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Salvarsi la coscienza?

Beppe Pavan
Comunità cristiana di base di Pinerolo

Siamo alla vigilia della giornata internazionale contro l’omofobia e la transfobia, che dal 2005 si celebra ogni 17 maggio, per ricordare il giorno in cui l’omosessualità fu cancellata dalla lista delle malattie mentali nella classificazione internazionale delle malattie pubblicata dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità). Dal 2009 l’Unione Europea vi ha aggiunto anche la transfobia.

E da 15 anni invita, inutilmente, anche lo Stato italiano a varare “leggi che superino le discriminazioni subite da coppie dello stesso sesso” e “condanna i commenti discriminatori formulati da dirigenti politici e religiosi nei confronti degli omosessuali, in quanto alimentano l’odio e la violenza, anche se ritirati in un secondo tempo, e chiede alle gerarchie delle rispettive organizzazioni di condannarli” (artt. 8 e 10 del testo approvato nel 2007 dall’UE).

Primo pensiero. La pervicacia con cui certi ambienti cattolici, dipendenti dalla gerarchia che l’UE condanna, continuano a voler “guarire” l’omosessualità, affidando ragazzi e ragazze alle cure di sedicenti psicologi e psicoterapeuti, appare ogni giorno di più disumana e antievangelica.

E’ del 5 maggio scorso la notizia giornalistica di un seminario organizzato a Roma dall’Agesci, le cui conclusioni sono state inviate a tutti i capi scout d’Italia come “spunto di riflessione”: i capi scout omosessuali non devono dichiarare il proprio orientamento sessuale per evitare di turbare e condizionare i ragazzi”… perché “il capo scout è l’esempio per i suoi ragazzi, trasmette dei modelli” (…) e “l’eterosessualità è l’orientamento giusto, la retta via verso cui indirizzare i giovani scout” (dall’articolo di Giacomo Galeazzi su La Stampa del 5.5.12 – poi sono andato sul sito dell’Agesci…).

La facciata perbene con cui vengono presentati questi “spunti di riflessione”, una “proposta educativa” per l’Agesci, mi sembra in realtà fare il paio con quel “anche se ritirati in un secondo tempo” che leggiamo nella condanna del Parlamento Europeo. Questi cattolici dirigenti non si salvano la coscienza riconoscendo “che i gay non sono dei malati”, costringendoli però al silenzio disumano e disperante e invitando le famiglie a consultare “uno psicologo dell’età evolutiva o ancora meglio un pedagogista”. L’unica loro giustificazione sta nel dichiararsi “in linea con l’insegnamento morale della Chiesa”…

Intanto non è l’insegnamento della Chiesa, ma solo dei suoi gerarchi, preoccupati esclusivamente di perpetuare il proprio dominio sulle coscienze e sui corpi, non certo di incarnare e diffondere il messaggio evangelico dell’unico comandamento: quello dell’amore, che è anche convivialità reciprocamente rispettosa di tutte le differenze, compresa quella di orientamento sessuale.

E poi… ancora una volta qualcuno si fa “norma” e decide che il proprio è l’orientamento “giusto”, l’unico ammissibile nella vita sociale. Costoro sono certamente in linea con l’insegnamento dei gerarchi vaticani, ma questa non mi pare una referenza di cui andare fieri: quella struttura gerarchica, tutta maschile e autoreferenziale, è la colonna portante della cultura patriarcale e “l’ultimo sistema feudale in Occidente” (Adista-documenti n. 12/2012 pag. 8 ss).

Secondo pensiero. Ci sono altre “cattolicissime coscienze” che credono di salvarsi addirittura praticando la tortura. Sono quelle di certi medici di cui narra un articolo di Alessandra Vanzi su Alias dello stesso 5 maggio. Anche loro hanno imparato bene la lezione. Vi invito a leggere l’intero articolo. Si tratta di “uno dei più grandi ospedali della capitale”, in cui si praticano “aborti terapeutici” di feti “che non riuscirebbero a sopravvivere in nessun caso”.

Con una flebo di ossitocina viene indotto il travaglio, che può durare anche più di 48 ore, perchè “un feto di quattro o cinque mesi non è pronto a nascere”, senza che alla donna venga somministrato alcun antidolorifico! Perché? La risposta dei medici è: perché con altre terapie c’è la possibilità che il feto nasca vivo e in quel caso dovrebbero rianimarlo. “In sostanza e con buona pace delle cattolicissime coscienze deve essere la madre stessa a provocare la morte del feto durante il faticoso parto”.

Unisco la mia voce alla sua indignazione.

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