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Il pensiero vivo mentre si sta facendo

Gabriella Natta
Comunità cristiana di base di S. Paolo (Roma)

 

– Gabriella, te la senti di fare un Primo Piano per il sito, magari sul laboratorio del Convegno?
– Senz’altro, ma non ho preso appunti e quindi vi dovrete accontentare delle sensazioni.
– Le sensazioni sono molto meglio degli appunti.

 

Terzo laboratorio al XXXIII Incontro nazionale delle Comunità cristiane di base: “Confrontarsi con le paure: prassi di liberazione nel mondo in trasformazione”.

 

– Il primo dato che colpisce è la grande partecipazione a questo laboratorio: età che vanno dai 16 agli 88 anni.

– Voglia di raccontarsi. Il tema sta evidentemente a cuore e lo si sente urgente, vivo.

– Capacità di riconoscere le paure che ci attraversano mettendosi in gioco, senza false sicurezze, con semplicità.

– Uno spazio di libertà per parlarsi, confrontarsi, comprendersi.

– “E’ dalla rivoluzione femminista che ho imparato che si crea una vera discontinuità nei confronti del simbolico dominante – cioè nei confronti dei significati dati, che ci restituiscono un mondo già interpretato – incontrandosi e discutendo con chi avverte lo stesso disagio, la stessa estraneità e ne vuole fare un discorso condiviso, mettendosi in gioco personalmente” (da “Pensare in presenza” di Chiara Zamboni, ed. Liguori, 2009).

– I biglietti che abbiamo distribuito, con brani di romanzi, saggi, poesie, testi biblici, articoli di giornali, sul tema delle paure e sulle possibili prassi di liberazione, ci hanno obbligati/e a “improvvisazioni disciplinate”. Infatti “l’improvvisazione ha bisogno di un esercizio preciso di ascolto della parola altrui insieme alla fiducia sufficiente per esporsi agli altri” (Zamboni, ibidem).

– I biglietti come guida non necessariamente seguita. A volte, dopo l’inizio, sono sorti anche interrogativi diversi, forse più vitali e più urgenti per chi interveniva.

– L’essenziale non è stato concludere, rispondere, risolvere, ma aprire uno spazio di ragionamento.

– Le esperienze raccontate, a volte commoventi, erano molto più vere dell’interpretazione dei testi.

 

Per consentire a chi legge di partecipare simbolicamente al nostro laboratorio, trascrivo due brani che abbiamo letto e commentato. Sono ambedue di Marcela Serrano (“Dieci donne”, ed. Feltrinelli). Il primo rappresenta una tra le tante paure, il secondo una possibile prassi di liberazione (riservata solo alle donne?).

 

“I corpi trattengono la storia. Alla fine, il tuo corpo è la tua storia perché tutto si racchiude lì dentro. Voglio soltanto dire che se abitare in un territorio occupato è umiliante e drammatico e ingiusto, la vita in Cisgiordania sembra il paradiso in confronto a quella di Gaza. Se fossi costretta a scegliere un solo sentimento che sintetizzi tutti gli altri, credo che opterei per la paura. Ti svegli con la paura. Ti lavi i denti con la paura. Mangi – se trovi qualcosa da mangiare – con la paura. Fai l’amore con la paura. Vai a letto la sera con la paura. La povertà non ha paragoni laggiù. E’ assoluta, pertanto le sue conseguenze, la malattia, la mancanza di igiene, la promiscuità, sono all’ordine del giorno”

 

“La Katy – a lei piace con la K, non con la C – la mia migliore amica, ogni volta che entro abbacchiata in negozio mi dice: ecco che arriva la Juana con la sua faccia da moribonda. Proprio così, faccio io, cosa credete? Che una debba sempre avere il sorriso stampato in faccia? Ormai si sono abituate. E allora quando le clienti e Adolfo – che è il mio capo – se ne vanno, per tirarmi su il morale la Katy mi lava i capelli e mi fa il brushing e la Jennifer prepara il tè e chiacchieriamo e ci fumiamo una sigaretta e io racconto i miei guai e torno a casa molto sollevata. Non so come avrei fatto a superare certi momenti brutti senza di loro. E nemmeno quelli belli. Le donne, tra donne, riescono a non sentirsi sole”.

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