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La chiesa dell’obbligo di B.Manni

Beppe Manni
Gazzetta di Modena, 13 maggio 2012

Maggio: è tempo di Comunioni e Cresime.

Davide dice: “Dopo la chiesa dell’obbligo non ho più frequentato la parrocchia” intendeva con questa originale espressione, che dopo l’ultimo dei sacramenti ‘obbligatori’ la cresima, non era più andato in chiesa. Il curriculum del piccolo credente è questo: battesimo nel primo anno di vita, catechismo dalla seconda elementare, prima comunione in quarta elementare, cresima a 13-14 anni. E poi insegnamento di religione cattolica dalla scuola materna fino alle superiori. Il matrimonio religioso è scelto dal 50% …del funerale non diciamo, anche perché non dipende dal morto.
Dopo la cresima oltre il 90% dei ragazzi e ragazze non frequenta più. Le parrocchie si interrogano. Ma sembra senza volere affrontare il cuore del problema.

Nell’Italia tradizionalmente cattolica, è ancora buona abitudine seguire la trafila classica. Battesimo, prima comunione e cresima è un fatto di costume. Come per le benedizioni pasquali si dice: “Male non fa poi si vedrà”. Nelle aule del catechismo sono prevalentemente presenti bambini le cui famiglie non hanno alcun interesse religioso: l’insegnamento diventa per i volenterosi catechisti pesante e spesso inutile. Negli anni 70 in alcune parrocchie della diocesi di Modena (ad esempio al Villaggio Artigiano), si erano cercate strade alternative.

Si cercava di convincere chi non era credente a non battezzare il figlio, a non fare i sacramenti della Comunione o Cresima, a non sposarsi in chiesa. Oppure a trasformare questi momenti non in avvenimenti civili e familiari con vestiti da cerimonia, regali e pranzi come piccoli matrimoni: “Il sacramento è importante il bambino non lo deve ricordare per i regali e il ristorante ma come incontro con il Signore e la comunità con altri; i soldi dei regali li diamo per i più poveri”, si diceva…tutto inutile.

L’istituzione parrocchiale anche con la più buona volontà si trascina dietro antichi retaggi che verranno superati con fatica.

Né in verità vediamo oggi un grande sforzo da parte dei parroci per cambiare. Caso mai sembra invalsa l’abitudine a fare di questi momenti un evento con grandi coreografie, foto e film.

In una grossa parrocchia modenese è stato scelto il 25 aprile e il primo maggio per fare la prima comunione e la cresima. Il parroco ha a disposizione 60 giorni tra domeniche e feste comandate, non mi sembrava opportuno occupare due feste civili: la Ricorrenza della Liberazione e la Festa dei lavoratori.

Ma i tempi stanno cambiando la fede dovrà essere sempre di più una scelta individuale e familiare. La parrocchia, anche dopo la progressiva laicizzazione e la massiccia immigrazione di fedeli di altre confessioni e religioni, rimane comunque uno spazio importante per la città non solo per rispondere ai cosiddetti bisogni spirituali e religiosi ma come luogo di aggregazione, presidio sul territorio e faro per tanti bisogni e necessità che stanno purtroppo aumentando.

In futuro bisognerà cominciare a diversificare e specializzare i propri servizi creando piccole comunità di credenti che si confrontano e vivono la propria fede in gruppi più piccoli in cui sono forti le relazioni, più diretto il confronto e maggiore l’impegno individuale.

Verranno eliminati progressivamente servizi inutili e defatiganti che impoveriscono non solo gli operatori ma lo stesso prete, che si prodiga inutilmente in mille cose che non ‘portano frutto’ non per la ‘cattiveria’ dei parrocchiani, o per una punizione divina ma per un errore di impostazione fondamentale.

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