Home Politica e Società Equitalia nel mirino tra terrorismo anarchico e rivolta fiscale. Meglio una sanatoria.

Equitalia nel mirino tra terrorismo anarchico e rivolta fiscale. Meglio una sanatoria.

Gianni Rossi
www.paneacqua.eu

Nel giro di poche settimane si è passati dalla rivolta individuale, nichilista, attraverso i suicidi di piccoli imprenditori e semplici contribuenti che avevano ricevuto le cartelle di Equitalia, a forme di ribellismo violento semi-organizzato, per ora anarcoide, che riportano agli esempi storici delle rivolte contro le “gabelle e i gabellieri” da Masaniello in poi.

“Chi colpisce Equitalia, colpisce lo Stato”, è stato all’unisono il commento duro e senza appelli che il governo Monti ha indirizzato contro gli atti di violenza che nelle ultime settimane stanno avendo come obiettivo sedi e personale della società pubblica per azioni (51% Agenzia delle Entrate e 49% INPS), incaricata di riscuotere multe e tributi per quanti non abbiano pagato anche i tempo il dovuto. Con indennità di mora e tassi d’interesse crescenti che, stando alle denunce e alle inchieste giornalistiche (da ultimo anche Report su Raitre), supererebbero gli “interessi usurai”, e l’uso di “tecniche dissuasive” ritenute odiose e vessatorie dal pubblico e dagli esperti del settore fiscale, quali il pignoramento degli immobili e il fermo amministrativo delle automobili.

Nel giro di poche settimane si è passati dalla rivolta individuale, nichilista, attraverso i suicidi di piccoli imprenditori e semplici contribuenti che avevano ricevuto le cartelle di Equitalia, a forme di ribellismo violento semi-organizzato, per ora anarcoide, che riportano agli esempi storici delle rivolte contro le “gabelle e i gabellieri” da Masaniello in poi.

Le reazioni della classe politica, da destra a sinistra (che hanno creato Equitalia e che non ne hanno mai modificato le leggi e i regolamenti), sono state di stupore e sdegno, quasi si trattasse di fenomenologia comportamentale, di fatti sociali al limite della devianza psichica. O ancor peggio si è scelto la linea della “ferma difesa dello stato di diritto”. A questo proposito, le parole del viceministro per l’Economia, Vittorio Grilli, sono esemplificative: “Equitalia non è il nemico, ma è lo Stato. Mi scuso in anticipo se alcuni cittadini, come può accadere e non dovrebbe, essendo perfettamente in linea con i propri doveri di cittadini e contribuenti, sono stati disturbati nella loro attività. Però il processo di lotta all’evasione è una questione di doveri verso lo Stato e verso i propri concittadini.

Quindi, quando parliamo di riuscire a ridurre il peso dello Stato, ridurre le tasse, vuol dire che tutti vogliamo e possiamo pagare di meno le tasse, se tutti pagano il dovuto. E’ un esperimento sbagliatissimo quello di colpevolizzare e creare un nemico. Equitalia non è un antagonista, è lo Stato che cerca di tutelare tutti i cittadini, che tutti paghino ciò che è dovuto. Errori possono capitare e ci scusiamo; però non è possibile pensare che se lo Stato chiede ai cittadini di pagare ciò che devono, venga accusato come un nemico.”.

Dalle rivolte fiscali, la storia insegna, spesso nascono anche rivoluzioni e lotte di indipendenza, che tutto travolgono e che ridisegnano i valori e le leggi del nuovo stato (la nascita degli Stati Uniti d’America contro l’Inghilterra coloniale, la rivoluzione francese, e nel Novecento l’indipendenza dell’India di Gandhi, per esempio). Accomunare i contribuenti onesti, facilmente identificabili e rintracciabili, che devono saldare i conti con l’erario per multe e altri oneri pregressi, con chi evade o elude le tasse o esporta i capitali all’estero, è un errore madornale di supponenza e di incapacità a governare.E’ purtroppo una strada pericolosa, una deriva che non rasserena gli animi, ma che accresce nell’opinione pubblica un senso di frustrazione verso Equitalia e il sistema fiscale italiano (già vessatorio di per sé con l’imposizione fiscale che supera il 45% e che con i tributi locali arriva ben oltre il 51%, dati OCSE, ponendoci ai primissimi posti in Europa e nel mondo).

Dalla frustrazione alla ribellione, agli atti di terrorismo anarchico o di rivolta sociale violenta, il passo potrebbe essere purtroppo breve. E la violenza è davvero un’arma sbagliata, che non si sa quali conseguenze per la tenuta del tessuto sociale potrebbe portare!

il Manifesto, pochi giorni fa, riportava nell’editoriale di prima pagina i dati di sondaggio allarmante, realizzato dalle ACLI, ignorato dalla stragrande maggioranza dei media: “ il 32% degli interpellati ritiene che il nostro paese possa essere trasformato solo attraverso una rivoluzione, contro il 50,9% invece che confida nelle riforme, quelle convincenti ma anche quelle dolorose. E il resto (17,2%) è rappresentato da irrimediabili pessimisti, convinti che non ci sia più nulla da fare, che «l’Italia non cambierà mai»”. Alla disumanità del potere, all’insensibilità di chi governa, specie se proveniente dai “quadri tecnici” dello stato, grand commis, consiglieri giuridici e altissimi dirigenti lautamente retribuiti, che hanno indirizzato leggi e regolamenti di attuazione per conto dei vari governi di centrosinistra e di centrodestra, non si può certo chiedere di “avere un’anima”. Ma di cambiare rotta sì!
Spetta alle forze politiche, ormai dilaniate al proprio interno, squassate dallo tsunami delle recenti elezioni amministrative e dal nascere di un radicalismo popolare nuovo, modificare radicalmente il sistema fiscale italiano. Non solo di abbassare l’imposizione fiscale, riducendole a 3 aliquote e riportando la tassazione a quozienti più ragionevoli (visti anche i pochi “servizi” che lo stato fornisce e la loro scarsa qualità, rispetto ai partner europei del Nord).

Ma anche di riformare lo strumento iniquo di Equitalia, usando lo strumento della Sanatoria con ravvedimento.Finora, grazie ai governi Berlusconi/Tremonti, le fasce più ricche del paese, coloro che hanno per decenni esportato sia illegalmente sia con artifici propri della “finanza creativa” i capitali all’estero nei paradisi fiscali, principalmente in Svizzera, hanno potuto usufruire di stratosferici Condoni, i cosiddetti 3 Scudi Fiscali.

Come sempre, in Italia, i più ricchi hanno i favori dello stato, mentre il resto dei “sudditi” devono essere tartassati!Diversamente da Stati Uniti, Gran Bretagna, Austria e Francia, l’ultimo Scudo Fiscale italiano ha inciso solo per il 5% sui capitali esportati e per di più ha esonerato i contribuenti infedeli da conseguenze legali e da sanzioni del fisco. Un manna piovuta dal cielo! Paghi pochissimo, ti metti in regola, resti anonimo, non verrai mai chiamato in giudizio e, ironia della sorte, con i tuoi soldi potrai ricominciare a “giocare” con la finanza dei derivati e reinvestire all’estero. Molte e puntuali le critiche da parte della magistratura impegnata nella lotta al riciclaggio del danaro sporco e alle attività in nero della criminalità organizzata, proprio per i “buchi” nella rete delle sanzioni e degli accertamenti.

Secondo le previsioni fantasmagoriche di Berlusconi e Tremonti questa volta dovevano rientrare in Italia circa 300 miliardi di euro, con un “guadagno” per l’erario di 15 miliardi; ma dei tre Scudi, tutti a loro firma, il primo (2001-2002) ha fatto emergere 65 miliardi con un’aliquota del 2,5% e un gettito per le casse dello Stato pari a 1,6 miliardi; il secondo (2003) ha fatto scoprire 12,5 miliardi con un’aliquota del 4% e un gettito di quasi 500 milioni. Il terzo scudo (2009-2010 con due riaperture – aliquota del 5-6-7%), ha scovato 104,5 miliardi, generando un gettito di soli 5,6 miliardi. Una beffa!Secondo il Decreto Salva Italia, varato da Monti, inoltre, c’è la possibilità di regolarizzarsi ulteriormente, pagando un’imposta di bollo sulle attività finanziarie scudate, che deve essere versata annualmente nelle seguenti misure: 10 per mille per 2012; 13,50 per mille nel 2013; 4 per mille (ovvero l’aliquota ordinaria) a partire dall’anno 2014. E’ prevista anche una proroga per quest’anno della scadenza per il versamento dal 16 maggio al 16 luglio. L’entità del prelievo extra dell’1,5%, se imposto sull’intero ammontare emerso, dovrebbe essere pari a 2,73 miliardi. Non dovrebbero essere esentati dall’imposta di bollo i capitali che non sono letteralmente “rientrati” in Italia con lo scudo fiscale, quelli cioè emersi, ma regolarizzati con il Fisco e rimasti all’estero.

Due pesi e due misure, insomma: per i tanti “furbetti del quartierino” un trattamento con i guanti bianchi; mentre per milioni di contribuenti alle prese con le “cartelle pazze” e le richieste esose di Equitalia il solito “pugno di ferro”.

Eppure, sarebbe facile attuare un provvedimento, senza passare neanche per le aule del Parlamento, che sottoforma di Sanatoria con ravvedimento riporti il dovuto ad Equitalia ad un terzo della somma richiesta, ovvero al pagamento del tributo accertato inizialmente. Solo in Italia, unica in Europa , una qualsiasi multa per infrazioni al codice stradale o per mancata riscossione di tributi locali, nel volgere di un anno e mezzo si triplica, come si trattasse di rendimenti azionari ad alto rischio. Mentre agli esportatori illegali di capitali si dilazionano i tempi fino a tre anni e si riducono le aliquote a percentuali irrisorie, per i “morosi” di Equitalia è tassativo pagare tre volte e più, entro 90 giorni, pena l’applicazione del fermo amministrativo e dell’ipoteca sugli immobili, che il più delle volte nemmeno viene comunicato agli interessati. All’aumento della velocità per la messa in pratica di azioni di forza per la riscossione dei pagamenti, si affiancano poi anche procedure costose e onerose in termini di tempo (il ricorso deve essere presentato con bollo e atti giudiziari) e spesso poco chiare per come sono descritte nella cartella esattoriale.

Oltre alla Sanatoria, che farebbe rientrare subito nelle casse delle Finanze svariati miliardi di euro, senza mostrare “la faccia feroce” dello stato e contribuendo così anche a rasserenare gli animi, è fondamentale che l’esperimento Equitalia si chiuda una volta per tutte. In piena campagna elettorale amministrativa, i sindaci si sono accorti che la legge permetteva loro entro quest’anno di dare la disdetta alla società, guidata da Attilio Befera, anche perché i proventi delle cartelle vanno direttamente alla Tesoreria generale e non invece agli enti locali. Strana scoperta a scoppio ritardato. Anche questo un ulteriore “ravvedimento colposo” del logoro sistema partitico, ormai con l’acqua alla gola!

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