Home Comunità Cristiane di Base Una modesta proposta: l’adesione dell’Italia allo stato Città del Vaticano di E.Rindone

Una modesta proposta: l’adesione dell’Italia allo stato Città del Vaticano di E.Rindone

Elio Rindone

Che l’Italia, dopo 150 anni di storia unitaria, si trovi oggi sull’orlo del baratro è ormai un’ovvietà, tanto i suoi problemi sono gravi, numerosi e apparentemente insolubili. Anzitutto una crisi economica devastante: un Paese da anni in declino in cui, mentre non diminuisce l’enorme debito pubblico, la tassazione crescente rischia di provocare l’indignazione popolare, la disoccupazione, specie giovanile, è tra le più alte dei Paesi industrializzati e il rischio di un default non è affatto escluso. Si capisce che il nuovo presidente del consiglio abbia voluto chiamare ‘Salva Italia’ il decreto con le misure più urgenti da approvare immediatamente.

La crisi economica si intreccia ovviamente con quella politica: la nostra classe dirigente sembra una casta intenta a difendere i suoi privilegi più che a elaborare nel rispetto dei principi costituzionali un progetto politico che risponda all’interesse dei cittadini; la corruzione diffusa e gli scandali che si susseguono con ritmo quotidiano compromettono come non mai la credibilità dell’Italia sulla scena internazionale; le rivendicazioni secessioniste si intensificano pericolosamente, pur sotto la copertura di becere manifestazioni folcloristiche.

Il senso civico e l’etica pubblica, inoltre, paiono ormai al collasso, tanto che non manca chi parla di una vera mutazione antropologica, mentre prosperano le mafie, che sempre più condizionano non solo la politica locale ma addirittura quella nazionale. Negli ultimi decenni non si era mai avvertita una tale sensazione di incertezza sul futuro del Paese.

Ci troviamo, dunque, in un vicolo cieco o possiamo ancora salvarci? Io credo che una soluzione ci sia, e che anzi sia a portata di mano: è sotto gli occhi di tutti, basterebbe volerla vedere, ed è stupefacente che ancora nessuno ci abbia pensato. Il Vaticano: ecco la nostra salvezza! Il nostro Paese ha un privilegio unico rispetto a tutte le altre nazioni: la Chiesa romana ha la sua sede in Italia e non può certo essere considerata un corpo estraneo, dato che ne ha governato per secoli intere regioni, sino a condizionare in qualche modo la storia di tutta la penisola.

La soluzione, allora, è semplice come l’uovo di Colombo: il governo Monti inviti il parlamento italiano a votare la formale adesione dell’Italia allo Stato della Città del Vaticano. Da tale fusione nascerebbe, con reciproco vantaggio, un unico Stato posto sotto l’autorità del Papa che, pur restando aperti ad altre ipotesi, proponiamo di chiamare Papitalia: da un lato il Vaticano vedrebbe così pienamente realizzata la sua aspirazione a governare tutta la penisola e dall’altro l’Italia risolverebbe i suoi problemi.

Facile immaginare le prevedibili critiche alla mia modesta proposta: rinunciare alla nostra sovranità? Alla democrazia e alla repubblica? Alla laicità dello Stato? Mai e poi mai! Evidentemente ho riflettuto a lungo su simili obiezioni, ma alla fine mi sono convinto che non sono affatto insuperabili. Davvero qualcuno crede che l’Italia sia oggi uno Stato sovrano? Che non risponda ad alcun potere superiore? Ma è scontato che l’Unione Europea, nella misura in cui si consolida, condiziona la politica dei singoli Stati. E già ora le scelte in campo economico sono sempre più dettate dagli organismi internazionali. La nostra politica estera, poi, è costantemente allineata alle decisioni delle grandi potenze.

La nostra costituzione, è vero, parla di una repubblica democratica (e lo Stato Vaticano non è certo un modello di democrazia), ma queste ormai sono solo parole vuote: anche formalmente ai cittadini è stata tolta la possibilità di eleggere i propri rappresentanti, che grazie una legge elettorale in vigore da alcuni anni vengono scelti dall’alto, sicché il potere è nelle mani non del popolo ma dei gruppi dirigenti dei vari partiti e, non di rado, di cricche affaristico-criminali.

Affermare, infine, che l’Italia di oggi sia uno Stato laico è pura ipocrisia: quali leggi negli ultimi decenni sono state approvate contro il parere del Vaticano e quante sono, invece, quelle da esso ispirate, in contrasto col sentire della maggioranza dei cittadini, quale emerge da ripetuti e convergenti sondaggi? E allora perché non porre fine a tutte queste ridicole finzioni?

Cadute queste obiezioni, a pensarci bene davvero poco consistenti, ecco gli innumerevoli vantaggi che deriverebbero agli italiani dalla fusione con lo Stato Vaticano.

Ci lamentiamo della qualità dei nostri politici, dei miliardi di euro che spendiamo per mantenerli, del discredito che nelle sedi internazionali circondava in un recente passato (e potrebbe accadere di nuovo) un nostro presidente del consiglio? Ebbene, tutti questi problemi sarebbero di colpo risolti: aboliti consiglio dei ministri e parlamento, e azzerate le relative spese, saremmo governati dai membri della curia romana, composta da uomini dignitosissimi, molti dei quali addirittura cardinali che suscitano rispetto già solo con il loro abbigliamento rosso porpora e che non si abbandonerebbero mai, almeno in pubblico, a parole scurrili e a gesti volgari.

Verrebbero aboliti anche i partiti, con le inutili spese per le elezioni e gli esorbitanti rimborsi elettorali: evitando così i contrasti, spesso più apparenti che reali, tra le diverse forze politiche, le decisioni sarebbero prese con rapidità ed efficacia da un gruppo ristretto di uomini scelti dal Papa. Avrebbe così fine quel ‘teatrino della politica’ che ha sostituito le sedi parlamentari con gli ormai insopportabili talk-show televisivi; ma, ancor più, l’Italia godrebbe di un prestigio internazionale senza pari. Quale capo di Stato, infatti, è oggi accolto in ogni parte del globo con gli onori riservati al Papa? Quale leader mondiale è capace di radunare più di un milione di giovani pronti ad applaudirlo? Un miliardo di cattolici sparsi nei cinque continenti vedono nel Papa la loro guida e il Papa sarebbe il nostro capo di Stato!

E se a questo miliardo di cattolici il Papa chiedesse, in caso di grave crisi economica, un aiuto finanziario – un aumento dell’obolo di S. Pietro o qualcosa del genere – chi può pensare che i fedeli sparsi in tutto il mondo non farebbero a gara per rispondere al suo appello? Denaro fresco che entrerebbe nelle casse dell’Italia vaticanizzata: altro che manovre lacrime e sangue, aumento delle imposte e tagli ai servizi. Il tenore di vita degli italiani potrebbe essere oggetto di invidia da parte persino degli svedesi e degli svizzeri!

Ma i vantaggi economici non finiscono qui. La quota più consistente dell’8‰ dell’IRPEF dei contribuenti italiani, infatti, non andrebbe più a un altro Stato ma, per così dire, resterebbe a casa. Parimenti non dovremmo più affliggerci per i privilegi fiscali o per l’esenzione, sino a oggi in vigore, dell’ICI degli edifici ecclesiastici adibiti a usi commerciali o per i professori di religione pagati dallo Stato ma scelti da un’autorità estranea, il vescovo: non sarebbero vantaggi incomprensibilmente riservati a uno Stato straniero. Per non dire che, del nuovo Stato Papitalia, e cioè nostro, diventerebbe l’immenso patrimonio immobiliare ecclesiastico sparso sul nostro territorio ma che per ora non è nostro.

E come sottovalutare i benefici che deriverebbero dalla possibilità di ristrutturare il sistema bancario italiano sul modello dello IOR, il noto Istituto per le Opere di Religione comunemente considerato la Banca del Vaticano? Una banca che oggi gode di rilevanti investimenti esteri e che assicura interessi annui netti dal 4 al 12%. Grazie a una rete di contatti con banche sparse in tutto il mondo, lo IOR può esportare grandi quantità di denaro operando in assoluta riservatezza, tanto che i suoi clienti sono identificati non col nome ma solo attraverso un numero codificato.

Tale segretezza pone lo IOR, e tutto il sistema bancario italiano se sarà accolta la nostra proposta, al riparo da fastidiose inchieste giornalistiche o giudiziarie. Delle sue attività, infatti, esso risponde solo al Papa e a un collegio di cinque cardinali da lui nominati, senza preoccuparsi delle regole vigenti a livello internazionale. È vero che di recente Benedetto XVI, lasciando allibiti non pochi correntisti, ha deciso di uniformarsi alle leggi anti-riciclaggio, entrate in vigore per lo IOR il 1º aprile 2011, ma si tratta di una decisione che già si sta cercando di rendere inoffensiva, e comunque sempre revocabile: e l’occasione buona potrebbe essere costituita proprio dai festeggiamenti per la nascita di Papitalia.

Ma non bisogna credere che i vantaggi dell’annessione che proponiamo siano limitati al piano economico. Al contrario, essi si estenderebbero subito al piano morale. Una legislazione coerente con i principi del diritto naturale potrebbe finalmente eliminare le norme approvate da un parlamento per decenni dominato dai catto-comunisti, sicché i costumi si adeguerebbero sempre più ai precetti dell’etica vaticana, sino alla scomparsa ufficiale di prassi scandalose come divorzio e aborto, omosessualità e coppie di fatto, inseminazione artificiale ed eutanasia più o meno mascherata. L’identificazione di peccato e reato e l’unanime condanna dell’opinione pubblica indurrebbero, infatti, alla clandestinità gli autori di simili comportamenti: certo, i devianti ci saranno sempre, ma che almeno non se ne parli, che non si turbino i buoni cittadini con l’amplificazione delle notizie relative ai rarissimi casi di pedofilia tra i preti e che gli omosessuali non stiano a rivendicare con orgoglio le loro perversioni.

La diffusione della sensibilità morale cattolica consentirebbe, inoltre, un atteggiamento comprensivo nei confronti di quelle debolezze umane che sono in fondo inevitabili. È sicuramente frutto di risibile moralismo l’accanimento, dimostrato specialmente da certi magistrati, contro comportamenti quali l’omofobia o la xenofobia, l’evasione fiscale o la corruzione. Non si ha proprio il senso delle proporzioni: considerare, poniamo, la corruzione più grave della masturbazione, che è un peccato mortale che può condurre dritti dritti all’inferno! Con grande saggezza ed equilibrio, invece, il Vaticano ha sempre mostrato, per esempio, con i suoi rari e pacati interventi a proposito dell’evasione fiscale e con quelli frequenti e durissimi a proposito delle coppie di fatto quanto diversa sia la gravità delle relative condotte.

La nostra proposta darebbe ancora un notevole contributo alla soluzione del problema della crescente povertà, anzitutto scongiurando il pericolo, oggi sempre più concreto, della diffusione di uno spirito di ribellione che mette a rischio la stabilità dell’ordine sociale. La religione, lo affermava già Machiavelli, è indispensabile per la coesione sociale: “Dove manca il timore di Dio, conviene che quel regno rovini […] Debbono adunque i principi d’una repubblica o d’uno regno, i fondamenti della religione che loro tengono mantenergli; e fatto questo sarà loro facil cosa mantenere la loro repubblica religiosa, e per consequente buona e unita”(Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, III, 11). Papitalia, lo Stato del Papa, lo Stato religioso per antonomasia, diverrebbe in breve tempo d’esempio a tutte le nazioni per l’armonica convivenza tra le classi.

Machiavelli, infatti, sbaglia sicuramente quando riduce a instrumentum regni la religione, ma che questa abbia effetti stabilizzanti sulla società sono i papi stessi che lo proclamano. Leone XIII, per esempio, invita i fedeli ad accettare come naturali le disuguaglianze economiche – perché “togliere dal mondo le disparità sociali è cosa impossibile. Lo tentano, è vero, i socialisti, ma ogni tentativo contro la natura delle cose riesce inutile”(Leone XIII, Rerum novarum n. 14, 1891) – e condanna ogni velleità rivoluzionaria, affermando che i sudditi debbono obbedire ai governanti persino se questi abusano del loro potere: “Se accada talvolta che la pubblica potestà venga dai principi esercitata a capriccio e oltre misura, la dottrina della Chiesa Cattolica non consente ai privati d’insorgere a proprio talento contro di essi, affinché non sia ancor più sconvolta la tranquillità dell’ordine e non derivi perciò alla società maggior danno”(Leone XIII, Quod Apostolici muneris, 1878).

Per quanto riguarda la questione della povertà, inoltre, la rinascita morale e spirituale del Paese avrebbe benefici effetti per ridurre la disoccupazione, specialmente giovanile: indurrebbe infatti tanti, soprattutto giovani, a entrare in seminario o in un ordine religioso (su celibato e verginità, si sa, si è sempre chiuso un occhio). Oggi ci troviamo in una situazione paradossale: da una parte uomini e donne senza lavoro e senza casa e dall’altra seminari e conventi vuoti o quasi e attività che vengono abbandonate per mancanza di braccia.

Bisogna porre fine a questo spreco di risorse: quanti giovani potrebbero avere assicurato un più che dignitoso tenore di vita se, scegliendo tra le diverse comunità religiose esistenti, maschili o femminili o miste, si dedicassero alla coltivazione della terra o all’assistenza ospedaliera, settori in cui c’è oggi una gravissima carenza di manodopera. Per non parlare degli anziani, che oggi vengono abbandonati o affidati a badanti extracomunitari, magari di fede musulmana, e che invece sarebbero accolti nei monasteri e accuditi da giovani italiani. E, per chi ha le doti necessarie, si aprirebbero allettanti prospettive nel mondo degli affari: l’impegno e i successi in campo economico della Compagnia delle Opere vicina a Comunione e Liberazione mostrano come sia ormai superata l’idea che il denaro sia lo sterco del demonio.

Certo, non ci si può illudere che la povertà sparisca del tutto. Bisognerà quindi prendersi cura con apposite iniziative caritative di coloro che, nonostante tutto, non riescono a trovare i mezzi necessari per sostentarsi. Ma ai poveri, diminuiti di numero, sarà almeno impedito di compromettere col loro misero aspetto e col loro fastidioso accattonaggio il decoro delle nostre città: infatti sarà opportunamente richiamato in vigore, estendendolo a tutto lo Stato, l’editto con cui, nel 1561, Pio IV “vieta la mendicità pubblica per le strade di Roma e minaccia pene di reclusione, bando o invio sulle galere per chi commette infrazioni del divieto”(B. Geremek, La pietà e la forca. Storia della miseria e della carità in Europa, Bari 2003, p 223).

Se indubitabili sono i vantaggi della mia proposta, capisco che possano sorgere dubbi sulla sua attuabilità. Come supporre, per esempio, che in una società più o meno scristianizzata possa realizzarsi all’improvviso un ritorno ai valori evangelici richiesto dalla sottomissione al Papa! E chi ha parlato di ritorno al Vangelo? Chiariamo subito l’equivoco: perché sia possibile la nascita e il consolidamento di Papitalia basta la valorizzazione di quelle tradizioni religiose che sono indubbiamente ancora presenti in Italia più che in altri Paesi. Stiamo parlando della religiosità popolare, che forse ha poco a che fare con l’utopia del Vangelo ma che ha il merito di non esigere una consapevole esperienza di fede né studio della Bibbia e ancor meno conseguenti scelte morali. Incrementare questa religiosità, fatta di processioni, pellegrinaggi e miracoli alla san Gennaro, non sarebbe affatto difficile, come dimostra il successo dell’ultima trovata delle gerarchie ecclesiastiche: il nuovo culto di Padre Pio. Gerarchie che conoscono le debolezze del cuore umano e che sanno che, specialmente oggi, all’italiano medio non potrebbero chiedere di più.

Ma gli uomini di cultura come reagirebbero alla riduzione degli spazi di libertà che prevedibilmente si verificherebbe se nascesse Papitalia? Ma come in casi del genere hanno reagito sempre gli intellettuali italiani! Alcuni diverrebbero cattolici entusiasti e altri, pur dichiarandosi atei, difenderebbero devotamente a spada tratta le posizioni del magistero: il piccolo numero di teste calde sarebbe, come è ovvio, ridotto facilmente al silenzio.

Anche in questo caso non bisogna però sottovalutare la prudenza delle gerarchie ecclesiastiche: sanno benissimo che non è più il momento dei roghi, come ai bei tempi della Controriforma. Lascerebbero, quindi, un certo spazio alla varietà dei comportamenti e delle idee, persino in campo teologico; a un’unica condizione però: che non si metta in discussione l’autorità del Papa. Se ne può essere certi per la Papitalia di domani se persino nella Roma del ’600, come racconta lo scrittore francese Gabriel Naudé, “si ha clemenza per gli atei, i sodomiti, i libertini e per molti altri disonesti, ma non si perdona mai a chi offende il papa o la sua corte oppure osa mettere in dubbio l’onnipotenza papale, circa la quale i canonisti italiani hanno imbrattato così tante pagine”(citato in G. Minois, Storia dell’ateismo, Roma 2000, p 248).

Ma, si dirà infine, la proposta di fusione col Vaticano, se realizzata, porterebbe a uno scontro aperto con la criminalità mafiosa, con un costo di vite umane difficilmente calcolabile. Quanta superficialità e precipitazione in simili previsioni: è vero esattamente il contrario! Basterebbe solo ricordare l’atteggiamento della gerarchia ecclesiastica negli ultimi decenni per rendersi conto che essa, pur condannando i fatti di sangue, non ha mai preso le distanze da uomini politici collusi con la mafia, neanche dopo una sentenza di condanna della magistratura. In effetti, sia i mafiosi che i loro referenti politici sono in genere buoni cattolici: gli uni leggono la Bibbia, studiano teologia, partecipano in prima fila alle processioni del santo patrono mentre gli altri ispirano la loro attività politica ai principi che il Papa giudica non negoziabili. Tutti, poi, hanno combattuto il vero pericolo che da tanto tempo, e forse ancora oggi, incombe sulla società italiana: il comunismo. Minaccia definitivamente sventata se nascerà, come speriamo, Papitalia.

Più che con l’attività repressiva della magistratura, la questione della mafia sarà affrontata con lo spirito di comprensione e di perdono che è proprio di Santa Madre Chiesa, che accoglie sempre i suoi figli, che ha fiducia nell’opera di persuasione e di recupero, realizzabile se si riconosce che, se la presenza della mafia si è ormai estesa a tutto il territorio nazionale costituendo una voce rilevante del nostro PIL, ci sarà pure una ragione: è evidente che, come l’istituzione religiosa, anch’essa svolge, almeno nella società italiana, una funzione d’ordine.

Rinunziando, dunque, a una legislazione antimafia, che in certi casi non è esagerato definire persecutoria, basterebbe derubricare alcune fattispecie di reato per facilitare l’inserimento a pieno titolo del mafioso nel tessuto della società. Perché non considerare, per esempio, il ‘pizzo’ un volontario ‘contributo di solidarietà per famiglie disagiate’? Facendo così emergere dal sommerso una rilevante quota dell’economia italiana, si otterrebbe, oltre al vantaggio della pace sociale, un ulteriore incremento delle entrate fiscali, perché sono sicuro che i mafiosi, in cambio della cessazione delle ostilità nei loro confronti, accetterebbero volentieri di pagare sul contributo riscosso una ragionevole imposta, che potrebbe andare da 2 al 5%.

La mia modesta proposta mi pare dunque non solo vantaggiosa ma anche facilmente realizzabile. Si può attuare infatti pacificamente e senza controindicazioni, a differenza della soluzione formulata da J. Swift, che nel 1729 pubblicò Una modesta proposta per impedire che i bambini irlandesi fossero a carico dei loro genitori o del loro paese, invitando i connazionali a macellarli e a cibarsene. Altro che proposta modesta! Proposta sanguinaria la sua, che ancora oggi suscita orrore e indignazione in tutte le persone di buon senso, che sono certo, invece, accoglieranno con entusiasmo la mia, se la prevedibile congiura del silenzio non riuscirà a impedire che essa giunga a conoscenza della pubblica opinione.

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