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Come salvare l’Euro

Lia Fubini
www.sbilanciamoci.info

L’unica via ragionevole per evitare la dissoluzione dell’euro è quella della costruzione in tempi rapidi dell’unione fiscale e politica. Nel breve periodo la situazione potrebbe essere tamponata con gli eurobond e/o con la possibilità per la Bce di essere, come tutte le banche centrali del mondo, prestatore di ultima istanza. Ma prima o poi bisognerà andare oltre.

Circolano sotto varie forme proposte di congelamento del debito, una di queste è anche apparsa su www.sbilanciamoci.info. Condivido le perplessità sulla proposta contenute nell’articolo di Vincenzo Comito. Vorrei aggiungere che il problema della speculazione sui titoli del debito pubblico è legato non tanto alla dimensione del debito ma a diverse variabili e fra queste un’importanza fondamentale è costituita dai debiti verso l’estero, pubblici e privati.

L’Italia è stato uno dei paesi che meno ha accresciuto il debito pubblico nel corso dell’attuale recessione e ha mantenuto quasi costantemente un avanzo primario, ma questo non ha impedito l’aumento dello spread rispetto ai titoli tedeschi. Secondo le previsioni il debito pubblico spagnolo raggiungerà l’80% del Pil nel 2012, all’incirca come quello tedesco. Eppure la Spagna sta subendo forti attacchi speculativi. D’altra parte la Germania presenta un debito pubblico elevato e in rapida crescita, in valore assoluto uno fra i più alti del mondo, senza essere investita dalla speculazione. Lo stesso dicasi del Giappone il cui debito pubblico supera il 200% del Pil. Ma Germania e Giappone presentano consistenti attivi commerciali. Per inciso, in Giappone la situazione sta cambiando, si è registrato in tempi recenti un disavanzo commerciale e sarà interessante vedere come si evolve la situazione dei tassi di interesse, se tale deficit persiste. I casi della Spagna, della Germania e del Giappone evidenziano in ogni caso che il problema di fondo non è il debito pubblico bensì il disavanzo delle partite correnti.

La bilancia delle partite correnti rappresenta il principale indicatore di forza di un paese nei rapporti con l’estero, perché è un indicatore della sua competitività. Un avanzo di parte corrente della bilancia dei pagamenti costituisce una garanzia di solvibilità del paese. In altri termini, il paese in avanzo è un paese che vive al di sotto dei suoi mezzi, delle sue capacità produttive. Viceversa un paese in disavanzo è un paese che vive al di sopra dei suoi mezzi e ha bisogno di flussi finanziari dall’estero per pagare l’eccedenza delle importazioni sulle esportazioni.

Solo nel breve periodo lo squilibrio commerciale può essere compensato da flussi finanziari (caso a parte sono gli Stati Uniti che possono mantenere un disavanzo permanente delle partite correnti, dato che il dollaro è moneta di riserva). Nei paesi con sovranità monetaria, ovvero tutti i paesi esclusi quelli dell’Unione Monetaria, un disavanzo commerciale segnala la probabilità di una svalutazione e per questo esso porta a un aumento dei tassi di interesse. Il disavanzo commerciale all’interno dell’Unione Monetaria segnala la difficoltà competitiva del paese e, in una fase di turbolenza come quella attuale, l’eventualità, se il disavanzo persiste, di un’uscita dall’euro. Questo spiega lo spread dei tassi di interesse fra paesi con disavanzi commerciali e la Germania. La speculazione non è sempre irrazionale o isterica, come spesso è stata definita, ma generalmente si indirizza verso i paesi in difficoltà, aumentandone la vulnerabilità. I paesi più vulnerabili sono dunque quelli che utilizzano beni e servizi in quantità superiore alla produzione interna e quindi hanno bisogno di flussi finanziari esteri per il loro finanziamento.

Se in Europa ci fosse una politica fiscale comune, il disavanzo delle partite correnti non costituirebbe un problema, il disavanzo delle economie più deboli sarebbe compensato dall’avanzo di paesi in surplus, un po’ come succede per regioni che sono all’interno dello stesso paese. L’unica via ragionevole per evitare continui squilibri che potrebbero sfociare nella dissoluzione dell’euro è dunque quella della costruzione in tempi rapidi dell’unione fiscale e politica. Nel breve periodo la situazione potrebbe essere tamponata con gli eurobond e/o con la possibilità per la Bce di essere, come tutte le banche centrali del mondo, prestatore di ultima istanza.

In mancanza di una via di uscita europea è illusorio pensare che la soluzione del problema risieda in operazioni di default, congelamento del debito pubblico, haircut, o quant’altro, perché il problema di fondo non è il debito. A maggior ragione in Italia il problema non è il debito pubblico perché a un elevato debito pubblico fa da contrappeso un debito privato relativamente ridotto.

Esiste comunque un altro fattore rilevante di cui è necessario tenere conto e cioè il rapporto tra interessi sul debito pubblico e tasso di crescita del Pil. Questo fattore rimanda dunque ai problemi relativi alla crescita. L’assenza di crescita in Italia rende sempre più pesante l’onere del debito pubblico fino a prospettare il rischio di insolvenza.

Eppure il congelamento rimane una via di uscita non auspicabile. Si potrebbe affermare che il congelamento libererebbe risorse destinate ora al servizio del debito e che tali risorse potrebbero essere impiegate per il rilancio della competitività. Ma le politiche per la crescita e la competitività richiedono tempo e nel breve periodo il paese dovrebbe affrontare non solo i problemi di cui parla Comito nel suo articolo, ma anche il problema del finanziamento del disavanzo delle partite correnti.

L’impossibilità di trovare risorse finanziarie sui mercati dei capitali (chi mai sarebbe disponibile a concedere prestiti a un paese insolvente, se non a tassi elevatissimi?) costringerebbe il paese a dipendere dai finanziamenti del Fondo monetario e di altri enti sovranazionali e tali finanziamenti sono subordinati alla messa in atto delle note politiche recessive imposte da tali organizzazioni, che finirebbero col consumare le risorse rese disponibili dal congelamento. In tale contesto il tentativo di riportare in pareggio le partite correnti diventa un’operazione molto dolorosa: significa una stretta ulteriore alla domanda, un impoverimento delle famiglie, fallimenti delle imprese, taglio ai servizi pubblici, una recessione dagli effetti incalcolabili. Peraltro, come noto, tali politiche risultano quasi sempre fallimentari e aprono la strada a un nuovo massiccio indebitamento.

Siamo dunque in un vicolo cieco? Certamente la strada maestra passa per l’Europa – e il risultato delle elezioni francesi apre qualche speranza –, ma non si può essere ottimisti se l’Europa continua con le politiche miopi seguite fino ad ora. Però l’Italia può comunque portare avanti politiche di rilancio della competitività, puntando su ricerca, educazione, formazione, supporto alle imprese, riduzione dei gravami burocratici, ripristino della legalità. Nel frattempo è necessario reperire risorse attraverso un’imposta patrimoniale, aumento della progressività nell’imposizione fiscale e una seria lotta all’evasione, che non si limiti a controllare ricevute fiscali e falsi invalidi. Le risorse così ottenute devono essere finalizzate al recupero della crescita e della produttività con l’obbiettivo di una maggiore equità, ma anche di un pareggio delle partite correnti. E’ una strada ardua ma percorribile. Purtroppo le soluzioni apparentemente facili possono essere estremamente dolorose e finanche controproducenti.

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Fine dell’euro? Il silenzio della sinistra

Emiliano Brancaccio
www.emilianobrancaccio.it

Al di là delle rettifiche e delle smentite, Beppe Grillo e Silvio Berlusconi non stanno affatto scherzando. Le loro ormai numerose esternazioni contro la moneta unica hanno una logica: misurare di volta in volta la dinamica dei consensi intorno alla opzione di un’uscita dell’Italia dalla zona euro. I riscontri in effetti sembrano difficilmente equivocabili: da mesi cresce il numero dei cittadini che guarderebbe con favore l’opzione di un ritorno alla moneta nazionale.

Non appare dunque molto tempestiva la presa di posizione dell’economista Giacomo Vaciago e dei vari opinionisti che ancora si ostinano a liquidare le proposte di uscita dall’euro con delle battute irridenti. Vaciago sa che il rischio di uno sfascio dell’Unione monetaria europea è concreto, e tra l’altro può evincersi dall’andamento stesso degli spreads. Il tempo in cui si poteva ridurlo al rango di mera boutade è dunque passato da un pezzo.

Del resto, sappiamo bene che un maquillage non salverebbe la moneta unica. Dalla Lettera degli economisti del giugno 2010 al Manifesto per l’Europa del Sole 24 Ore, pur nelle diversità che le contraddistinguono, tutte le proposte di riassetto dell’Unione che possano dirsi dotate di un minimo di senso logico richiederebbero una riforma tutt’altro che trascurabile dei Trattati europei. Ma le condizioni per mettervi mano matureranno in tempo utile? In questo momento, rispondere affermativamente appare francamente un azzardo.

Nel libro L’austerità è di destra. E sta distruggendo l’Europa, abbiamo allora cercato di fornire argomenti a sostegno dell’idea che bisogna a questo punto ragionare su due livelli. Ossia, a livello europeo occorre rimarcare l’opportunità di una riforma dei Trattati finalizzata a quella che Reinhart e Rogoff definiscono “repressione” dei mercati finanziari, e alla istituzione di meccanismi europei di pianificazione degli investimenti e di coordinamento della contrattazione salariale. Ma al tempo stesso occorre pure iniziare a definire i termini di una eventuale opzione di uscita dall’euro, mettendo in chiaro che se salta la moneta unica potrebbe saltare anche il mercato unico.

Perché il punto politico è esattamente questo: c’è modo e modo di abbandonare l’euro. Il modo concepibile da Berlusconi e dal coacervo di macro e micro interessi proprietari che lui o altri potrebbero cercare di ricomporre non è troppo difficile da intuire: massiccia svalutazione, totale libertà di fuga dei capitali all’estero, crollo della quota salari sul Prodotto interno lordo, colpo di grazia a quel che resta del sindacato, lotta feroce all’immigrazione. Non sarebbe del tutto inappropriato definirla una variante estrema, al limite vagamente fascistizzata, dell’uscita dallo SME del 1992.

Tuttavia, è bene chiarirlo: questo non è affatto l’unico modo in cui l’uscita dall’euro potrebbe realizzarsi. Nel corso della Storia sono state poste in essere diverse procedure di sganciamento dai regimi di cambi fissi e di libera circolazione di capitali e merci, l’ultima delle quali in Argentina, con diversi limiti e qualche ombra, ma anche con varie luci. La questione chiave, comunque, è che ogni procedura tende a salvaguardare alcuni interessi sociali e a sacrificarne altri: lavoratori subordinati, piccoli o grandi imprenditori, rentiers, capitali esteri o nazionali, eccetera, secondo vari tipi di combinazioni possibili.

La domanda che allora sarebbe il caso di formulare è la seguente: quale tipo di sganciamento avrebbe in mente Grillo? E, se la situazione precipitasse e la soluzione europea tardasse a giungere, cosa farebbero Bersani e Fassina? E Di Pietro, Vendola e Ferrero? Sarebbero in grado di formulare una opzione di uscita definibile “di sinistra” o si farebbero travolgere dai rulli compressori di un montante anti-europeismo di destra?

Chi ancora reputa la domanda prematura sembra trascurare un fatto politico evidente: una posizione di maggior forza in sede europea la si conquista anche avendo idee chiare circa i termini di una eventuale strategia di uscita dall’Unione.

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