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Chiesa e donna, i nodi al pettine di D.Gabrielli

David Gabrielli
www.confronti.net

Il Vaticano ha commissariato l’associazione delle superiore maggiori che rappresenta la gran parte delle suore Usa, perché nelle sue assemblee si levano voci in favore dell’ordinazione delle donne. Al di là della questione in sé, il caso dimostra l’incapacità delle gerarchie ecclesiastiche di ridiscutere, alla luce dell’Evangelo, ruolo e carismi dell’«altra metà della Chiesa».

La questione femminile/femminista attraversa da tempo, sotto traccia, la vita della Chiesa cattolica romana; ma, ogni tanto, essa appare in bella vista, facendo emergere le contraddizioni profonde che, a cinquant’anni dal Vaticano II, dominano il magistero ecclesiastico.

L’ultimo caso è la decisione – resa nota negli Usa il 18 aprile – della Congregazione per la dottrina della fede (Cdf), guidata dal cardinale statunitense William Levada, di commissariare di fatto la Leadership conference of women religious (Lcwr), associazione che raccoglie circa mille e cinquecento superiore maggiori in rappresentanza dell’80% delle cinquantasettemila suore degli Stati Uniti. Secondo il Vaticano, nella Lcwr sono emersi «problemi dottrinali seri» perché, nelle sue assemblee, sono state sostenute posizioni non accettabili di dissenso dal magistero papale – ad esempio in tema di ordinazione delle donne e di approccio pastorale all’omosessualità – o «affermazioni di femminismo radicale incompatibili» con l’insegnamento cattolico; perciò, e per i prossimi cinque anni, tutto l’operato della Lcwr sarà sottoposto ad un revisore (l’arcivescovo di Seattle, Peter Sartain) con pieni poteri.

Quale sia, negli States, l’eccezionale importanza della presenza delle religiose per sostenere le attività della Chiesa cattolica e, di conseguenza, le ricadute che potrebbe innescare la punitiva decisione romana, lo spiega bene Cristina Mattiello (vedi pag. 24); qui riflettiamo su un’altra faccia della medaglia, che ingloba, ma travalica, la vicenda della Lcwr. Infatti, le «colpe» ad essa imputate – il sì all’ordinazione della donna e una pastorale degli omosessuali diversa da quella ufficiale – sono le stesse di molti altri gruppi cattolici nel mondo. Ma sui due temi papa Wojtyla prima, assistito dal cardinale Ratzinger, allora prefetto della Cdf, e poi il pastore tedesco stesso, hanno deliberato senza interpellare formalmente le Conferenze episcopali; oppure, nei casi in cui queste, in Sinodi o Assemblee implicanti il «popolo di Dio», le hanno affrontate, arrivando ad orientamenti difformi dai desiderata vaticani, la Curia ha ignorato queste conclusioni.

Ma, oggi, nella Chiesa cattolica non ha più corso Roma locuta, causa finita est (una volta che Roma abbia parlato, la causa è finita); una sua decisione sarebbe forse accolta solo se, e quando, la sua parola venisse ultima, e cioè dopo molte altre parole prime, seconde, penultime… Del resto, su problemi che riguardano direttamente le donne nella comunità ecclesiale – la loro ordinazione, e non solo, e non prima di tutto – è mai possibile che nel XXI secolo il potere sacro e maschile sentenzi senza averle in qualche modo, in una loro rappresentanza, consultate? Certo, l’ipotizzata scelta apre questioni complesse (sintetizzando: Gesù non propone mai il sacerdozio; le lettere apostoliche conoscono solamente ministeri al servizio delle comunità cristiane; dunque, oggi occorrerebbe una rinnovata comprensione di essi, aperti a donne e uomini, sposati o no); per questo è inaccettabile che la domanda sia incenerita da un «ukaz» papale. Invece, essa andrebbe affrontata coralmente – perché non in un Concilio aperto anche a laici, donne e uomini? – in attento ascolto a ciò che lo Spirito dice alle Chiese ed a ciò che i tempi esigono.

Ma l’ex Sant’Uffizio, imperturbabile (e aprendo un obiettivo conflitto di competenze all’interno della Curia, perché in pratica ha esautorato la Congregazione competente, quella per gli Istituti di vita consacrata, guidata dal cardinale brasiliano João Braz de Aviz), commissaria la Lcwr che rappresenta il mainstream delle suore statunitensi, le quali affrontano con responsabile franchezza anche problemi tabù, in definitiva mostrando l’intollerabilità, storica e teologica, della esclusione dell’«altra metà della Chiesa» dal prendere parte a decisioni che riguardano l’intero popolo di Dio. Ratzinger, naturalmente, insisterà nel suo no; speriamo che la Lcwr e tutti i gruppi che la pensano allo stesso modo non demordano. Infatti, nulla vi è da attendere da Roma, almeno sotto questo pontificato (tanto più inflessibile ora con i «progressisti», per recuperare almeno una parte dei lefebvriani, baluardo della «tradizione» anti-femminista); molto, invece, si può sperare da prassi evangeliche rinnovate sgorganti dalla base, e da novelle Marie Maddalene che, oggi ancora, annuncino a Pietro e agli altri apostoli che Gesù è risorto.

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