqua.

Ufficialmente il World water forum è iniziato il 12 marzo e si è concluso il 17; convocato dalle multinazionali dell’acqua che hanno tentato, ancora una volta, di indirizzare e piegare ai propri interessi le scelte dei singoli governi. È stato un vero e proprio flop. Infatti, nelle intenzioni degli organizzatori, le presenze dovevano superare le 20mila persone e, invece, sono state poco più di 5mila.

Sostanzialmente un’operazione di facciata per cercare una legittimazione formale all’azione di lobbying delle grandi aziende che investono sulla privatizzazione dell’acqua e che spesso trasformano queste iniziative in vera e propria ingerenza con il supporto complice di parte delle istituzioni.

Eppure il World water forum continua ad essere illegittimo, non solo perché è espressione dei voraci appetiti di chi specula sull’acqua ignorando la sovranità popolare che si oppone a questo sfruttamento in tutto il globo, ma anche perché si tenta di aggirare quegli organi internazionali già molto deboli, come le Nazioni Unite, o di far assumere ai singoli governi accordi vincolanti per il futuro.

Infatti il riconoscimento del Onu nel luglio 2010 dell’accesso all’acqua per tutti quale diritto umano fondamentale ha rappresentato la consacrazione storica delle lotte condotte per anni dai movimenti sociali, dai cittadini, dalle popolazioni autoctone e dai rappresentanti eletti in tutto il mondo. D’altro canto, questo ha significato una dura battuta d’arresto per i grandi capitali e, a Marsiglia, si doveva invertire questa rotta.

Per raccontare le giornate di Marsiglia e, soprattutto, gli effetti prodotti è importante sottolineare tre aspetti.
Il contesto della crisi. In un contesto di crisi globale, in cui si trova anche il nostro continente, è interessante osservare quali sono le indicazioni che le grandi lobby finanziarie e le grandi multinazionali, che gestiscono i servizi idrici, continuano a dare in assoluta continuità con strategie decisamente fallimentari. E queste indicazioni vengono, purtroppo, spesso recepite anche da istituzioni come la Comunità europea; dunque viene proposta una nuova ondata di privatizzazione.

Ed è interessante vedere come queste politiche che erano prima indirizzate verso il cosiddetto «Sud del mondo» vengono indirizzate invece oggi verso il nostro continente e, all’interno di questo, specificatamente nei Paesi dell’area mediterranea, ovvero lì dove la crisi sta colpendo più duramente. Si conferma così la premessa: se la crisi generata da un sistema economico e sociale è evidente, la scelta per affrontarla è radicalizzare quella ricetta.

Il continente europeo. Ma c’è un particolare che forse non era stato preso in considerazione, ovvero la resistenza dei cittadini e delle cittadine organizzati in movimenti che difendono i beni comuni e, nello specifico, l’acqua e il servizio idrico nel suo complesso. Questo ha generato una serie di battaglie che hanno portato, nell’ultimo anno, ad alcune vittorie, segno visibile di una volontà popolare diffusa di invertire la rotta e sottrarsi ad una speculazione costante e profonda sulle proprie stesse vite. Al di là della facile retorica, questi movimenti hanno imposto all’agenda politica la necessità di compiere delle scelte concrete per salvaguardare l’accesso a beni essenziali per tutti, a scapito dei profitti di grandi poteri economici.

In Europa questo è accaduto in diversi Paesi come in Francia, con la ripubblicizzazione del servizio idrico di decine di comuni compreso Parigi; in Germania, con il referendum vinto a Berlino contro la privatizzazione; in Italia, con la vittoria referendaria del 13 giugno 2011 sui due quesiti riguardanti il profitto garantito e la privatizzazione. Inoltre sono nati movimenti in Spagna, Portogallo, Grecia… e tutti determinati a battersi per perseguire queste stesse possibilità/finalità.

Segno di questa diffusa conflittualità ed energia è la nascita formale, nell’incontro di Marsiglia, della Rete europea per l’acqua bene comune, in cui il legame dei movimenti di diversi Paesi, palesato a fine novembre in un’assise internazionale a Napoli, si è trasformato nella volontà di organizzare un’azione comune e strutturata.

Questa sinergia si concretizzerà per prima cosa nell’attivazione di un’Ice (Iniziativa dei cittadini europei), e cioè la prima forma di espressione democratica diretta a livello comunitario europeo, dove venga sancita l’acqua come diritto inalienabile.

La situazione italiana. All’interno del Forum alternativo di Marsiglia la delegazione italiana ha giocato un ruolo importante, in quanto la delegazione più numerosa e forte della vittoria referendaria dell’anno passato. Ma anche perché il movimento italiano non si è fermato dopo quella vittoria; ha dovuto infatti constatare la mancata applicazione del referendum ed ideare delle nuove forme di lotta. Ed è proprio questo che abbiamo condiviso a Marsiglia ma, soprattutto, è quello da cui si riparte in Italia. Si riparte in un contesto in cui i profitti garantiti non sono ancora stati esclusi dalla bolletta; dove la ripubblicizzazione del servizio idrico non è ancora avvenuta da nessuna parte del nostro Paese e, anzi, si cerca di privatizzare, come sta avvenendo a Roma, agendo in modo contrario alla volontà popolare.

Per questo, a gennaio 2012, è partita la campagna di «Obbedienza civile» in tutta Italia in cui i cittadini si tagliano dalla bolletta il profitto garantito. Ma soprattutto il movimento dell’acqua, e tutti i cittadini italiani, si trovano di fronte ad una seria crisi democratica in cui la volontà espressa viene ignorata. Lo slogan usato durante la campagna referendaria continua ad essere pericolosamente attuale: «si scrive acqua, si legge democrazia».

In conclusione, l’appuntamento di Marsiglia ha segnato una vittoria per i movimenti sociali, con grande visibilità e capacità di prospettive organizzative in cui è apparso evidente lo sviluppo di alleanze tra chi si occupa della difesa dell’accesso all’acqua e chi, ad esempio, difende i territori, la terra, l’agricoltura. Ma di più, questo, in esperienze come quelle latino-americane o asiatiche, vuol dire uno scontro aperto sulla sottrazione da dinamiche di sfruttamento di uomini e donne.

Dall’altro versante, invece, il forum ufficiale si è concluso in un silenzio simbolico, non della sconfitta di un modello ma del suo aspetto formale e pubblico. Ci potremo aspettare dunque una pressione più spregiudicata, per cui le decisioni e le indicazioni si prenderanno sempre più lontano dalle istituzioni e, quindi, dalla rappresentanza democratica formale.

Si può affermare con sicurezza che si è aperto, e il referendum italiano sull’acqua è solo uno dei simboli, un nuovo scenario di una battaglia in cui si giocherà per costruire nuovi modelli di economia, di partecipazione e di decisione. Noi la vorremmo diffusa, inclusiva e partecipata.

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