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Armi: più forti della crisi

Andrea Santoro
www.altrenotizie.org

Negli ultimi anni una delle parole più ricorrenti durante la lettura o l’ascolto delle notizie è stata “crisi”. Per scongiurarne gli effetti più negativi e devastanti sono stati proposti ed attuati tagli e riduzioni alla maggior parte dei servizi pubblici, creando non poco scontento tra le categorie interessate. Stranamente però, una voce del bilancio è rimasta pressoché immutata: quella che fa riferimento alle grosse industrie belliche internazionali, che non hanno conosciuto crisi in quasi nessuna parte del mondo.

Analizzando la relazione annuale del Sipri (Stockholm International Peace Research institute) pubblicata lo scorso 19 marzo, sicuramente non stupirà il primato dell’America nell’esportazione di armi. Ciò che invece colpisce immediatamente il lettore è come nel lustro compreso tra il 2007 e il 2011, il giro d’affari delle grandi industrie di armi sia cresciuto del 24% rispetto al quinquennio 2002 – 2006.

La presenza dei paesi del cosiddetto gruppo Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) è dominante; le loro economie in rapido sviluppo prevedono investimenti corposi anche nell’industria bellica e, nel particolare, India e Cina detengono il primato in seno al gruppo.

I 2000 km di confine che congiungono questi due Paesi sono fonte di grosse preoccupazioni per entrambe le regioni, dal 1947 impegnate in una lotta fratricida per la zona del Kashmir: all’aumento dell’undici percento dei fondi destinati agli armamenti da parte della Cina, è corrisposta da parte dello stato maggiore indiano l’elaborazione di una tattica che prevede lo scontro sia con il Pakistan, sia con l’India, muovendo così su un “duplice fronte’”.

Gli acquirenti indiani preferiscono strumenti affidabili e tecnologicamente avanzati, come ad esempio la creazione di una flotta sottomarina strategica, l’accumulo di armamenti atomici e di missili balistici; in cifre questo si traduce nella detenzione del 10% delle importazioni di armamenti a livello mondiale, con una previsione di aumento delle spese nel periodo 2012-2013 del 17%, fino a raggiungere quota 40 miliardi di dollari, circa il doppio di quanto investa l’Italia. Magra consolazione se si considera che ai sessanta milioni di italiani corrispondono più di un miliardo di indiani.

La collaborazione tra i paesi Brics è vasta e senza scrupoli: Mosca è infatti la fonte primaria di armamenti per l’india, che da lì vede arrivare (aerei) (mig) parti aeree (su 30), carri pesanti e sommergibili; stretta collaborazione tra i due anche per raggiungere il completamento del progetto che darà alla luce l’aereo furtivo T-50 Pak-fa. In questo contesto resistono anche le grosse industrie pesanti europee, specie quelle situate in Regno Unito, Italia e Francia.

Discorso a parte merita invece l’amicizia armata tra India e Israele, con cui vi è una stretta e duratura collaborazione che vede i due impegnati nello sviluppo di droni, sistemi antimissilistici e radar, campo in cui storicamente Israele ha sempre fatalmente eccelso, anche grazie all’aiuto degli amici statunitensi, altro alleato economico dell’India.

Secondo l’Istituto internazionale di studi strategici (Iiss), le spese militari affrontate nel 2012 dall’intera zona asiatica supereranno quelle di tutti i paesi europei con complessivi oltre 180 miliardi di euro, considerando anche che, oltre all’India, i maggiori importatori di armi sono Corea del sud (6%), Cina e Pakistan (5%) e infine la città stato di Singapore (4%).

Anche la primavera araba ha avuto però la necessita di armarsi, per difendere il potere o attaccarlo: in questa estesa area geopolitica si nota un aumento medio del 273%, con il primato del Marocco a più 443%. Ne possiamo dedurre che l’industria delle armi non ha quasi conosciuto crisi, vedendo anzi i fondi destinati a questa spesa nella maggior parte dei casi aumentare, con la sola eccezione della Grecia per quanto al territorio europeo.

È questo il caso dell’Italia o nel nostro paese i tagli orizzontali hanno riguardato anche l’esercito? Certo il ministro Di Paola una modifica dei fondi destinati alle forze armate l’ha proposta ed attuata, ma le ambiguità nel ddl non sono poche: se è infatti vero che vi è stata una “revisione dell’assetto strutturale e organizzativo della difesa”, è altrettanto vero però che l’ammiraglio e ministro ha chiaramente tenuto come riferimento il “garantire nei prossimi anni alle Forze Armate risorse costanti per portare a termine i programmi di rinnovamento tecnologico e di armamenti”. Parole che troppe e troppe volte avremmo voluto sentire riferite al mondo della cultura, della scuola, del lavoro.

L’articolo quattro del ddl, in particolare, prevede che “al Ministero della Difesa sia assicurato per il riordino e comunque fino al 2024, un flusso finanziario costante minimo annuo non inferiore a quanto previsto per il 2014”: è esattamente da quell’anno, infatti, che è previsto dal piano di bilancio un rifinanziamento del comparto militare, che passerà a circa 21 miliardi di euro. Ma questa è una cifra che non tiene conto né dell’occultamento delle spese che il Sipri quantifica nel nostro paese (almeno 5 miliardi ogni anno), né degli investimenti delle cosiddette ‘banche armate”, quelle cioè che investono principalmente in armi: nel 2010 la capolista era Bnp-Paribas BNL, con quasi 960 milioni di euro.

Ora però, con la modifica della legge 185/1990, il governo può non rendere pubbliche le cifre investite da privati nel campo degli armamenti, quindi non è dato sapere se questa cifra sia cresciuta o diminuita.

Uno dei punti più affascinanti proposti dal ddl firmato dal tecnico della guerra è il sistema di tagli del personale: entro il 2024 i militari italiani passeranno da 180 000 a 150 000, prevedendo degli ottimi meccanismi previdenziali, invidia di tutti gli altri tecnici del governo: “incremento del contingente annuo da collocare in ausiliaria; estensione a tutti dell’istituto dell’aspettativa per riduzione quadri, con il 95% di stipendio percepito a casa; estensione a tutti della riserva di posti per le assunzioni in altre amministrazioni pubbliche, agevolazioni per il reinserimento nel lavoro dei volontari congedati; concorsi straordinari per l’accesso a inquadramenti superiori; ripristino dell’esonero; collocazione nei ruoli civili della difesa, transito verso posti delle altre amministrazioni pubbliche”.

E, come se non bastasse, “le risorse recuperate sono destinate al riequilibrio dei principali settori di spesa della difesa.” Forse il ministro Di Paola sarebbe stato meglio impiegato nelle riforme del lavoro, visti i recenti sviluppi in merito.

Appare poi particolarmente strano in questo contesto il caso di Finmeccanica, industria impegnata nella produzione di armamenti pesanti: l’azienda cardine del settore aerospaziale in Italia ha registrato numerose perdite negli ultimi due semestri, prova che anche il comparto degli armamenti, da sempre ritenuto uno dei più affidabili grazie alle alleanze internazionali, si è talvolta avvicinato ad esperienze ombrose, su cui forse in questi giorni Valter Lavitola proverà a fare luce.

Intanto a Messina il 5 aprile un sottomarino nucleare americano classe “Virginia” (soprannominato hunter killer) ha attraversato lo stretto nel totale silenzio dei media e, mentre in Canada la levitazione i costi degli F35 fa si che l’intero acquisto venga sospeso in attesa di chiarezza, in Italia si conferma la volontà di acquistare questa tecnologia superata a prezzi sbalorditivi, sempre nella più totale discrezione garantita da quel che resta del quarto potere.

Resta poi la considerazione sui costi quotidiani ed effettivi delle truppe all’estero. I fondi stanziati per il settore della difesa nel 2012 sono diminuiti di 700 milioni di euro, passando così a 13,6 miliardi, anche grazie al termine del conflitto libico, che resta comunque uno dei più economici.

Riconfermata la presenza delle truppe italiane in tutte le missioni precedentemente intraprese, anche in Afghanistan, dove una battaglia persa in partenza costa ai contribuenti 747,6 milioni di euro, assorbendo oltre la metà delle risorse destinate alle operazioni oltremare, comunque in calo rispetto agli 811 milioni dello scorso anno e i 709 milioni del 2010, cui però si aggiungono le decine di migliaia di vittime causate dal conflitto, vite che il denaro non potrà mai quantificare. La missione in Afghanistan ci costa più di due milioni di euro al giorno.

In un periodo di forte recessione come quello attuale è inevitabile che vengano proposti dei tagli alle spese, che possono anche essere orizzontali, riguardando quindi ogni settore dell’amministrazione pubblica.

È d’altra parte vero però che proprio dalla lettura del bilancio interno si può intravvedere la direzione che nel lungo termine chi sta al potere vuole seguire: gubernare deriva dal latino, significa reggere il timone della barca, magari cercando l’approdo in un porto tranquillo. Per veleggiare verso questi porti sembra che in molti ritengano necessario riempire la nave di armi piuttosto che tapparne le falle, senza considerare che lo stesso peso dei cannoni potrebbe solo farci affondare più rapidamente.

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