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Siria: una strage, due verità

Michele Paris
www.altrenotizie.org

A seguito del massacro di venerdì scorso a Houla, in Siria, i governi occidentali e i loro alleati nel Golfo Persico hanno aumentato nuovamente le pressioni su Damasco nel tentativo di spianare la strada ad un intervento armato per rovesciare il regime di Bashar al-Assad. Tra gli scambi di accuse di governo e opposizioni sulla responsabilità della strage, nella quale hanno perso la vita almeno 108 persone, tra cui decine di donne e bambini, l’ex segretario generale dell’ONU, Kofi Annan, si è recato nella capitale siriana per incontrare i vertici del regime, con i quali ha discusso del più recente episodio di violenza e di un piano di pace sempre più vicino al fallimento.

Come è noto, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU domenica scorsa ha emesso una dichiarazione non vincolante per condannare i fatti di Houla ma, su insistenza di Mosca, non ha apertamente puntato il dito contro Damasco per le uccisioni, anche se il regime è stato accusato di aver bombardato la località della Siria centrale. Anche il capo della missione di pace nel paese, generale Robert Mood, ha affermato che l’artiglieria pesante ha colpito l’area residenziale di Houla, ma la maggior parte dei morti è dovuta a colpi di arma da fuoco esplosi da distanza ravvicinata e addirittura ad accoltellamenti. Mood ha aggiunto che “da quanto ho appreso sul campo in Siria, bisogna evitare di saltare alle conclusioni”.

Un resoconto simile dell’accaduto è stato descritto martedì anche da un portavoce dell’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani, il quale ha sostenuto che, in base alle testimonianze raccolte dagli osservatori, meno di venti persone sarebbero morte a causa dei colpi dell’artiglieria, mentre gli altri sono stati il bersaglio di esecuzioni sommarie in due distinti episodi.

Nonostante la cautela anche delle Nazioni Unite, come è sempre avvenuto finora, i governi occidentali hanno accettato integralmente la ricostruzione degli eventi di venerdì a Houla fatta dalle opposizioni siriane, le quali assegnano l’intera responsabilità al regime. Per Damasco, tuttavia, le cose sono andate diversamente. A negare pubblicamente la responsabilità delle forze di sicurezza, oltre al ministero degli Esteri, è stato lunedì anche l’ambasciatore siriano all’ONU, Bashar al-Jaafari.

Quest’ultimo ha infatti condannato “il massacro orribile e ingiustificabile” di Houla, definendo uno “tsunami di menzogne” quello proveniente da alcuni paesi membri del Consiglio di Sicurezza che cercano di fuorviare la comunità internazionale sul ruolo della Siria. Per Jaafari, né il generale Mood né nessun altro ha affermato davanti al Consiglio di Sicurezza che il governo siriano è colpevole dell’accaduto a Houla.

Per il governo di Damasco, la strage di venerdì è opera di “terroristi armati” e avrebbe fatto parte di un’operazione contro le forze di sicurezza che ha causato decine di morti anche in altri villaggi circostanti. Lo stesso ambasciatore Jaafari ha infine sottolineato che ancora una volta simili azioni cruente avvengono in concomitanza con delicati colloqui diplomatici, suggerendo che esse vengono orchestrate per far naufragare il già incerto processo di pace. Il massacro di Houla ha anticipato di pochi giorni la già programmata visita di Kofi Annan a Damasco iniziata nella giornata di lunedì.

Gli Stati Uniti e i loro alleati europei e nel Golfo sono senza dubbio in parte responsabili dei fatti di Houla, così come degli altri episodi di violenza che stanno insanguinando la Siria da quasi 15 mesi a questa parte, dal momento che questi governi hanno manipolato da subito le proteste circoscritte esplose lo scorso anno per alimentare una rivolta armata diretta a rovesciare un regime poco gradito.

Alla luce della strategia occidentale, perciò, non è una sorpresa che da più parti negli ultimi giorni le vittime di Houla siano state sfruttate per gettare benzina sul fuoco. Tra le minacce più esplicite lanciate contro Damasco va ricordata quella del capo di stato maggiore americano, generale Martin Dempsey, il quale in un’intervista a FoxNews lunedì ha affermato che l’opzione militare riguardo la Siria ad un certo momento diventerà inevitabile.

Gli alleati degli Stati Uniti hanno poi intrapreso un’azione congiunta nella giornata di martedì, decidendo l’espulsione dei diplomatici siriani. A cominciare è stata l’Australia, seguita da Italia, Gran Bretagna, Canada, Germania, Spagna e Francia, il cui nuovo governo socialista ha già dimostrato di seguire quello di Sarkozy nell’appoggio incondizionato alla politica imperialista di Washington in Medio Oriente.

Da parte loro, le monarchie assolute del Golfo, alcune delle quali in questi mesi hanno represso nel sangue le rivolte democratiche esplose entro i loro confini, hanno chiesto un maggiore impegno da parte della comunità internazionale per “mettere fine alle pratiche oppressive del regime contro il popolo siriano”. Il Libero Esercito della Siria, invece, ha annunciato di non sentirsi più vincolato al rispetto del cessate il fuoco, mentre il Consiglio Nazionale Siriano ha invocato una risoluzione ONU in base al Capitolo VII dello statuto delle Nazioni Unite che autorizza l’uso della forza.

Negli ultimi giorni, intanto, i giornali occidentali hanno scritto di un’offensiva diplomatica degli USA per convincere la Russia ad appoggiare una transizione in Siria simile a quella che in Yemen ha portato alle dimissione del presidente, Ali Abdullah Saleh, e che mantenga al potere alcuni membri del regime di Assad disposti a creare un nuovo governo con i “ribelli”, ovviamente ben disposto verso Washington e pronto a sganciarsi dall’Iran.

Qualche segnale di apertura in questo senso da parte di Mosca e alcune dichiarazioni di diplomatici russi più critiche verso Damasco hanno alimentato speculazioni che il Cremlino sia sul punto di scaricare Assad. Il ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, nel corso di un incontro con l’omologo britannico, William Hague, lunedì ha ad esempio sostenuto che entrambe le parti hanno qualche responsabilità nelle morti in Siria e che le forze governative hanno senza dubbio bombardato con l’artiglieria la città di Houla.

La Russia continua però a respingere qualsiasi ipotesi di intervento esterno in Siria e, come Damasco, attribuisce molte delle violenze nel paese all’opera di gruppi terroristi che non vogliono una soluzione pacifica della crisi. Più in generale, la difesa degli interessi russi nella regione si scontra con gli obiettivi americani. Mosca, a ragione, teme infatti che la caduta dell’alleato Assad minaccerebbe seriamente l’Iran e, di conseguenza, tutta la residua influenza della Russia e i suoi interessi in Medio Oriente.

Sul fronte diplomatico, lunedì Kofi Annan ha incontrato a Damasco il ministro degli Esteri siriano, Walid Moallem, e martedì il presidente Assad. In un faccia a faccia di due ore con quest’ultimo, l’ex segretario generale dell’ONU ha espresso “le gravi preoccupazioni della comunità internazionale per le violenze in Siria, riguardo soprattutto i recenti eventi di Houla”. Annan, inoltre, ha ricordato ad Assad che il piano di pace in sei punti non può che fallire senza iniziative coraggiose per fermare la violenza e liberare tutti i detenuti politici.

Alla vigilia della visita in Siria, Annan aveva chiesto al governo e alle opposizioni di contribuire a “creare il giusto contesto per avviare un processo politico credibile” nel paese, per poi esortare “chiunque abbia un’arma da fuoco” ad adoperarsi per la pace.

Gli appelli di Kofi Annan, in ogni caso, sono destinati quasi certamente a rimanere inascoltati. I deboli sforzi per giungere ad una soluzione negoziata della crisi sono ormai superati da forze ben più grandi che, a Washington come a Londra, a Riyadh o a Doha, operano per il fallimento del piano di pace, avendo deciso da tempo di puntare tutto sull’opposizione armata per far crollare una volta per tutte il regime di Bashar al-Assad.

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